CULTURA Psicologia e Sociologia

Cambiare le parole per cambiare le cose?

Auspici preliminari per una terapia pragmatica della cultura e del linguaggio

“Il mio mestiere è scrivere. Tutto qui. Sentir parlare dei miei libri non mi interessa. Dopotutto il linguaggio non serve più a niente in questo mondo… serve agli interrogatori di polizia”
(Lo scrittore Onoff – J. Depardieu – nel film “Una pura formalità” di Giuseppe Tornatore, 1994)

Premessa: la Jihād

All’epoca in cui lavoravo come Consultant (Primario) al Royal Free Hospital di Londra fu ricoverato in regime coatto (Section 2 MHA nella legislazione anglosassone, l’equivalente del Trattamento Sanitario Obbligatorio in Italia) un giovane studente musulmano, affetto da quella che la nosologia definirebbe una grave forma di schizofrenia ebefrenica. La forma ebefrenica o psicosi della giovinezza è tipicamente caratterizzata da comportamenti e discorsi confusionali e incoerenti. Eppure durante uno dei nostri lunghi colloqui ebbe a spiegarmi che “Jihād, parola araba (ab)usata dai media che significa “esercitare il massimo sforzo connota un ampio spettro di significati, il cui principale sarebbe la lotta interiore spirituale per l’integrazione degli aspetti ombra della personalità piuttosto che ad una violenta guerra santa. E che in qualche modo – mi fece capire – un simile conflitto si stava combattendo nella sua psiche fatta di angoscia e frammentazione”.

La corrida

Quello stesso anno mi capitò di assistere ad una corrida, a Malaga, un tipo di tauromachia inutilmente brutale secondo le associazioni animaliste. Mi sono chiesto se l’origine di questa pratica non sia da ricercare nel mitraismo o mithraismo, un’antica religione ellenistica, basata sul culto di un dio chiamato Meithras che apparentemente deriva dal dio persiano Mitra e da altre divinità dello zoroastrismo. In ogni tempio mitraico, il posto d’onore era occupato da una rappresentazione del dio Mitra, in genere raffigurato nell’atto di uccidere un toro sacro, (tauroctonia): questa scena rappresenterebbe un episodio mitologico, più che un sacrificio animale. Anche nelle antiche comunità con riti Dionisiaci si sacrificava un toro facendolo a pezzi e mangiando le sue carni e bevendo il suo sangue.

Jacobi

Dice la Jacobi: “Le più astratte relazioni, situazioni o idee di natura archetipica e mitologica sono visualizzate dalla psiche come immagini, forme, figure… È stata questa capacità umana di formare immagini che ha dato all’archetipo del conflitto fra luce e tenebre o bene e male, la forma della lotta dell’eroe contro il drago (o il toro nel nostro caso), o ha tradotto l’archetipo della morte e rinascita in immagini della vita dell’eroe o nel simbolo del labirinto e in genere ha creato lo sconfinato regno dei miti, dei racconti, delle fiabe, dei poemi epici, delle ballate, dei drammi…”

 Campbell

Per ciò che riguarda il mito scrive Joseph Campbell: “La mitologia è stata interpretata come uno sforzo primitivo e maldestro di spiegare il mondo della natura, come un prodotto della fantasia poetica, dei tempi preistorici, come una raccolta di insegnamenti allegorici per uniformare l’individuo al suo gruppo, come un sogno collettivo sintomatico delle aspirazioni archetipiche delle profondità della psiche”.

Jung

Jung presuppone l’irriducibilità del simbolo a segno e quindi si può affermare che, nella schizofrenia, si assiste a un ipersimbolismo. Si potrebbe anche dire che, nella schizofrenia, l’attivazione di un archetipo determina la tendenza ad attribuire un certo significato anche nei casi, in cui una coscienza normale riconoscerebbe puramente un segno e che, parallelamente, vi è una perdita della capacità di usare i simboli comuni e sociali. Nel mondo schizofrenico si osserva un’abnorme diffusione del simbolismo, ma il paziente non comprende il simbolo, che resta dissociato dal suo lo e agisce come corpo estraneo, come frammento autonomo, che si manifesta come idea delirante, allucinazione, etc.

E’ dunque possibile postulare alla luce di queste considerazioni che (ad esempio) la corrida sia un fenomeno di psicosi collettiva che nasce dalla mancata simbolizzazione di un archetipo?

Come nel caso del drago in ultima analisi, qualunque realtà sia all’origine del mito, ai più apparirà senza dubbio più realistico dire che il mito si basa sempre su un’istanza umana, una necessità non cruenta di produzione della mente.

