L’iPhone e la postura fanno di te un perdente – Il Quorum
Psicologia e Sociologia

L’iPhone e la postura fanno di te un perdente

Per avere una vita degna bisogna capire il significato ed il valore del tempo

Devo stare attento. Ho il sonno disturbato, mi sveglio di continuo. Strane immagini interferiscono le mie visioni oniriche. Mi ritrovo in orari improbabili immobile alla finestra, a fumare una sigaretta dopo l’altra, aspettando il momento giusto per rituffarmi nel letto: un’utopia. Cerco di concentrarmi, durante queste nottate solitarie, di azionare la membrana dei ricordi per focalizzare il preciso istante in cui tutto è cominciato. È che me ne stavo all’interno di un sogno durato decenni; poi mi sono svegliato e ho notato che tutte le persone erano improvvisamente chine ad osservare il proprio iPhone. Lo shock, naturalmente, non è stato indifferente. Cercavo di distrarle, di catturare la loro attenzione. Ma niente, la maggioranza se ne stava a fissare un piccolo schermo di retina, intrappolati in 5 pollici circa.

Il processo è stato strisciante, si è insinuato lentamente nella collettività. Nessuno se ne è accorto. Un giorno, camminando per strada, notai due ragazze occupate a gingillarsi con il telefono. Erano totalmente ipnotizzate e la pratica andò avanti per circa mezz’ora. L’oggetto sembrava quasi tramutarsi in un totem, un’entità semi religiosa. Poi, continuando la passeggiata, cominciai ad intravedere molte altre persone narcotizzate nell’atto catartico di osservare il cellulare. Lo facevano nei bar, nei supermarket, in chiesa, per strada, al lavoro, mentre parlavano con altre persone, mentre si baciavano, mentre si divertivano, mentre bevevano, ridevano, correvano, giocavano, litigavano. Cosa stava succedendo? Mi ritrovavo davanti un’orda di zombie? Era esplosa un’epidemia? Niente di tutto ciò, naturalmente. Cercai delle risposte, mi comprai pure io un cellulare adeguato per studiare in prima persona il fenomeno, e nonostante tutto le domande continuarono a tormentarmi.

Oggi, dopo aver passato una miriade di notti insonni (che, come avrete letto all’inizio dell’articolo, continuano imperterrite a susseguirsi) a scervellarmi sull’argomento, sono arrivato a suddividere il tutto in due punti. Il primo, la postura. Ormai sembra evidente che la posizione adottata quando stiamo con l’iPhone in mano abbia una valenza psicologia, tale da poter essere inserita tranquillamente nella cinesica. Tale scienza studia il linguaggio del corpo e i riscontri psicologici che stanno dietro i movimenti. In particolare, essa illustra come molte posizioni delle braccia sono atte al meccanismo di difesa, una sorta di nascondiglio che porta rassicurazione. Alcuni esempi sono le braccia incrociate e il giocherellare con oggetti vari, in modo da innalzare barriere difensive e proteggerci dalle nostre insicurezze. In particolar modo, il secondo esempio ricorda molto il gesto di tenere stretto tra le mani il cellulare, concentrando su di esso tutte le nostre attenzioni. È sicuramente un gesto di rottura, una sorta di auto isolamento. Lo adottiamo quando siamo annoiati, siamo in imbarazzo, quando la persona che abbiamo davanti non ci interessa oppure ci interessa troppo; e quindi, in caso di insicurezza rifuggiamo il suo sguardo tramite l’oggetto. Insomma, un meccanismo di difesa con il compito di via di fuga dalle situazioni sociali di stress, e la diffusione di tale pratica sta portando alla luce quanto sia fragile la nostra generazione. Senza pensare chi lo fa anche quando è solo, tramutando l’abitudine in vera e propria dipendenza.

Ed è qui che entra in gioco il secondo punto, introdotto da una domanda: ma tutte queste persone cosa osservano così attentamente sull’iPhone? Cos’è che le attrae? La risposta sono i social network, e non credo di aver bisogno di spiegarvi cosa sono. Qui entra in atto la vera e propria dipendenza, con una voglia smodata di voyeurismo, di fuga dalla solitudine, egomania ed egocentrismo. Tutto questo porta ad un fenomeno di massa quasi isterico. La sharemania. La mania della condivisione esasperata per fuggire (nuovamente) dalle nostre insicurezze e dalle nostre paure. Una ricerca sproporzionata di essere accettati dagli altri, di essere notati, di non finire nel dimenticatoio immaginario della vita formato social. Un modo come un altro per stare al passo con i tempi, ma decisamente pericoloso, perché in grado di inglobare intere personalità, fuorviare generazioni dalla dubbia identità. I cellulari diventano una finestra aperta sulla privacy delle persone, aumentando così anche la paura e la paranoia nell’apparire, nello sbagliare, e diventando così una dipendenza da cui è difficile fuggire. Adesso abbiamo gli occhi puntati contro continuamente, siamo sicuri di essere in grado di reggere la pressione?

Per ultimo sono i contenuti a perdere di valore. Con questa corsa folle alla condivisione di qualsiasi momento, di qualsiasi pensiero, si finisce per privarli di significato, rendendoli solo un’omogenea paccottiglia che forma la rete. Ma, tutto sommato, pure questo scritto è destinato ad essere pubblicato su Facebook in cerca di like, così la mia coscienza mi allarma, facendomi notare una piccola contraddizione. O, al massimo, una negazione. La negazione di un punto di fuga. Io lo vedo come un piccolo punto di partenza, anche se la notte continuo a non dormire, circondato da pensieri sulla postura adottata con l’iPhone, sui social, sulla vita e sul tempo.

Per avere una vita degna bisogna capire il significato ed il valore del tempo. Il tempo è una grande paura della nostra società. Il tempo è uno spauracchio della vita, se lo rapportiamo ad essa. E, contestualizzato al suo interno, un freno ansiogeno che blocca le persone. È il momento che spaventa, noi giovani nevrotici del 21esimo secolo siamo maledettamente terrorizzati dal momento, e dal suo avvicinarsi. Ma in fondo il momento è l’unità di misura più piccola, più misera e caduca del tempo. E una volta passato scopriamo che non era un granché alla fin fine e che le nostre paure erano infondate. Ecco, i social sono come il tempo e ne sono perfettamente legati. A causa della vita che passa monotona ci fiondiamo all’interno dell’etere, cavi cablati, file temporanei, foto profilo, e, attraversati dalla nevrosi della solitudine, cerchiamo al suo interno un paradiso che non esiste, o che al massimo risulta insufficiente. Ed è qui che sta la trappola della sharemania. Un bisogno umano di condivisione che si fonde con il liquido incorporeo della rete, solo settaggi, visual, like e privacy smarrite. Ma poi i giorni cominciano a susseguirsi, la coscienza se non arriva a rammollirsi si fa strada trovando nuovi spunti e nuovi stimoli, e tutto passa, proprio come l’attimo fuggente. Almeno lo spero, altrimenti prepariamoci a vivere in un mondo di paura e di solitudine, perché chi ha molti amici nei social, ne ha pochi nella vita. Quella vera, ricordate? Tempo fa nacque un movimento di protesta grazie ad un famoso libro intitolato No Global. Adesso abbiamo maledettamente bisogno di un movimento No Social. Perché non tutto è condivisibile.

Daniele Minucci