“Il racconto dei racconti”: quando il messaggio simbolico incontra l’alta narrativa – Il Quorum
Cinema

“Il racconto dei racconti”: quando il messaggio simbolico incontra l’alta narrativa

“Il racconto dei racconti”, candidato ai David tra i miglior film dell’anno e sei statuette vinte, ha un compito simbolico e narrativo molto alto…

Ai David di Donatello, “Il racconto dei racconti“, il film diretto e adattato da Matteo Garrone con Edoardo Albinati, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, ha ottenuto sei statuette: miglior regista, fotografo, scenografo, costumista, truccatore e acconciatore. Ma al di là dell’apparato puramente tecnico, “Il racconto dei racconti” ha un compito simbolico e narrativo molto alto. Intanto, per vederlo bisogna prepararsi ad entrare in un mondo fantastico, un universo che ci ricorda quello dell’infanzia, quando i nostri genitori ci raccontavano le favole prima di andare a dormire. Orchi, fate, streghe, castelli, principesse, re e regine popolavano la nostra immaginazione, le stesse figure che si vedono sullo schermo per tutta la durata del film; reso autentico dai costumi, dalle location e dalle scenografie utilizzate (ecco il perché delle statuette).

Quello narrato è il mondo descritto dal napoletano Giambattista Basile agli inizi del Seicento, il quale raccolse in un volume cinquanta fiabe dell’antica tradizione orale popolare. Si tratta di “Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille“, nota anche con il titolo di “Pentamerone“, ed è la più antica del genere fiabesco, anzi diciamo che lo ha proprio creato. Dal capolavoro di Basile hanno attinto autori europei quali Charles Perrault, i fratelli Grimm e Hans Christian Andersen. Favole famosissime come “Cenerentola“, “Il gatto con gli stivali” e “La bella addormentata nel bosco” sono state tratte dal “Cunto de li cunti“, che pubblicato postumo tra il 1634 e il 1636 dalla sorella di Basile, cadde presto nel dimenticatoio.

Garrone, che ha il merito di averlo riportato all’attenzione del grande pubblico (prima era appannaggio soltanto di pochi studiosi o di chi era interessato all’argomento) per realizzarlo ha dovuto fare sforzi enormi, sia dal punto di vista economico (è stato costretto a chiedere i finanziamenti alle banche estere, perché quelle italiane non glieli hanno concessi), sia da quello narrativo e scenografico.

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Non è stato facile per lui e gli sceneggiatori scegliere quali delle cinquanta storie raccontare. Alla fine hanno deciso per tre di esse (La regina, La pulce, Le due vecchie) in cui sono protagoniste le donne, colte in tre fasi diverse della vita: una giovane principessa, una madre troppo attaccata a suo figlio, una vecchia povera ed ingenua.

Il film  si apre con la storia della regina di Selvascura, interpretata da Salma Hayek, ossessionata dall’idea di voler avere un figlio. Una notte, un negromante suggerisce a lei e al marito di far uccidere un drago marino: mangiando il cuore della bestia, cotto da una vergine, la regina sarebbe rimasta incinta. E così avviene. Ma anche la sguattera che ha preparato il pasto, aspirando i vapori della pentola, ha lo stesso effetto. Si ritrova ad aspettare un bambino che, una volta nato, si scopre essere identico a quello della nobildonna. I due bambini crescono come gemelli molto legati tra loro, ma la regina, gelosa in modo viscerale del figlio, li farà allontanare.

L’altra storia parla del lussurioso re di Roccaforte (Vincent Cassel) che, sempre alla ricerca di nuove prede, s’invaghisce di una voce di donna che sente dall’alto del suo castello. Pensando che si tratti di un bellissima ragazza, la va a cercare nella poverissima casa dove l’ha vista entrare. In realtà non si tratta di una giovane, ma di una vecchia lavandaia che, pensando di approfittare dell’infatuazione del sovrano, escogita un trucco per trarlo in inganno. Una fata l’aiuterà nel suo intento.

La terza protagonista del film è Viola (Bebe Cave), la figlia del re di Altomonte (Toby Jones). In età da marito, chiede al padre di farle conoscere un pretendente. Curiosa di conoscere il mondo, vuole sposarsi per lasciare il castello. Il sovrano, che vuole trattenere la figlia al suo fianco, propone ai probabili futuri sposi un indovinello irrisolvibile. Ed infatti, nessuno riesce ad indovinare il quesito posto, tranne un orco. L’editto del re non ammette deroghe e così Viola, al colmo della disperazione, sarà costretta a partire con il mostro. Il libro di Basile è ambientato in Basilicata e in Campania, Garrone invece ha ambientato il film in location altamente evocative, come Castel del Monte e le gole di Alcantara, utilizzando scenografie dalla vegetazione lussureggiante, rocce e acqua.

I colori usati per i costumi consistono in tutte le variazioni del rosso, del verde e del bianco. Una bellissima e valida trasposizione che apre le porte dell’universo magico e alchemico, al quale Giambattista Basile era probabilmente appartenuto, anche soltanto come messaggero, e la cui opera è pregna. Effettuando una piccola indagine si scopre che l’autore apparteneva all’Accademia degli Oziosi, fondata nientemeno che dal napoletano Giambattista Della Porta, scienziato, filosofo, alchimista, commediografo, già noto per l’aver creato l’Accademia dei Segreti, fatta chiudere dall’Inquisizione perché sospettata di occuparsi di argomenti occulti. Inoltre, i racconti non erano destinati ai bambini, nonostante il titolo li menzionasse, era bensì formulato per un pubblico adulto e pensato per essere rappresentato nelle corti di quel periodo.

I temi dominanti sono la trasformazione, anche fisica, dei protagonisti e il viaggio che li inserisce in una realtà dinamica e in continua evoluzione. Un percorso, un’esperienza di crescita o meglio un processo di liberazione spirituale come trasmutazione alchemica. Tutti, prima del termine di ogni racconto cambiano sempre la propria condizione, il proprio status. Passano dalla povertà alla ricchezza, dalla solitudine al matrimonio, dalla bruttezza alla bellezza. Lo stesso ritroviamo nel film di Garrone che ammette di “aver lasciato intatti i temi e i sentimenti fondamentali del libro“. Il regista ha sempre dimostrato un interesse profondo verso le possibilità di trasformazione dell’essere umano sia fisica che psicologica nei suoi lavori precedenti. Si ricordano “Primo amore“, in cui la protagonista diventa anoressica per piacere al suo uomo, e “Reality“, nel quale un pescivendolo viene risucchiato dal vortice dell’universo fantastico della sua follia.

Garrone, neanche a dirlo, mentre era alle prese con la sceneggiatura di questo film, stava leggendo le “Metamorfosi” di Ovidio. Con il suo cinema, ci regala l’esperienza di entrare in un nuovo Umanesimo, ben accolto da molti, stufi di tanta banalità.

Clara Martinelli