Jodorowsky

Nel suo “Psicomagia” durante una intervista Alejandro Jodorowsky dice: “il linguaggio è prima di tutto una attività del corpo, è in consonanza con la natura del sistema nervoso. Dal mio punto di vista, dobbiamo essere in grado di produrre un linguaggio bello e poetico. Un linguaggio sano. Le cosiddette malattie mentali, come quelle fisiche, si riverberano nel modo di parlare. Ci sono parole dementi, malate, tubercolotiche o tumorali; parole che non sono naturali, ma violente e criminali. La malattia e il linguaggio malato si influenzano reciprocamente e risultano distruttivi. Attraverso il linguaggio, inoltre, ci trasmettiamo malattie a vicenda e raggiungiamo livelli di coscienza inferiori. I livelli di coscienza del linguaggio coincidono con quelli dell’essere umano. Come il corpo umano è andato trasformandosi, così ha fatto la lingua. Se facciamo uso di un vocabolario malato che non è il nostro, ci logorerà a poco a poco”.

Jodorowsky si spinge al punto di fare alcuni esempi di espressioni che dovrebbero essere cambiate per essere intellettualmente “corrette”:

Mai con assai poche volte.

Sempre con spesso.

Infinito con estensione sconosciuta.

Eterno con dal termine impensabile.

Dammi con permettimi di prendere.

Il mio con ciò che adesso possiedo.

Mia moglie con la persona con la quale giorno per giorno condivido la vita.

Morire con cambiare forma.

E suggerisce definizioni che rompono con quelle esistenti:

Felicità è essere ogni giorno meno angosciato.

Decisione è essere ogni giorno meno confuso.

Intelligenza è essere sempre meno stupido.

Coraggio è essere ogni giorno meno codardo.

E continua: “stiamo pensando male, ecco perché dobbiamo sostituire il nostro linguaggio”:

Inizio con continuazione di.

Bella giornata con oggi mi sento bene.

Fallire con cambiare attività.

Sono colpevole con sono responsabile.

Il sacrificio invece del fare sacro

Spesso nell’antichità classica il rito sacrificale comportava l’uccisione di un animale: ciò ben poteva simbolizzare la scomparsa di un aspetto «inferiore» della personalità. Alcune parti della vittima, cotte, costituivano la base del successivo banchetto, mentre altre parti erano bruciate in offerta al Dio. Come dire che l’animale ucciso, dopo aver subito una trasformazione col fuoco che lo rendesse commestibile, veniva incorporato dai partecipanti (integrazione di parti dell’ombra) a un rito, il cui fine era quello di stabilire un contatto col divino (il sol niger, il divino oscuro).

Oggi si parla di sacrificio in maniera distorta. Invece di rendere omaggio agli dei (interiori, quelli che secondo Hillman se non onorati, riconosciuti, diventano sintomi), si intende “sopportare, sottomettersi” ai nuovi dei: la crisi, il denaro, la prepotenza, il sopruso etc. Cosa ha a che vedere la forzata rinuncia imposta dalle circostanze avverse con il compiere azioni sacre? La successiva evoluzione del simbolo del sacrificio in epoca cristiana vede la scomparsa dell’animale come presenza concreta e della sua fisica uccisione sull’altare. Nella messa cattolica, la vittima è lo stesso «Figlio dell’Uomo», realmente presente ad ogni ripetizione del cosiddetto sacrificio nel pane e nel vino. Il che, travisato, produce un alibi a chiunque crede di fare sacro agendo per così dire, da vittima. Il pane e il vino nello stato borghese (e cattolico) sono farmaci tranquillanti con letali effetti collaterali.

Buoni propositi

Il nostro scopo iniziale come terapeuti potrebbe dunque essere:

  1. Utilizzare la psicologia alchemica e archetipica come terapia della cultura, analizzandone il linguaggio e i concetti che, come dice Hillman sono scomparsi dalla comunicazione di massa;
  2. Spiegare le nevrosi e le psicosi individuali in termini di psicologia alchemica e psicologia archetipica e postulare una mediazione tra l’attuale positivismo scientifico/nosografico categoriale e l’approccio hillmaniano;
  3. Tentare di comprendere quando nei confronti del mondo interno di un individuo o di una collettività vi è un’inversione dei normali rapporti fra conscio e inconscio.

Epilogo

Termino con una citazione da “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”, la testimonianza di otto anni di lavoro di Pëtr Dem’janovič Uspenskij, filosofo russo, come discepolo del mistico armeno Georges Ivanovič Gurdjieff: ogni ramo della scienza cerca di elaborare e stabilire un linguaggio esatto per se stesso. Non vi è però un linguaggio universale. Per una comprensione esatta è necessario un linguaggio esatto. Questo nuovo linguaggio si basa sul principio della relatività; vale a dire che introduce la relatività in tutti i concetti e perciò rende possibile un’accurata determinazione dell’angolatura di pensiero – rendendo possibile stabilire immediatamente ciò che si sta dicendo, da quale punto di vista ed in relazione a che cosa. In questo nuovo linguaggio, tutte le idee sono concentrate attorno ad una sola idea. Quest’idea centrale è l’idea di evoluzione… e l’evoluzione dell’uomo è l’evoluzione della sua coscienza.

Massimo Lanzaro