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Johatsu. Gli “evaporati” del Giappone

In giapponese, la parola johatsu vuol dire “evaporati”… Persone scomparse nel nulla che rinunciano alla propria identità per cercare sollievo e rifugio nell’anonimato.

Perché lo fanno? Spesso per vergogna… perché hanno perso il lavoro, oppure hanno alle spalle un matrimonio fallito, o più ancora perché hanno contratto dei debiti. Tutte cose che per i rigidi protocolli della cultura Giapponese rappresentano una fonte di umiliazione. Casi di scomparsa causati, dunque, dall’enorme pressione che la cultura giapponese impone ai propri cittadini.

Attualmente, non esistono dati ufficiali del governo nipponico su questa forma di “evasione” dalla realtà, ma secondo una recente ricerca svolta in Europa sarebbero circa 100mila le persone scomparse, o meglio “evaporate”, ogni anno all’ombra del monte Fuji.

Nessuna di queste persone sparisce del tutto dalla circolazione, perché l’“evaporazione” consiste più che altro in una forma di anonimato di tipo legale ed amministrativo. E’ un radicale cambio di identità, di lavoro e di relazioni sociali che la persona adotta. Gli johatsu resettano la loro vita precedente, per “rinascere” con un nuovo nome e nuove prospettive, favoriti anche dalle leggi giapponesi che tutelano la privacy dei cittadini e le loro scelte, anche così particolari e drastiche.

Un modus vivendi che trae origine dagli anni ’70, con i primi casi di “evaporazione” ed esploso successivamente negli anni ’90 con una moltitudine di persone scomparse.

La pratica degli “evaporati” vanta anche delle vere e proprie organizzazioni dedite a garantire agli johatsu l’anonimato. Alcune di queste realtà si occupano, infatti, di reperire nuove identità e trasferire gli johatsu in luoghi (città e villaggi) lontani da quelli di origine.

Un’abitudine che cresce di pari passo con quella degli hikikomori (di cui vi abbiamo parlato qui) e con quella dei karoshi (coloro che si suicidano a causa del troppo lavoro). Secondo un recente studio-sondaggio, infatti, oltre il 20% della popolazione nipponica è fortemente stressato e costretto a subire quotidianamente turni lavorativi molto impegnativi (con circa 80 ore di straordinari al mese).

Negli ultimi mesi, il Governo giapponese ha messo in cantiere alcune iniziative per tentare di ridurre i casi di karoshi, sollecitando le aziende ad adottare orari lavorativi più umani. Ma la cultura del lavoro è così radicata in questo paese che la strada da percorrere per uscire da questo stato di prostrazione è ancora molto lunga.

Sperando che sempre meno persone decidano di fare come gli  johatsu, “evaporando” per sempre!