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Luigi Relé: “Dreams”. Sognare è ripercorrere la nostra Storia! [L’Intervista]

Nella nostra rubrica dedicata alla cultura, questa settimana, abbiamo il piacere di ospitare Luigi Relé, artista e Cantautore con la “C” maiuscola, con alle spalle una lunga ed intensa storia di militanza politica ed impegno civile. Un artista proveniente dal secolo scorso, come lui stesso afferma, che accende i riflettori, ponendosi all’attenzione del pubblico con un ALBUM importante e molto curato, intitolato: “Dreams”. Un’opera musicale che a nostro avviso rappresenta una delle migliori uscite del 2020…

– Buongiorno Luigi e benvenuto nella rubrica “cultura” de Il Quorum. Scorrendo la tua biografia leggiamo una lunga ed importante Storia. La frequentazione del Folkstudio, gli anni della contestazione e l’impegno politico. Luigi Relé sembra provenire, dunque, da molto lontano… Raccontaci qualcosa di te e di questo percorso. Chi è Luigi e come nasce l’artista Relé?

Fin da ragazzo avevo tanti sogni e storie da raccontare. Sono il terzo di quattro figli di una famiglia monoreddito, papà operaio. Unico maschio con tre sorelle. Mentre mio padre un po’ si vergognava della sua condizione sociale, io vivevo con orgoglio quell’appartenenza al proletariato urbano e negli anni questo sentimento si è trasformato in coscienza di classe, incidendo sulle mie scelte, anche musicali.

Ero un ragazzo di poche parole, a cui piaceva più ascoltare che parlare. A sedici anni la maggiore delle mie sorelle mi regalò una chitarra e con quella passavo i pomeriggi in camera dei miei genitori a imparare i primi accordi, i principali giri armonici. Mi piaceva scrivere, così fu naturale appuntare su un foglietto quella che è stata la mia prima canzone, “Il Ghetto”, una storia di emarginazione ambientata nella periferia di una metropoli.

Erano gli anni ‘70 del secolo scorso, anni di grande fermento politico. Al liceo classico, che frequentavo senza grande profitto, si erano formati due schieramenti politici contrapposti: quello di destra e quello di sinistra. A me venne naturale aderire al collettivo politico di sinistra e partecipare alle manifestazioni degli studenti, spesso represse dalle forze dell’ordine molto benevole invece verso le incursioni dei fascisti. Gli ideali di uguaglianza, ripudio della guerra, giustizia sociale, da quegli anni in poi non avrebbero più abbandonato il mio percorso di vita.

Continuavo a scrivere canzoni perché ne avevo bisogno, perché in quel modo riuscivo ad esprimere quello che avevo dentro. Negli anni successivi inviai dei nastrini ad alcune case discografiche e fra tutte mi rispose la RCA chiedendomi ulteriore materiale, ma non avevo i soldi per registrare altre canzoni o forse non ero affatto convinto delle mie capacità. Ero un dilettante e tale sono rimasto negli anni, anche se ho sempre curato ogni produzione musicale con meticolosità. A vent’anni riuscii a convincere alcuni amici a mettere su uno spettacolo di teatro canzone intitolato “Frasi di vita”, interamente scritto da me. Chi suonava, chi s’improvvisava attore, chi lavorava dietro le quinte, un lavoro di gruppo. Negli anni successivi frequentai per un po’ il Folkstudio, che a Roma era considerato il tempio dei cantautori. Il “burbero e generoso” Giancarlo Cesaroni mi faceva suonare qualche canzone nei pomeriggi dedicati agli esordienti, poi discutemmo per una canzone che non gli andava a genio e non mi feci più vedere.

All’inizio degli anni ‘80, non riuscendo a concludere molto all’università, per sbarcare il lunario insieme ad un amico m’improvvisai artigiano del legno, confezionando oggetti che vendevamo a Piazza Navona e a Porta Portese. Con i soldi che guadagnavamo riuscivamo a non pesare sulle rispettive famiglie. Furono tre anni intensi: ricordo ancora le fughe per le vie del Rione Parione alla vista dei vigili urbani, trascinando la mercanzia e l’immancabile lampada della Campingaz.

