Letteratura

Romanzi Paralleli

Se questo è un uomo di Primo Levi e Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino. Ad accomunare questi due romanzi vi è la data di pubblicazione, il 1947, lo sfondo storico in cui agiscono i personaggi, gli scenari della Seconda Guerra Mondiale…

“Ogni dolore può essere sopportato se lo si narra o se ne fa una storia”.
Karen Blixen

Il 1947 fu un anno storicamente importante, l’Italia recava ancora i segni di una guerra che la conculcò con i suoi piedi di bronzo.

Le mura, le strade e i volti erano ancora provati dal flagello appena passato. La sofferenza e la povertà di un popolo si leggevano sulle mura sghembe e sdentate di case abbattute dal piombo degli alleati. Nelle periferie contadine si respirava l’odore acre del sangue, mescolato alla polvere di vie sconnesse e martoriate. Era un’Italia agreste che tentava di rialzarsi a suon di strattoni e che aveva già nel mirino il “miracolo economico”.

Nel ’46 divenne una Repubblica e alla fine del ’47 fu promulgata la Costituzione della Repubblica Italiana. In questo ribollire vorticoso di eventi la letteratura ebbe un ruolo importante.

Dopo ogni tragedia collettiva, o privata, nella letteratura si può trovare il veicolo adeguato per testimoniare e mitigare il dolore sino alla consolazione. Raccontandolo, narrandolo, magari facendone una storia lo si sopporta meglio.

In questo saggio vorrei focalizzare l’attenzione su due opere divenute capitali nella letteratura italiana del Novecento: Se questo è un uomo di Primo Levi e Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino. Ad accomunare questi due romanzi vi è la data di pubblicazione, il 1947, lo sfondo storico in cui agiscono i personaggi, gli scenari della Seconda Guerra Mondiale e, da ultimo, l’alfa e l’omega di tutto il conflitto: i campi di concentramento e la Resistenza.

Primo Levi e Italo Calvino non si frequentarono molto: si conobbero, si piacquero, appartenevano alla stessa generazione, quella che attraversò l’orrore più inconsolabile e l’abiezione più profonda. Entrambi baciati dal talento della scrittura.

Levi fu un narratore della storia, oltre che un chimico, e il suo vissuto rappresentò quello di molti, Calvino un romanziere dotato di grande fantasia e creatività. La parabola della loro vita si concluse prematuramente prima dei settant’anni. Levi – dopo aver conosciuto il dolore, la crudeltà, l’universo di sopraffazione della prigionia nazista e avercene lasciato testimonianza – nel 1987 si suicidò a Torino, la città in cui nacque. Calvino – dopo aver scritto romanzi, racconti tra i più belli della nostra letteratura, novelle, favole e saggi – si spense improvvisamente nel 1985. Entrambi hanno lasciato un vuoto difficilmente colmabile nella nostra cultura, erano scrittori di razza e come loro ne nascono pochi in un secolo.

L’opera prima di Levi, Se questo è un uomo, è insieme un libro di ricordi e un eccezionale documento storico su una delle più grandi infamie di cui si sia macchiata la “civiltà” del nostro secolo. E’ il vivido resoconto di una esperienza personale dell’autore: la deportazione in un lager di Auschwitz (febbraio 1944 – gennaio 1945). Una meditazione sul comportamento dell’uomo osservato in una condizione estrema, di assoluta miseria, pusillanimità e ferocia.

Non è un libro mosso da sentimenti di vendetta, come si potrebbe intendere, ma un libro di formazione. Dove l’intento fu quello di dare forma ad una esperienza atroce, perché nessuno possa dimenticare gli orrori in cui può precipitare l’uomo.

Lo stesso Levi spiegò che il libro “è nato fin dai giorni del lager per il bisogno irrinunciabile di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi” ed “è stato scritto per soddisfare a questo bisognoin primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore”. Vi sono descritti i giorni nel loro succedersi allucinante, uguale e tuttavia imprevedibile, segnati dalla fame, dal freddo, dalla fatica, dalla paura, che ottundono lo spirito, confondono il bene e il male, spossano i corpi fino al cedimento e alla malattia, occasione questa per selezioni micidiali da parte dei nazisti, per far posto agli ultimi arrivati.

