Da Simone Weil a Ernesto Rossi – Il Quorum
Storia

Da Simone Weil a Ernesto Rossi

Il superamento dei partiti politici come strumento di democrazia

Che la forma partito fino ad oggi sia stata un elemento connaturato a ogni regime democratico è fuor di dubbio. È però assolutamente arbitrario inferire da questo dato di fatto che essa sia un elemento imprescindibile della democrazia e non, invece, solo una sua manifestazione contingente e dunque suscettibile di essere storicamente superata. D’altronde è nella natura umana considerare ciò che è familiare come necessario e quindi non sottoporlo ad un esame attento per verificarne la validità nel tempo.

Simone Weil nel suo Manifesto per la soppressione dei partiti politici del 1940 scriveva come il semplice fatto che i partiti «esistano non è in alcun modo un motivo per conservarli. Soltanto il bene è un motivo legittimo di conservazione». Caratteristica di ogni partito è l’esercizio di «una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani» che ne prendono parte. «Immaginiamo – aggiungeva infatti la filosofa francese – il membro di un partito, deputato, candidato al parlamento o semplicemente militante, che prenda in pubblico il seguente impegno: “ogniqualvolta esaminerò un qualunque problema politico o sociale, mi impegno a scordare completamente il fatto che sono membro del mio gruppo di appartenenza, e a preoccuparmi esclusivamente di discernere il bene pubblico e la giustizia”. Questo linguaggio sarebbe accolto in modo molto negativo. I suoi, e anche molti altri, lo accuserebbero di tradimento. I meno ostili direbbero: “perché allora, ha aderito a un partito?” ammettendo così ingenuamente che entrando in un partito si rinuncia a cercare unicamente il bene pubblico e la giustizia».

Che l’adesione ad un partito costituisse una rinuncia all’autonomia di giudizio e una forma di prostituzione intellettuale, una conformistica accettazione del preilluminista principio di autorità era ben chiaro alla Weil; «un uomo che aderisce a un partito ha verosimilmente visto nell’azione e nella propaganda di quel partito cose che gli sono parse giuste e buone. Ma non ha mai studiato la posizione del partito relativamente a tutti i problemi della vita pubblica. Entrando a far parte del partito, accetta posizioni che ignora. Sottomette così il suo pensiero all’autorità del partito. Quando, poco a poco, conoscerà le posizioni che oggi ignora, le accetterà senza esaminarle. Se un uomo dicesse, richiedendo la sua tessera di membro: “Sono d’accordo con il partito su questo, questo e quest’altro punto. Non ho studiato le sue altre posizioni e riservo interamente la mia opinione fino a che non ne avrò portato a termine lo studio”, lo si pregherebbe probabilmente di ripassare in seguito».

Che ogni partito, in quanto volto a drenare consensi e voti, fosse costituzionalmente impedito a perseguire il perfezionamento morale della persona, perfezionamento possibile solo lì dove regna indipendenza di giudizio e autonomia di pensiero, sarebbe stato ben chiaro dalle nostre parti all’azionista e poi radicale Ernesto Rossi che nel giugno 1950 sul «Mondo» di Pannunzio denunciava come «le grandi masse non si conquistano con i ragionamenti, ma facendo appello agli istinti e ai sentimenti più elementari, con i metodi di imbonimento con i quali vengono indotte a entrare nel baraccone delle meraviglie, ad affollare la piazza in cui è impiccato un “traditore del popolo” […]: slogan di poche martellanti parole, cartelloni a colori piatti, promesse irrealizzabili, suoni di trombe, sventolio di bandiere». Anche, ma non solo, da qui, Rossi faceva discendere la necessità di «un ordinamento che garantisca le libertà civili e politiche senza richiedere l’intervento delle macchine per fabbricare voti», cioè i partiti.

Paolo Flores D’Arcais, nelle pagine introduttive alla recentissima raccolta di scritti di Rossi, Contro l’industria dei partiti, non si spinge fino a tal punto, prospettando una serie di riforme che sarebbero comunque un refolo di aria pulita nel lezzo della palude partitocratica nostrana; risorse «in natura» piuttosto che il finanziamento dei partiti, limite dei due mandati elettivi per i parlamentari, regime più severo delle incompatibilità, riduzione drastica del numero degli eletti (su quest’ultimo punto nutriamo peraltro qualche dubbio; esso sarebbe certamente idoneo a diminuire i costi della politica ma non, a differenza degli altri, ad incrementarne necessariamente la qualità).

Eppure, riteniamo che sia oramai praticabile il programma «massimo» avanzato da Simone Weil.

Pur ammettendo che i partiti abbiano svolto una funzione positiva nella costruzione dei regimi democratici (ad esempio negli anni del regime change postbellico), oggi il loro ruolo ci appare storicamente e moralmente esaurito. Moralmente perché per loro natura refrattari a sviluppare il senso critico; c’è infatti forse uno spettacolo intellettualmente più osceno di quello offerto da una sede di partito, necessariamente abitata da individui intenti a rassicurarsi vicendevolmente sulla bontà delle loro posizioni e sulla malvagità di quelle dell’avversario? Che lo Stato, piuttosto, offra ai suoi cittadini piazze, agorà, dove la comunità possa discutere liberamente invece che recinti partitici dove portare il cervello all’ammasso.

Storicamente, poi, i partiti non sono più necessari alla democrazia rappresentativa, anzi ne ostacolano il potenziamento. La rivoluzione digitale, l’iDemocracy, come scrive il conservatore ma libertario deputato britannico Douglas Wilson Carswell in The End of Politics and the Birth of iDemocracy, scardineranno molte delle mediazioni parassitarie tra cittadini ed eletti.

Per quale ragione, ad esempio, se non la volontà dei partiti di monopolizzare la rappresentanza politica, è necessario ancora oggi raccogliere le firme (e quindi ‘passare’ attraverso le forche caudine partitiche) per potersi candidare alle elezioni?

La tecnologia informatica, infatti, già oggi permetterebbe a coloro che intendono presentarsi alle elezioni di qualsiasi livello (nazionale e locale) di stilare una scheda contenente profilo personale e programma elettorale e di caricare  tale scheda in un database istituzionale.

Ai comizi elettorali gli aventi diritto al voto potrebbero votare uno tra quei candidati che avranno inserito per tempo la propria scheda nel database. Sarebbero poi eletti i più votati per un numero pari ai seggi in palio.

Si obietterà; ma non si rischia così di eleggere candidati con i programmi più improbabili e populisti? Certamente, ma l’attuale mediazione partitica ci ha preservato forse da questa degenerazione o non ci ha regalato piuttosto il quarto debito pubblico più alto al mondo?

Luca Tedesco