Poi nel 1983 arrivò l’assunzione all’INPS e mi trasferii a Milano, dove rimasi sei anni prima di riavvicinarmi a Roma. Inutile negarlo, all’inizio il lavoro dell’impiegato mi era sembrato un ripiego necessario per assicurarmi un futuro e non essere di peso alla famiglia, ma con gli anni la consapevolezza di lavorare in un ente pubblico che rappresenta un asse portante del sistema di Welfare del Paese mi ha convinto di aver fatto una scelta coerente con i miei ideali. Dal 1986 sono impegnato in una delle maggiori organizzazioni del sindacalismo di base, della quale da tempo sono un dirigente nazionale del pubblico impiego. Impegno politico, sindacale, lavorativo e musicale si fondono così in un tutt’uno.

Tornando alla musica, è circa trent’anni fa che spunta all’improvviso il nome Relé. Avevo voglia di darmi un nome d’arte, non so neanche il perché e a cosa mi servisse, pensai così al relè, perché ha una funzione di raccordo: può attivare o disattivare un circuito elettrico. Cambiai l’accento finale mettendo quello acuto e nacque Luigi Relé, nome che utilizzo per la prima volta in questo disco da solista appena uscito, DREAMS, dopo aver registrato con una rock band nel 2005 un precedente disco di mie canzoni, firmate con il mio vero cognome.

– A proposito di questo. Di questa tua Storia lunga ed intensa… ascoltando anche il tuo album ci viene da fare una riflessionee chiederti: “Hai mai pensato di poter essere tra i grandi? La tua musica ha fondamentalmente la stessa maturità di quella dei De Gregori, Dalla, Fossati, De André, Bertoli…”

Ti ringrazio, ma come dicevo prima ero e resto un dilettante, nel senso che della musica non ne ho fatto un mestiere ma continuo a frequentarla per puro piacere. Inoltre sono consapevole che mi manchi l’esperienza che si matura solo dopo anni di prove, di palco, di tournée. Gli artisti che mi hai citato, insieme ad altri, sono stati e restano dei punti di riferimento per me. Certo, questo non vuol dire che non abbia altrettanta consapevolezza, senza alcuna falsa modestia, di poter riscuotere interesse tra chi apprezza la canzone d’autore per l’attenzione che metto nella stesura dei testi e nella confezione musicale delle mie canzoni.

– Passiamo all’attualità. E’ uscito in questi giorni il tuo nuovo album: “Dreams”. Vuoi parlarcene?

Sono molto soddisfatto di questo lavoro. Da quando ho cominciato a pensarlo fino alla sua pubblicazione sono passati circa tre anni. Ho immaginato di compiere un viaggio, su una barca che ho chiamato “Utopia”, nella cui stiva ho riposto i racconti, i frammenti, le frasi che ho raccolto durante la navigazione, aspettando che le canzoni maturassero, prendessero una forma compiuta. Poi ho preso dalla stiva le canzoni che mi è sembrato fossero pronte per essere ascoltate e, casualmente, ho scoperto che molte di loro erano legate da un filo comune che riconduceva all’idea del sogno. Nella canzone che apre il disco, “Nidificavamo insieme”, racconto un sogno vero. Una notte ho sognato il pittore Antonio Ligabue che trascinava un carretto di legno con sopra il corpo di un uomo all’interno del Parco degli Acquedotti a Roma, un luogo per lui inusuale. Quando Ligabue arrivò alla mia altezza, incrociando gli sguardi mi sussurrò questa frase – “Nidificavamo insieme” – poi sparì dirigendosi verso il sole al tramonto.

Al risveglio avevo ancora le immagini del sogno perfettamente fissate nella mia mente e scrissi di getto la canzone, quasi sotto dettatura.

