Letteratura

La Via Lattea: tra poesia e scienza

La Via Lattea è stata sempre fonte d’ispirazione per poeti e scienziati, Da Leopardi a Dante in molti hanno raccontato le bellezze del cielo nelle loro opere

Grazie ad un numeroso gruppo di astronomi formato da ricercatori dell'Australian National University, dell'Università di Cambridge e del Warsaw University Observatory di Varsavia, sono state scoperte alcune delle stelle più anziane della Via Lattea.

La pubblicazione dello studio è avvenuta su Nature e da oggi sarà più facile comprendere le fasi e lo studio della vita di alcuni astri che appartengono alla prima generazione stellare della nostra galassia.

Lo studio della Via Lattea non ha portato solo a grandiose scoperte astronomiche, da sempre l'osservazione della nostra porzione di cielo ha permesso a grandi poeti e letterati di trarne ispirazione.

Popolazioni di ogni latitudine e longitudine hanno dato un'interpretazione mitologica alla formazione della nostra galassia, che assume i nomi più svariati: ad esempio per le popolazioni dell'Asia centrale e dell'Africa assume il nome di ''Via della Paglia'', in Asia orientale il nome è quello di ''Fiume d'Argento'' e questo è il nome che in Giappone indica la galassia in generale.

Nella mitologia greca il termine Via Lattea indica le gocce di latte uscite dal seno di Era, dopo che Eracle, figlio di Zeus, prese il seno della dea facendo schizzare il latte verso il cielo.

La filosofia e la letteratura hanno approfondito ulteriormente la mitologia, ad esempio Kant formulò l'ipotesi che la Via Lattea fosse un corpo in rotazione formato da una grande mole di stelle: la teoria si rivelò corretta.

Le stelle sono state cantate dai più grandi poeti dell'umanità, Dante in ogni parte della Divina Commedia usa gli astri come un riferimento costante, nella cantica del Paradiso chiude la sua opera con il verso ''L'Amor che move il sole e l'altre stelle''.

I corpi celesti longevi, come quelli studiati dal team di scienziati, sono cantati da Pessoa, in una sua poesia il portoghese recita: ''Ho pena delle stelle/che brillano da tanto tempo,/da tanto tempo/
Ho pena delle stelle''.

I poeti da sempre sono rimasti colpiti dalla moltitudine e dalla bellezza degli astri nel cielo, alcuni corpi celesti presenti nel nostro orizzonte cosmico, sono diventati veri e propri simboli letterari.

Le stelle delle pleiadi, famoso aperto nella costellazione del toro, hanno ispirato i letterati sin dall'antichità, Esiodo nel suo ''Le opere e i giorni'' le racconta così: ''Quando sorgono le Pleiadi, figlie di Atlante, incomincia la mietitura; l'aratura, invece, al loro tramonto./Queste sono nascoste per quaranta giorni/e per altrettante notti; poi, inoltrandosi l'anno,/esse appaiono appena che si affili la falce''.

Il mito di queste stelle continuò grazie a poeti come Pascoli e D'annunzio, che chiamò i 5 libri delle sue laudi con i nomi delle stelle appartenenti al corpo celeste (Maia, Elettra, Alcyone, Merope e Asterope).

Altri oggetti più vicini a noi sono presenti nella storia della liriche e dei romanzi, sicuramente il più significativo per la letteratura e l'arte è la luna.

Italo Calvino nelle sue lezioni americane scrisse: ''La luna, appena s'affaccia nei versi dei poeti, ha avuto sempre il potere di comunicare una sensazione di levità, di sospensione, di silenzioso e calmo incantesimo'', questi elementi possiamo trovarli in Leopardi, dedito allo studio del cielo, il poeta di Recanati scrive: ''Che fai tu luna in ciel? Dimmi, che fai,/ silenziosa luna?/Sorgi la sera, e vai,/ contemplando i deserti/ indi ti posi''.

Sempre la luna è presa come spunto da Georges Méliès nel suo film ''Viaggio sulla luna'', questo lungometraggio è considerato il primo film di fantascienza di tutti i tempi.

In Leopardi c'è sempre la continua ammirazione degli spazi infiniti e della moltitudine, ad esempio nello Zibaldone scrisse così: ''È piacevolissima ancora, per le sopraddette cagioni, la vista di una moltitudine innumerabile, come le stelle''.

Il cielo dunque attraverso la visione della nostra Via Lattea e dei suoi oggetti ha ispirato sempre gli uomini, Camille Flammarion scrisse: ''Cieco chi guarda il cielo senza comprenderlo: è un viaggiatore che attraversa il mondo senza vederlo; è un sordo in mezzo ad un concerto'', i poeti e gli astronomi non possono essere ciechi ma sono interpreti di una realtà che appartiene all'umanità intera: il cosmo.

Gianluigi Marsibilio