CULTURA Psicologia e Sociologia

Specchio delle mie brame

Un oggetto di uso quotidiano fortemente carico di significati. Dal mito di edipo, alla simbologia tipica nell’immaginario letterario

Figlio della ninfa Liriope e del dio fluviale Cefiso, Narciso, bellissimo giovane incapace di amare e insensibile all’amore dimostratogli dagli altri, all’età di sedici anni, durante una passeggiata, si imbatté in una conca d’acqua e, assetato, si chinò su di essa per abbeverarsi; così facendo vide, per la prima volta in vita sua, il suo volto riflesso nell’acqua, e ne rimase folgorato al punto di innamorarsene follemente. Impossibilitato a resistere al desiderio di raggiungere l’oggetto delle sue brame, nel quale non riconosceva se stesso, fece per abbracciare l’amato, ma finì col cadere in acqua, dove morì annegato.

Dal mito di Narciso (del quale esistono varie versioni che differiscono perlopiù nell’epilogo) Freud ha tratto la sua celebre teoria sul narcisismo, atteggiamento – peraltro passibile di risvolti patologici – che il celebre psicanalista descrive come caratterizzato dal fare della propria persona, nella sua totalità, il centro esclusivo d’interesse, l’oggetto di un amore unico. Il narciso ama se stesso, nutre ammirazione per le proprie qualità, a partire da quelle fisiche, delle quali può compiacersi grazie all’immagine di se che vede riflessa nello specchio.

Proprio allo specchio naturale offerto dall’acqua Narciso deve la sua prematura fine: osservandovisi il giovane si vede ma non si riconosce, contrariamente a quanto avviene nella realtà all’uomo, il quale identifica se stesso nell’immagine di sé riflessa in uno specchio.

La capacità di “autoriconoscimento” dinanzi ad una superficie riflettente, si sviluppa tra i 18 e i 24 mesi di mesi di vita e, contrariamente a quanto si possa immaginare, non è una prerogativa esclusiva dell’uomo ma è presente anche in altri esseri viventi, fra i quali lo scimpanzé bonomo e la gazza ladra.

A guardare la nostra immagine riverberata nello specchio, riconoscendoci, impariamo, quindi, da piccolissimi: e da quel momento in poi, non smettiamo più di farlo.

Nonostante i molteplici usi cui si presta, lo specchio, viene, infatti, utilizzato principalmente per la cura e l’abbellimento dell’aspetto esteriore, tutt’al più anche con funzione ornamentale e decorativa, come nel caso degli specchi affissi alle pareti o incastonati nei mobili.

Ovale, tondo o quadrato che sia, lo specchio maggiormente impiegato è quello piano, costituito da una lastra di vetro sulla quale viene fatto aderire un sottile strato di alluminio o argento, la superficie lucida del quale riflette la luce e fornisce un’immagine (detta “virtuale” in quanto sembra pervenire da una direzione diversa rispetto all’oggetto e non può essere proiettata su uno schermo) riflessa degli oggetti illuminati; nonostante ci appaia diversamente, l’immagine non è capovolta da sinistra a destra ma tra fronte e retro, il che vale a dire che la nostra visione è vittima di un’illusione e che l’asse invertito è quello fronte-retro e non quello destra-sinistra.

In passato ci si specchiava su lastre di cristallo lucidato con fogli si stagno e di mercurio e, in un passato ancora più remoto, su lastre di metallo lucidate.

Proprio in ragione delle sue proprietà riflettenti, lo specchio era considerato, nell’antichità, un oggetto “magico”, uno strumento capace di duplicare le persone e, soprattutto, di rifletterne l’anima; per questa ragione, si riteneva che romperlo equivalesse a ferire o ad uccidere, seppure solo simbolicamente, la persona di cui lo specchio rifletteva l’immagine. La credenza secondo la quale infrangere lo specchio porterebbe sventura, potrebbe aver avuto origine proprio da questa convinzione.

Da sempre, lo specchio è, inoltre, un simbolo ricorrente nell’immaginario letterario, presente in molte fiabe e in diversi romanzi horror: lo interroga quotidianamente la regina cattiva di “Biancaneve e i sette nani”, lo attraversa Alice di “Alice nel paese delle meraviglie”, lo utilizza Belle de “La bella e la bestia” per vedere cosa accade ai suoi cari lontani, vi si specchia Dracula senza vedersi.

Un oggetto di uso quotidiano, che tutti impieghiamo senza nemmeno farci attenzione e senza attribuirgli un particolare significato, ma che è fortemente carico di simbologia, di significati allegorici, di connotazioni positive e negative.

Lo usiamo per guardarci ma, in fondo a noi stessi, sappiamo che c’è molto di più di quell’immagine che vediamo riflessa e che sappiamo essere la nostra, anche quando ci sembra non appartenerci.

Forse aveva ragione Cocteau, quando diceva che anche gli specchi, prima di riflettere, dovrebbero fermarsi un attimo a riflettere.

Dalila Giglio