La seconda canzone, “Dreams Are Like Children”, parla, con un velo d’ironia, degli ultimi settantasette anni di storia del nostro Paese, dalla fuga del re Vittorio Emanuele III, all’alba del 9 settembre del 1943 insieme al maresciallo Badoglio, fino ai giorni nostri. Il titolo della canzone, i sogni sono come i bambini, allude alla purezza dei sogni che, al pari dei bambini, non debbono essere violati.

In “Canzone in Bianco e Nero”, cantata insieme ad Awa Koundoul, una bravissima cantante originaria del Senegal, il sogno è rappresentato dal desiderio di una donna di poter vivere liberamente la propria vita ed uscire di sera senza che l’uomo si senta in diritto di poterle fare del male. Potrei continuare ma non vorrei raccontare il significato di ogni canzone, perché è bene che sia chi le ascolta a darne una propria lettura ed interpretazione. Lasciami solo ricordare un particolare a cui tengo: una delle canzoni del disco, “Irene”, è stata scelta con una votazione popolare sul mio sito www.luigirele.com, perché volevo che il disco non rappresentasse solo mie scelte personali ma, almeno in parte, fosse espressione di una decisione collettiva.

– Rimanendo in tema, nelle tue canzoni – tra serio e faceto – vengono toccati temi importanti. Sono 12 racconti quelli presenti in Dreams dove parli degli ultimi e dei dimenticati. Gli sfruttati sul lavoro, i migranti, le “lucciole” che illuminano la sera come in “Via Togliatti”…

Mi viene naturale raccontare le storie e le vite degli emarginati, degli sfruttati, degli invisibili, come ad esempio di chi vive e lavora in questo Paese ma non gli viene riconosciuto uno stabile permesso di soggiorno e conduce una vita da clandestino, oppure di chi, pur nato in Italia, non è considerato cittadino italiano perché figlio di migranti.

Nella canzone “L’obiettore”, che chiude l’album,  cito il titolo di una canzone di Pietro Gori del 1895 “Nostra patria è il mondo intero”, perché trovo assurdo che ancora oggi ci si chiuda dentro a confini o si costruiscano muri per impedire che si insegua il sogno di una vita migliore, quando anche la peggiore delle nostre vite a qualcuno può sembrare migliore della propria.

Al di là dei confini c’è un’umanità che reclama attenzione alle proprie sofferenze ed io non voglio limitarmi a raccontare le difficoltà di queste vite, cerco di tracciare una strada che porti al riscatto sociale, alla conquista del diritto alla felicità. In “Via Togliatti”, che hai citato, i migranti si vestono a festa e vengono a mostrarci le ferite della loro miseria, perché la fame è una cosa seria e non può essere liquidata come un’ineluttabile fatalità.

Nelle 12 canzoni che compongono “Dreams” c’è poi spazio anche per l’amore, raccontato in “Un incanto di sguardi e sospiri”, per una storia familiare come in “Rosa del Borgo”, c’è l’antifascismo ironico di “Caccole e coccole”, la denuncia dell’ostentazione di simboli sacri di “Vasate ‘a croce”, oppure “Le strade di Genova” dove si parla di Carlo Giuliani e di Don Andrea Gallo, ed infine la coerenza di chi, a distanza di tanti anni, continua ad essere “Sulla strada” per combattere le ingiustizie sociali e costruire una società che offra opportunità a tutti.

– Dreams è un ALBUM molto curato, lo scriviamo in maiuscolo perché ha il sapore e lo spessore delle opere come si facevano un tempo. Strutturato, confezionato ed arrangiato musicalmente con tanta attenzione. Quanto è difficile produrre in autonomia un ALBUM di questa fattura e pregio?

