“Anna”, l’ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti – Il Quorum
Letteratura

“Anna”, l’ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti

Un romanzo che può essere considerato come il punto di incontro tra i due grandi filoni della narrativa di Ammaniti, tra le due anime dell’autore: il narratore di vicende (spesso molto dure) giovanili e quello di genere

È un romanzo di formazione, l’ultima fatica, durata otto anni, di Niccolò Ammaniti. È un originalissimo romanzo distopico. Ma è anche e soprattutto, una tenera storia d’amore.

Con Anna, l’Autore romano ammette di aver chiuso una parentesi, un ciclo, quello che in questi quindici anni lo ha tenuto legato ai suoi protagonisti più forti, riusciti e indimenticabili: i giovanissimi, gli adolescenti, i bambini.
In Anna ci sono solo loro.

Tra circa cinque anni il mondo in cui viviamo sarà abitato solo da ragazzini e bambini, perché gli adulti sono tutti caduti vittima di un terribile virus, la Rossa, che non lascia scampo a chi ha superato la fatidica soglia della pubertà. Anche loro, gli unici superstiti di questa apocalisse virale, sono stati contagiati e sono quindi destinati a morire alla fine della loro fanciullezza.

Rispetto agli altri quattro romanzi di formazione dello scrittore la novità è proprio questa, qui vi è il superamento del “ciclo adolescenziale” di Ammaniti. Non vi è più un rapporto padre-figlio, adulti-bambini, un’evoluzione in questo binomio, come in Ti prendo e ti porto via, Io non ho paura, Come Dio Comanda e Io e te. Qui gli adulti sono solo ricordi e cadaveri che ricoprono strade e case di una Sicilia semideserta. Perciò i bambini, orfani e soli, dovranno sopravvivere e maturare contando solo sulle proprie forze.

Questo romanzo può essere considerato, inoltre, come il punto di incontro tra i due grandi filoni della narrativa ammanitesca, tra le due anime dell’autore: il narratore di vicende (spesso molto dure) giovanili e quello di genere, di fantascienza grottesca individuabile in molti racconti, rintracciabile nel romanzo Che la festa cominci e di cui si vedono le radici già nella primissima opera, Branchie. Anche nell’ultimo romanzo, infatti, le descrizioni quasi cinematografiche tratteggiano ambienti desolati, atmosfere cupe, immagini crude, a volte splatter. Un mondo, un continente, un’isola fatti di paesaggi disabitati, prede del tempo, dei saccheggi, degli incendi, del dolore.

Su questo sfondo si erge lei, Anna, la prima ragazza davvero protagonista in un romanzo di Ammaniti. Uno dei personaggi più caratteristici nati dalla penna del suo creatore, una tredicenne determinata, incredibilmente forte ma assolutamente vera che a volte sembra quasi uscire dalle pagine destinate alla sua storia.
Anagraficamente è poco più di una bambina, ma la catastrofe che l’ha resa orfana l’ha resa già donna a nove anni. In pochi anni, Anna, volente o nolente attraversa le tappe che una donna vive in un’intera vita: i lutti, l’amore, la maternità. Una vita breve ma intensa e durissima, l’arduo compito di sopravvivere e far sopravvivere anche il fratello minore, Astor, di cui è la nuova mamma.

Infatti anche se è quasi sempre sola a lottare per la sopravvivenza, Anna non lo è davvero. Intorno a lei si snodano le vicende di altri personaggi che incontrerà nel suo percorso di vita e che intraprenderanno con lei la sua odissea verso la Calabria, un viaggio della speranza attraverso la Sicilia, un esodo verso un luogo dove forse non tutto è perduto, dove forse gli adulti ci sono ancora e hanno pronto un antidoto al terribile virus.

Astor è il fratello minore di Anna, l’unico affetto che le è rimasto. È un personaggio che da simbolo del passato e della famiglia di Anna e motivo della sua lotta quotidiana diventerà mano a mano più forte, definito, indipendente. Poi vi è Coccolone, un personaggio nuovo nella narrativa di Ammaniti: un cane dalle tre vite che da nemico giurato di Anna diventerà suo alleato e amuleto. Infine Pietro, coetaneo di Anna, colui che riuscirà a smorzare la sua dura scorza e a farle provare le prime acerbe emozioni. Pietro è inoltre il personaggio che, nonostante le vicissitudini, più di tutti riesce a essere ottimista e speranzoso.

Infatti, i ragazzi che animano questo romanzo, rimasti completamente soli, non solo si riorganizzano a livello di mera sopravvivenza (significativa è, in questo senso, la scena di caccia in un centro commerciale a opera di una tribù di bambini primitivi) ma anche a livello interiore e di fede: ogni bambino in cuor suo ha il suo credo, la sua speranza. Quella di Anna è il superamento dello Stretto di Messina, quella di Pietro è insita nella ricerca delle scarpe magiche (le adidas Hamburg), mentre molti bambini riversano ogni loro energia e speranza nel culto della Picciredduna, inverosimile personaggio miracoloso che potrebbe salvare tutti dalla tremenda malattia.
Dopo la terribile apocalisse vi è quindi come un nuovo inizio, la nascita di una nuova civiltà, l’unica rimasta: quella dei giovani superstiti.

Simbolo del loro passato è un libro nel libro, che Anna porta sempre con sé: il libro delle cose importanti scritto dalla mamma dei due bambini, in cui, poco prima di morire, insegna loro tutto ciò che devono sapere per sopravvivere anche una volta rimasti soli. Emblematico è il fatto che Anna si vedrà costretta ad aggiornare, per suo fratello, questo libro e a superare in questo modo anche l’unico elemento che la legava al passato.

Nonostante questo romanzo sia il più cupo e forte tra quelli di crescita dell’autore, la speranza non abbandona mai del tutto personaggi e lettori (diversamente da alcuni altri romanzi sugli adolescenti di Ammaniti) e il finale aperto lascia uno spiraglio di luce tra le pagine di questa “favola nera”.

Cinzia Colantoni