Kim Philby, la spia definitiva – Il Quorum
CULTURA Storia

Kim Philby, la spia definitiva

Fedeltà all’ideale o tradimento? La storia ambigua della talpa più pericolosa del ventesimo secolo

Nel 1968 il grande scrittore Graham Greene (il nostro agente all’Avana, il console onorario, un americano tranquillo, il terzo uomo, il nocciolo della questione, il fattore umano), che fu per tutta la vita un agente del servizio segreto britannico, da lui chiamato affettuosamente “la mia agenzia di viaggi”, scrisse la prefazione al libro di un vecchio amico, infilandosi in un vespaio di polemiche da cui non sarebbe mai riuscito a uscire.

Il libro in questione, “My Silent War” (la mia guerra silenziosa), è l’autobiografia di Harold Adrian Russell Philby, noto ai suoi amici e al mondo col nomignolo “Kim”.

Ma chi è Kim Philby?

La risposta dipende in sostanza da a chi si pone la domanda: per i russi è un eroe plurimedagliato a cui è stato addirittura dedicato un francobollo commemorativo, per gli inglesi un traditore che ha causato danni irreparabili all’intelligence del suo paese.

Il paradosso della vita di Philby inizia con la sua infanzia, in India. Suo padre, diplomatico col pallino della letteratura, gli affibbiò il nomignolo “Kim”, ispirandosi alla piccola spia del romanzo più popolare di Rudyard Kipling: mai come in questo caso “in nomen omen”.

Greene, a chi gli chiedeva come potesse essere rimasto amico di un traditore che aveva consegnato al Cremlino i nomi di tutti gli agenti sotto copertura della Gran Bretagna, rispondeva che non lo riteneva affatto un traditore, essendo egli sempre rimasto fedele agli ideali della sua gioventù. Philby era semplicemente un comunista, e lo era sempre stato.

Non è possibile parlare di Kim Philby senza menzionare i “Cambridge Five”: i Cinque di Cambridge.  Tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni trenta Kim Philby, Guy Burgess, Donald Duart Maclean, Anthony Blunt e John Cairncross erano studenti dell’università di Cambridge, assidui frequentatori delle lezioni di Maurice Dobb, professore di economia e fondatore della prima cellula comunista dell’università.

A quei tempi l’onda lunga della rivoluzione d’Ottobre faceva molta presa sui giovani inglesi di ceto elevato, desiderosi di una maggiore uguaglianza sociale e stufi dei formalismi nei quali era inscatolata la loro esistenza.

Con l’esca di combattere il classismo dall’interno, un numero non indifferente di questi virgulti della nobiltà inglese venne reclutato dagli agenti di Mosca e anche i Cinque, poco dopo la laurea, seguirono la stessa strada.

Data la loro estrazione sociale e la loro statura intellettuale, i “Cambrige Five” ebbero tutti brillanti carriere. Basti pensare a Sir Anthony Blunt che, quando venne pubblicamente smascherato da Margareth Tatcher nel 1979, era curatore della pinacoteca reale e amico personale della regina Elisabetta, nonché direttore dell’istituto Warburg e della fondazione Courtauld (due notissime istituzioni in campo artistico).

Si vocifera che venne scoperto e denunciato così tardi perché era riuscito a strappare un accordo al governo inglese, in virtù di certi documenti scottanti in suo possesso riguardanti il duca di Windsor (ossia l’ex re Edoardo VIII) e i rapporti di quest’ultimo con l’uomo nero per antonomasia: Adolf Hitler.

Tornando a Philby, ciò che lo differenzia dalla moltitudine degli altri agenti doppiogiochisti del periodo della “guerra fredda”, è che si trattava di un altissimo funzionario con accesso completo a tutti i documenti classificati e alle liste segretissime degli agenti sotto copertura del Regno Unito in tutto il mondo: si tratta, a tutt’oggi, della talpa di più alto grado nella storia dello spionaggio tout-court.

Meritevole di menzione la poco lusinghiera opinione che aveva di lui un altro grande scrittore, John le Carré, il quale, per inciso, fu uno degli agenti bruciati da Philby: “Dietro l’innata arroganza da classe dirigente e il gusto per l’avventura, si cela l’odio per se stesso di un disadattato futile per il quale niente sarà mai degno della sua lealtà”.

Nel 1951 Donald McLean, suo vecchio compagno di università e anch’egli agente doppiogiochista, commise un’imprudenza utilizzando lo stesso sistema di cifratura più di una volta nella sua corrispondenza con Mosca. Immediatamente prima di essere arrestato sparì insieme a Guy Burgess, un altro dei Cinque, per riapparire di lì a poco a Mosca.

Subito si scatenò la caccia al famigerato “terzo uomo”, ossia colui che li aveva avvertiti, consentendogli di fuggire. Le indagini, in virtù della loro amicizia, si focalizzarono subito su Kim Philby e, naturalmente, era stato proprio lui ad avvertire McLean.

Philby però, non era un incauto come i suoi amici e, dopo diversi anni di indagini infruttuose, nel 1955 il ministro degli esteri in persona, Harold Macmillan, in un intervento alla Camera dei Comuni fu costretto a scagionarlo da ogni accusa.

La spia, naturalmente, sapeva che si trattava di una vittoria di Pirro, che era solo una questione di tempo e che prima o poi i nodi sarebbero venuti al pettine. Nel 1963, quando capì che stava per essere definitivamente smascherato, Kim Philby, riparò in Unione Sovietica, dove si sposò e si dedicò a scrivere la sua autobiografia, mentre sbarcava il lunario addestrando gli agenti del KGB.

Il passaggio traumatico da ricchissimo privilegiato a compagno proletario fu per lui molto difficile e pare che lo portò sulla via della depressione e dell’alcolismo. Proprio per questo non riesco a essere d’accordo con Le Carrè, mentre invece comprendo benissimo la posizione di Greene: Philby faceva la bella vita alla quale era destinato sin dall’infanzia, ma mise in gioco tutto per un ideale di cui era intimamente convinto, e perse.

Capisco che Le Carrè se l’era legata al dito, ma chiamarlo “disadattato futile” mi sembra ingeneroso.

Kim Philby è morto a Mosca nel 1988 e i suoi sono stati funerali di stato. Due anni dopo gli è stato concesso l’onore postumo di un francobollo alla memoria.

Per chi volesse leggere le due campane della storia, opportunamente celate sotto forma di romanzo, consiglio di procurarsi “il Fattore Umano” di Graham Greene e “la Talpa” di John Le Carrè.

In ambito cinematografico, non posso non citare “Another Country – La Scelta”, pellicola del 1984 di Marek Kanievska, tratto da una pièce teatrale di Julian Mitchell, ispirata alla storia di Burgess e McLean e interpretata da due giovanissimi attori allora poco conosciuti ma destinati, di lì a poco, a grandi cose: Colin Firth e Rupert Everett.

Terminerei con l’ennesimo immancabile paradosso: i danni maggiori al suo paese e a tutto l’occidente non li fece il bistrattato Kim Philby, ma il “quinto uomo”, l’ultimo dei “Cambridge Five” a essere smascherato, il meno conosciuto: John Cairncross. Unico fra i Cinque a poter vantare origini proletarie, secondo documenti recentemente desegretati, Cairncross fornì al Cremlino le informazioni per costruire la prima bomba atomica russa, dando così inizio a quel lungo periodo di stallo che va sotto il nome di “guerra fredda”.

Pierluigi Bigotti