“L’arte del comando: l’eredità di Augusto” all’Ara Pacis – Il Quorum
Arte

“L’arte del comando: l’eredità di Augusto” all’Ara Pacis

In mostra dal 25 Aprile al 7 Settembre a Roma

Dal 25 Aprile al 7 Settembre l’Urbe torna a essere un impero. Non stiamo parlando di nessun ribaltamento politico, ma del ritorno del princeps Ottaviano Augusto, all’interno della mostra “L’arte del comando. L’eredità di Augusto”, in esposizione al Museo dell’Ara Pacis, l’altare costruito in antichità sulla pianura di Campo Marzio in onore della dea Pace romana proprio dal discendente della gens Iulia di Enea, il personaggio mitico le cui gesta vennero decantate da Virgilio. La mostra, suddivisa in 12 sezioni differenti per epoche diverse, descrive come la propaganda e le linee di condotta culturali, le due strategie politiche più forti adottate da Augusto, abbiano ispirato i più grandi capi di governo della Storia. Sono esposti sculture, dipinti, mosaici, artefatti antichi arrivati dai più disparati Musei e Gallerie d’Italia o della capitale stessa.

Si inizia mettendo subito in risalto la fine abilità politica del parente di Caio Giulio Cesare: attraverso la commissione di alcune opere, prima fra tutte l’Eneide, Ottaviano riesce a far risalire le origini di Roma e della sua stessa famiglia al mito dell’eroe troiano, divinizzando così la sua figura e la sue pretesa al trono. La venerazione dell’immagine augustea è tale che quel periodo storico viene ricordato come “età dell’oro”, in quanto caratterizzato da pace e prosperità. Ad ampliare la leggenda ci pensano le parole della Sibilla Cumana, membro di un ordine religioso greco-romano, la quale profetizza la gloria di un “imperium sine fine” a tutti i discendenti di Enea. Non ci vuole molto perché il primo tra tanti potenti di varie epoche utilizzi la profezia come strumento di legittimazione dinastica: Carlo Magno, capo del Sacro Romano Impero, seguito tempo dopo dai teutonici Hohenstaufen e dal loro rappresentante più celebre, Federico II di Svevia.

Si passa all’epoca rinascimentale, e, come in precedenza, anche in quest’epoca di “rinascita” il rifacimento agli ideali augustei è considerato fondamentale: Lorenzo de’ Medici, a Firenze, li sfrutterà per attuare la sua famigerata politica mecenatista; nell’Orlando Furioso, Ariosto eleva gli Estensi di Ferrara a divini discendenti di eneide stirpe; le sfumature augustee coinvolgono altri monarchi europei: dalla Francia di Carlo V d’Asburgo fino al Re Sole, dalle steppe russe poste sotto l’occhio di Ivan il Terribile ai grigi cieli inglesi della Regina Elisabetta. Ma la Storia scorre in fretta, quasi non ce ne accorgiamo, e siamo già di fronte alla sezione dedicata a Napoleone, autoproclamatosi Imperatore d’Italia e di Francia, che vara il suo codice legislativo e compie significative azioni di rinnovamento. Si arriva così al finale della rassegna, ed è inevitabile parlare di Benito Mussolini e di quel culto della “romanità” (nello specifico, proprio l’epoca di Ottaviano) che sempre ha contraddistinto le idee e il periodo fascista.

L’esposizione termina con un intelligente intrattenimento: le “Note Augustae”, alcune delle più significative composizioni musicali mai scritte che trattano i temi affrontati durante l’esibizione. L’occasione è ghiotta per ascoltare il Dido and Aeneas di Henry Purcell, ritenuto il più grande compositore inglese di sempre, o le sonorità barocche del Dardanus di Jean-Philippe Rameau, fino alla frizzante Destati Lidia mia del nostrano Francesco Gasparini.

Daniele Drago