Ti ringrazio per i complimenti che mi fanno molto piacere. Dietro “Dreams” c’è molto lavoro e impegno, ma anche fortunate casualità senza le quali tutto sarebbe stato più difficile e forse con risultati meno apprezzabili. Ho avuto la fortuna di collaborare con musicisti che con grande sensibilità hanno messo le loro qualità artistiche al servizio del progetto, interpretando le mie idee, elaborandole e realizzandole con la massima attenzione, senza mai forzare la mano per imporre gusti personali. Voglio citare innanzitutto i 3 musicisti che hanno arrangiato il disco: Maurizio Pizzardi, che ha anche suonato le chitarre, Filippo Saccucci, basso e computer programming, e Gian Paolo Vedele, keyboards e piano. Con Maurizio ci conosciamo dai tempi di “Frasi di vita”, poi ci siamo persi di vista per quarant’anni e ritrovati a ridosso di questo lavoro. Con Gian Paolo abbiamo iniziato, tre anni fa, a prendere appunti registrando le canzoni nella versione piano e voce e tramite lui ho conosciuto Filippo. Nella sua “cantina ribelle” di Roma abbiamo registrato gran parte del disco. Lasciami citare poi Desirée Infascelli, fisarmonicista di grande bravura e sensibilità. E poi ancora i fiati di Attilio Marzoli, il violino di Alessandro Vece, la voce di Awa Koundoul, di cui ho già parlato prima, e tanti altri che non cito per il timore di dimenticare qualcuno. Un disco corale di grande impatto. Produrre in autonomia un lavoro così è impegnativo anche dal punto di vista economico e il crowdfunding è venuto in soccorso solo in minima parte. Però, visto il risultato, devo dire che ne è valsa la pena.

– E quanto è difficile proporre nell’attuale panorama musicale, un prodotto di valore e culturalmente rilevante?

Molto difficile. Ho provato ad inviare ad alcune etichette le tracce definitive, chi mi ha risposto mi ha detto che pur apprezzando il lavoro sono disposti ad investire solo su chi abbia già un pubblico consolidato soprattutto sui social. E’ un po’ come quando ti metti in cerca di una prima occupazione e ti rispondono che vogliono gente esperta: se non mi fai lavorare come l’accumulo l’esperienza? Non basta, quindi, aver realizzato un bel disco, la parte più difficile viene ora, perché non è facile suscitare interesse intorno al progetto musicale di uno sconosciuto sessantatreenne. A mio parere questo è un disco destinato a durare nel tempo, mentre oggi si tende a bruciare i tempi con la voracità tipica del consumismo. “Dreams” non annoia, è musicalmente vario, passando dalla ballad alla musica balcanica, dal rock al latino americano, fino a citare il cabaret teatrale e politico. E’ un disco che fa pensare ma anche sorridere, insomma, un antidoto all’omologazione dei gusti musicali.

– Quali sono i tuoi punti di riferimento musicali? Che musica ascolti e a chi ti ispiri per realizzare la tua musica? 

I nomi che hai citato prima sono sicuramente alcuni dei miei riferimenti musicali. Negli anni del liceo ascoltavo soprattutto De André, Guccini e Lolli. Nel periodo successivo ho apprezzato molto Gaber e il suo teatro canzone. Sicuramente non posso non citare Bob Dylan e poi Tom Waits e Bruce Springsteen. Per quanto riguarda il cabaret voglio ricordare i Gufi, che andrebbero recuperati alla memoria collettiva. Della canzone d’autore di oggi mi piace segnalare Brunori Sas e tra i giovanissimi Fulminacci. Però fare un elenco di nomi diventa veramente difficile perché ne rimangono fuori tanti. Quando scrivo non mi ispiro a nessuno in particolare, però capisco che sia facile cadere nella trappola del “questa canzone ricorda lo stile di…”, succede anche a me con gli altri, però quando si compone una canzone non si ha in testa niente e nessuno se non la storia che si vuole raccontare. Poi è ovvio che il bagaglio che si è accumulato nel tempo in qualche modo torna.

– In conclusione, parlaci dei tuoi progetti futuri. Cosa bolle in pentola?

Per ora voglio concentrarmi su “Dreams” e sulla possibilità di farlo ascoltare. In autunno, se l’emergenza sanitaria lo permetterà, mi piacerebbe presentare il disco dal vivo, magari in una formazione ridotta. Nel frattempo sto continuando a scrivere altre canzoni, perché i sogni non si fermano, fanno parte della nostra vita ed è bene continuare a sognare fino alla fine.

Intervista a cura della Redazione