I Femminielli – Il Quorum
Psicologia e Sociologia

I Femminielli

L’unicità dei femminielli nel mondo del travestitismo omosessuale è resa manifesta dai riti dello “spusarizio masculino” e della “figliata”, quest’ultima ben descritta nel libro “La Peste” di Curzio Malaparte

Leggenda vuole che nel lontano 1256, la Madonna di Montevergine intervenne in favore di due amanti omosessuali – condotti sull’omonimo promontorio, legati a un albero ed ivi abbandonati da alcuni membri della loro comunità, indignati da quella relazione scandalosa e “impura” che, come tale, andava sanzionata in maniera esemplare -, salvandoli da fine certa.

In tale suggestiva narrazione tradizionale, ha origine la devozione dei femminielli per la Madonna di Montevergine – meglio conosciuta come Madonna Nera, o, ancor meglio, come Mamma Schiavona, “la mamma che tutto concede e tutto perdona” – la Vergine accondiscendente anche nei confronti delle persone con un orientamento sessuale diverso, raffigurata in un quadro conservato all’interno del santuario sito a Montevergine, una frazione del comune di Mercogliano.

madonna-montevergineA Lei, ogni anno, il 2 febbraio, giorno della Candelora (la festa cattolica che celebra sia la purificazione della Madonna che la presentazione del bambin Gesù al tempio di Gerusalemme), si recano a rendere omaggio, incuranti del freddo e della fatica, migliaia di fedeli, primi fra tutti i femminielli, protagonisti indiscussi del pellegrinaggio, i quali danno vita ad un suggestivo rituale sacro e profano al tempo stesso, fatto di preghiere, invocazioni, sonate di tammorra, travestimenti e danze. Il medesimo, proprio in ragione del suo carattere marcatamente pagano, è balzato agli onori della cronaca nel 2002, quando l’abate Tarcisio Nazzaro cacciò via i femminielli dal santuario dicendosi certo che la Vergine non avrebbe gradito le loro fragorose ed estrose preghiere; da allora, la “juta dei femminielli” rappresenta per l’intero mondo dei LGBT (gay, lesbiche, bisessuali e transgender), un appuntamento imperdibile, un’occasione in cui affermare la necessità di riconoscere a tutti eguali diritti, a prescindere dall’orientamento sessuale e dall’identità genere.

I femminielli, dunque: chi sono costoro?

“Non c’è uomo che non sia femmina”, sono soliti ripetere i femminielli, i quali, in effetti, racchiudono in loro entrambi i sessi. Dal punto di vista biologico-anatomico, i femminielli sono degli uomini, ma, riguardo all’identità di genere, essi non si percepiscono come tali: i femminielli si “sentono” delle donne, e di conseguenza, parlano, si muovono e si abbigliano come se effettivamente lo fossero. In altre parole, i femminielli sono dei travestiti e non vanno confusi con i transessuali MtoF (male to female) in quanto, a differenza di questi, non ricorrono alla somministrazione di ormoni né alla chirurgia estetica al fine di cambiare sesso.

Femminiello non è, quindi, un appellativo né un insulto omofobico; femminiello è un modo diverso di percepirsi.

Uno dei pochi ad averlo capito sembra essere stato il social network Facebook, il quale ha recentemente inserito l’opzione “femminiello” tra le 58 identità di genere tra le quali scegliere per autodefinirsi sul proprio profilo.

Come suggerisce la parola stessa, di chiara connotazione dialettale, il femminiello è un fenomeno locale: lo si trova soltanto a Napoli, ove incarna una figura caratteristica della tradizione. Impossibile imbattersi in dei femminielli al di fuori dei quartieri popolari del centro storico, che offrono loro la garanzia di un’esistenza tranquilla, caratterizzata dal rispetto, o perlomeno dalla tolleranza bonaria, da parte degli altri abitanti dei vicoli.

Nonostante il trucco pesante, l’abbigliamento non propriamente raffinato, le movenze e le tonalità caricaturali, i femminielli non sono guardati con sospetto e diffidenza, ma, anzi, sono ben integrati nel tessuto sociale, anche grazie alla loro gaiezza e alla loro disponibilità a fungere da factotum.

Alla base dell’indulgenza mostrata nei confronti dei femminielli, c’è, però, soprattutto la convinzione che gli stessi, incarnando in qualche modo sia l’identità maschile che quella femminile, rechino in essi il divino, il soprannaturale; da questa presunta natura “magica” scaturisce la loro legittimazione sociale nonché la convinzione, profondamente radicata nella popolazione, che siano dei portatori di fortuna.

L’unicità dei femminielli nel mondo del travestitismo omosessuale (all’interno del quale costituiscono l’unico caso di travestitismo “istituzionalizzato”), è resa manifesta dai riti dello “spusarizio masculino” e della “figliata” – quest’ultima ben descritta nel libro “La Peste” di Curzio Malaparte, che narra dell’occupazione di Napoli da parte degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale -, che mettono in scena il matrimonio e la nascita di un bambino, attraverso i quali i femminielli esibiscono e affermano pubblicamente la loro appartenenza al genere femminile.

Non è, tuttavia, tutto oro quello che luccica: dietro l’accettazione da parte della comunità, dietro l’orgoglio per la propria identità, dietro lo humor e le stravaganze si celano, seppure molto meno che in passato, l’ipocrisia, l’opportunismo, l’esclusione da determinati contesti lavorativi e sociali, l’ignoranza.

Essere femminiello, ancora oggi, nonostante tutto, non è facile: gli stereotipi e i pregiudizi nei confronti delle persone che si identificano in un genere sessuale differente da quello maschile e femminile e/o che palesano un orientamento sessuale omosessuale o bisessuale, sono ancora molto forti e radicati, non soltanto nel Meridione e non solo in ambienti intellettualmente poveri.

La paura e la diffidenza verso il diverso sono difficili da estirpare in toto e, seppure in misura assai differente, sono presenti in chiunque, ma in una società sempre più moderna, globalizzata e multiculturale, forse si dovrebbe fare lo sforzo di interrogarsi sull’utilità effettiva dei preconcetti e dei pregiudizi e sul peso che il proprio giudizio individuale ha nella società.

Il Papa, qualche mese fa, ha pronunciato parole importanti, riferendosi agli omosessuali: “chi sono io, per giudicare un gay?”

Forse, basterebbe avere il coraggio di rivolgersi la stessa domanda: chi siamo noi, per giudicare i femminielli, i gay, le lesbiche, i transessuali, i bisessuali, e, più in generale, tutte le minoranze esistenti in società?

Dalila Giglio

In Copertina – Foto Credit: Lina Pallotta