Cinema ENTERTAINMENT

La congiunzione tra simbolico e diabolico in “Gone Girl”

David Fincher, Ben Affleck e Rosamund Pike già in odore di Oscar

Gone Girl riprende la storia di Nick e di Amy Dunne e del loro matrimonio che vacilla quando Nick perde il suo lavoro come giornalista a causa della crisi economica e decide di trasferire se stesso e sua moglie da New York City alla sua piccola città natale di Nord Carthage, Missouri. Lì apre un bar utilizzando l’ultimo fondo fiduciario di sua moglie, e lo gestisce insieme a sua sorella gemella Margo. Il bar offre una vita decente per i tre Dunnes, ma il matrimonio sembra diventare sempre più disfunzionale. Il giorno del loro quinto anniversario, Amy scompare. Nick diventerà il primo sospettato della sua scomparsa per vari motivi.

La pellicola è stata distribuita nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 3 ottobre 2014 e sarà in quelle italiane dal 18 dicembre.

Qualcuno ha scritto di questo film che è “diabolico”. Postulando di essere d’accordo non si può non dire che questo film è anche il contrario di diabolico: altamente simbolico. Simbolo è una parola greca: sumballein (o siumballein), che vuol dire mettere assieme, significati, o frammenti di senso.

Ficher ci prende per mano attraverso una diabolica frammentazione (di menti e di eventi per così dire) per poi ricomporre lentamente i pezzi del puzzle che finisce per assurgere a simbolo. Simbolo di un mondo alla rovescia in cui, come molti psicologi notano da un po’, mancanza di scrupoli, di responsabilità, tendenza alla menzogna e alla manipolazione, cinismo, instabilità, comportamenti apertamente devianti, aggressività non controllata sono tratti del carattere di persone “di successo”. Mi spiego con un esempio. Una ricerca di Belinda Board e Katarina Fritzon, dell’Università del Surrey, ha comparato un gruppo di 39 manager di successo con criminali e pazienti psichiatrici gravi. La loro classificazione finale ha diviso la popolazione esaminata in «psicopatici di successo» e «psicopatici senza successo».

Maurilio Orbecchi sulla Stampa scrive: “Avete mai incontrato una persona intelligente, affascinante, attenta, egocentrica, grandiosa, con tendenza alla noia, con continuo bisogno di stimoli, ma che non s’interessa al dolore, alla felicità, alle conquiste dell’umanità come vengono presentate nella scienza, nella letteratura e nell’arte? E che, soprattutto, è privo della capacità di accorgersi che gli altri soffrono o provano emozioni? Se avete incontrato una persona del genere, e vi ha ingannato, manipolato, e avete subito dei danni dall’incontro, ebbene, ci sono buone probabilità che abbiate incontrato uno psicopatico” (…). «Psicopatia» è un termine molto utilizzato dagli psichiatri per definire il disturbo mentale di persone prive di empatia e che non hanno il minimo scrupolo a utilizzare mezzi distruttivi per affermarsi e diventare dunque “di successo”.

Non è difficile essere in buona parte d’accordo, pensando agli effetti rovinosi di certi personaggi ai vertici di banche, industrie o altri gangli vitali delle nazioni (occhio ai giornalisti televisivi nel film), se non addirittura leader di intere nazioni. E’ più difficile invece quando le dinamiche suddette si dipanano, ad esempio, anche all’interno di mura domestiche o nell’ambito di una ristretta rete sociale.

Ed è il territorio dove il simbolico ed il diabolico di un mondo in cui la finanza domina l’economia, che domina la politica (mentre della politica dovrebbe essere strumento) che a sua volta domina la ricerca scientifica, la formazione e l’educazione, che da strumenti di critica e consapevolezza, diventano mezzi di propaganda (il ruolo dei media è icastico in questa narrazione). Insomma, quello che dovrebbe servire gli esseri umani, li mette all’ultimo posto. E che quel “posto” di estrema vulnerabilità contribuisca allo sviluppo di una malattia mentale o di una psicopatia è intuitivamente plausibile.

Dopo questa lunga digressione qualche parola su un film dal ritmo incalzante, complice la struttura narrativa a canone inverso, in cui i due protagonisti dimostrano di essere qualcosa in più che semplicemente “bravi attori”. E che riesce su vari livelli e sottotesti ad essere specchio fedele e attualissimo della realtà.

Per il ruolo di Amy Dunne, andato a Rosamund Pike, sono state prese in considerazione le attrici Reese Witherspoon (produttrice della pellicola), Charlize Theron, Natalie Portman, Emily Blunt, Rooney Mara, Olivia Wilde, Abbie Cornish e Julianne Hough. Ben Affleck dal suo canto ha rinviato le riprese di un suo film pur di lavorare con David Fincher in questo film. Credo di aver capito il perché di entrambe ed altre scelte. Tutte magistrali.

Massimo Lanzaro