Emoticon ed emoji, l’altra faccia delle emozioni – Il Quorum
Psicologia e Sociologia

Emoticon ed emoji, l’altra faccia delle emozioni

La scrittura 2.0 passa sempre più attraverso immagini codificate che riproducono oggetti della realtà ed espressioni facciali

In principio furono i graffiti: poi vennero i geroglifici e i murales; infine, approdarono le emoticon e le emoji.

Disegni al posto delle parole, la scrittura 2.0 passa sempre più attraverso immagini codificate che riproducono oggetti della realtà ed espressioni facciali, meglio conosciute come emojii ed emoticon.

Difficile imbattersi in uno scritto digitale – un sms, un dialogo in chat, un’e-mail – che non contenga almeno uno smile giallo o un disegnino colorato; la mania delle “faccine” e delle piccole immagini sembra aver contagiato tutti, senza distinzioni di classe sociale, di sesso e di età (perlomeno fra coloro che hanno dimestichezza con la tecnologia).

I dati più recenti rivelano che, giapponesi a parte, per i quali le emoticon e le emoji sono parte integrante delle comunicazioni scritte da tempo, i più attivi in fatto di disegni e faccine sono i finlandesi, seguiti dai francesi e dagli inglesi; gli italiani si piazzano al quinto posto, dopo i tedeschi.

Come facilmente immaginabile, ogni paese ha i suoi “graffiti moderni” preferiti: gli italiani usano prevalentemente le faccine, con particolare predilezione per quelle felici (le più usate al mondo), quelle tristi e quelle spaventate, oltre ai baci e ai gesti delle mani, mentre i francesi utilizzano soprattutto i cuoricini e gli australiani le emoji violente. Gli americani, invece, fanno ampio uso dei disegni, con un occhio di riguardo per quelli afferenti all’universo LGBT.

La diffusione su scala mondiale di emoticon ed emoji è avvenuta fra gli anni 2011-2013 grazie al loro inserimento nella tastiera dei dispositivi IOS e Android, nonché grazie all’inserimento delle medesime all’interno dei principali social network.

La geniale invenzione degli smile e dei pittogrammi si deve al giapponese Shigetaka Kurita, che li creò per DocoMo allo scopo di permettere l’invio di pittogrammi fra cellulari.

Tecnicamente, le emoticon constano in combinazioni di caratteri testuali, mentre le emoji consistono in simboli pittografici; la ragione del successo su larga scala di entrambe è piuttosto intuitiva e risiede nella circostanza che le stesse consentono di esprimere in maniera veloce ed efficace le emozioni, i sentimenti e gli stati d’animo, sia positivi sia negativi, nonché di sdrammatizzare comunicazioni dal contenuto “pesante” e di porre enfasi su determinate parti del testo.

Facili da usare, gratuite, efficienti, innumerevoli (se ne creano sempre delle nuove, le ultime uscite prevedono cinque tonalità di colore della pelle), gradevoli alla vista, le emoji e le emoticon, per l’invenzione delle quali nientemeno che il Presidente degli Stati Uniti ha ringraziato il Giappone, appaiono del tutto innocue e il loro uso privo di effetti collaterali.

Eppure è evidente come il frequente ricorso ai pittogrammi in loco delle parole non possa essere considerato un modus operandi scevro di conseguenze: impiegando i disegni al posto dei lemmi si tende a semplificare ulteriormente un testo nella maggioranza dei casi già di per sé breve, andando indirettamente a incidere negativamente sulla capacità individuale di redazione di uno scritto sintatticamente complesso, e si perde un po’ la capacità di rendere per iscritto i moti dell’anima. Anziché un arricchimento e un abbellimento, le emoticon e le emoji finiscono con l’essere qualcosa che impoverisce la scrittura.

Andrebbero dosate con moderazione, insomma, in modo da non contribuire a renderci inabili a manifestare le nostre emozioni con le parole.

“L’emozione non ha voce”, cantava il Molleggiato in uno dei suoi pezzi più amati: facciamo in modo che non abbia, al posto della voce, solo una faccina. 😉

Dalila Giglio