Nella vicenda collettiva si staglia quella dell’autore, della sua umiliazione e insieme della sua resistenza “non ideologica o politica, ma semplicemente, assolutamente umana” (G. Pampaloni), favorita da “una condizione di spirito eccezionalmente viva” e da “un desiderio intenso di capire”, che insieme ad altre fortunate circostanze, lo aiutò a salvarsi.

Vorrei ora citare il brano con cui Levi descrive l’arrivo al campo di concentramento, il passo è estratto dal secondo capitolo del romanzo, Sul fondo: “Il viaggio non durò che una ventina di minuti. Poi l’autocarro si è fermato, e si è vista una grande porta, e sopra una scritta vivamente illuminata (il suo ricordo ancora mi percuote nei sogni): ARBEIT MACHT FREI, il lavoro rende liberi. Siamo scesi, ci hanno fatti entrare in una camera vasta e nuda, debolmente riscaldata. Che sete abbiamo! Il debole fruscio dell’acqua nei radiatori ci rende feroci: sono quattro giorni che non beviamo. Eppure c’è un rubinetto: sopra un cartello, che dice che è proibito bere perché l’acqua è inquinata. Sciocchezze, a me pare ovvio che il cartello è una beffa, “essi” sanno che noi moriamo di sete, e ci mettono in una camera e c’è un rubinetto dal quale è proibito bere. Io bevo, e incito i compagni a farlo; ma devo sputare, l’acqua è tiepida e dolciastra, ha odore di palude. Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti. Qualcuno si siede per terra. Il tempo passa goccia a goccia”.

Aveva ventitré anni Italo Calvino quando scrisse e pubblicò Il sentiero dei nidi di ragnole vicende della Resistenza, oggetto del romanzo si erano appena concluse; esaltarle e idealizzarle con toni celebrativi poteva essere una tentazione naturale, ma Calvino evitò di farlo, come lui stesso spiegò nell’importante Prefazione del 1964 alla nuova edizione del libro: “Inventai una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, ai suoi eroismi e sacrifici, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l’aspro sapore, il ritmo”. 

L’esplosione letteraria di quegli anni in Italia fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo.

I ragazzi come Calvino avevano vissuto la guerra, anche se molto giovani: “Avevamo fatto appena in tempo a fare il partigiano”, era solito ricordare.

Tutta la letteratura della Resistenza nacque dall’esigenza di manifestare un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero. E Calvino ricomincia da zero con il suo primo romanzo, che ha come argomento le vicende di un malconcio distaccamento partigiano che opera sulle montagne della Liguria occidentale. Nell’opera Calvino proietta se stesso, giovane partigiano delle brigate Garibaldi. Il punto di vista della narrazione è quello del tutto antieroico di un bambino, Pin, suo malgrado inserito in un ambiente di adulti regolato dai crudeli rapporti dei tempi di guerra.

Il bambino, nel corso della storia, cerca di trovare degli appigli per sopravvivere e cavarsela, tenta di relazionarsi con il difficile mondo degli adulti in guerra. Mettendo da parte l’esegesi vorrei, come per il romanzo precedente, riportare un passo molto bello e toccante.

Si tratta di una riflessione, un monologo interiore di Kim. Dobbiamo immaginare che questi ragazzi affrontavano il pericolo della morte ogni giorno: “Io invece cammino per un bosco di larici e ogni mio passo è storia; io penso: ti amo, Adriana, e questo è storia, ha grandi conseguenze, io agirò domani in battaglia come un uomo che ha pensato stanotte: “ti amo, Adriana”. Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano. Certo io potrei adesso invece di fantasticare come facevo da bambino, studiare mentalmente i particolari dell’attacco, la disposizione delle armi e delle squadre. Ma mi piace troppo continuare a pensare a quegli uomini, a studiarli, a fare delle scoperte su di loro. Riconosceranno nell’Italia del dopoguerra qualcosa fatta da loro? Capiranno il sistema che si dovrà usare allora per continuare la nostra lotta, la lunga lotta sempre diversa del riscatto umano? …Ci sarà invece chi continuerà col suo furore anonimo, ritornato individualista, e perciò sterile: cadrà nella delinquenza, la grande macchina dai furori perduti, dimenticherà che la storia gli ha camminato al fianco, un giorno, ha respirato attraverso i suoi denti serrati. Gli ex fascisti diranno: i partigiani! Ve lo dicevo io! Io l’ho capito subito! E non avranno capito niente, né prima, né dopo”.

Giuseppe Cetorelli