Contro la funzione pedagogica dell’arte – Il Quorum
Letteratura

Contro la funzione pedagogica dell’arte

Le pagine migliori sono quelle che non educano proprio a nulla. Gli ultimi lavori di Verasani e Oliva

Le pagine migliori sono quelle che non educano proprio a nulla. Gli ultimi lavori di Verasani e Oliva.

Lo ammetto. Li avevo comprati confidando di trovarmi davanti a dei lavori mediocri e senz’anima che confermassero la bontà dei dubbi da me espressi nell’affaire Bonassi.

Ed invece mi devo ricredere. Certo, non mancano qualche pedanteria pedagogica da maestrina con la matita rossa e blu come quando Grazia Verasani ci ammonisce che UNA-DONNA-SE-VERAMENTE-LA-AMI-NON-LA-TOCCHI-NEANCHE-CON-UN-FIORE («lo avevano trovato mentre lui, in stato di semiubriachezza, singhiozzava come un bambino, ripetendo che era un uomo distrutto, a un pelo dalla pazzia, che dovevano curarlo, che amava la fidanzata e altre stronzate del genere»; «se questo paese sta andando alla malora è anche perché ci sono troppi uomini che danno della troia a una donna» in Senza ragione apparente, Milano 2015, rispettivamente p. 18 e 130) o qualche sussulto di indignazione etico-civile buttato là, da minimo sindacale, un po’ posticcio, come quando la stessa, insieme alla sua creatura, l’investigatrice Giorgia Cantini, si interroga su scantinati pullulanti di donne cinesi lavoranti in nero e sull’attuale «momento storico in cui i giovani, laureati e no, espatriano in massa in cerca di fortuna» (ivi, pp. 20-1).

Ma sono ‘infortuni’ assolutamente sporadici, riscattati da pagine potentissime come quella che riassume l’universo dell’assistente di Cantini, Genzianella, universo antimoderno fatto di brodo di gallina, serate di briscola, uova sbattute a colazione, pellicce tarmate della nonna e diffidenza nei confronti delle «badanti furbette» e dei «finti martiri della crisi economica», indefessi accumulatori di panettoni (ivi, pp. 21-2).

Per non parlare di quella pagina di stordente e dolorosa bellezza sul suicidio, su cosa sia per chi lo compie e per chi rimane (ivi, p. 97) o di quell’altra, a mo’ di chiusa, che ci restituisce perfettamente gli umori e l’entusiasmo di un amore appena nato, con le sue «gambe molli» e il voler «restare allegro e scimunito tutto il tempo, in stato di grazia, inchiodato ai […] baci come un crocifisso» (ivi, p. 195).

Poi c’è lo splendido bestiario, grottesco e rivoltante, di Marilù Oliva (Lo zoo, Roma, 2015), bestiario illuminato da una sicura padronanza linguistica che esplode in mille fuochi pirotecnici, in cui creature dolenti e tragicomiche sono costrette alla fine a gettare la maschera e a mostrare tutta l’arbitrarietà e l’incertezza della rassicurante e consolante distinzione tra carnefici e vittime.

E allora ci sia concesso di elevare una prece alle due scrittrici di vaglia (stavamo per dire di razza ma già sentivamo i lai tonitruanti e gli interrogativi maligni delle sentinelle del viver civile: «razza? In che senso razza? Forse razza bianca a significare la superiorità di questa e dei suoi scrittori sulle altre? E poi la genetica non ha forse dimostrato definitivamente che le razze non esistono?»).

Lascino perdere variazioni letterarie, proclami e lettere aperte su ciò che dovrebbe essere ma non è; lascino pure questa penosa incombenza ai pretoriani delle buone maniere, ai cantori delle virtù civiche e ai dispensatori di tabù e censure, agli occhiuti revisori dei vocabolari della lingua italiana da cui espungere termini come virile, padre e madre (quest’ultimi da sostituire con genitore 1 e 2), affinché nessuno nella neolingua ridotta a pappetta omogeneizzata abbia a offendersi.

Nel mentre, infatti, non un solo stronzo desisterà dal prendere a calci la propria donna in seguito alla lettura dei loro romanzi, questi ultimi non troverebbero alcun giovamento dall’inserimento appiccicaticcio di sermoni edificanti.

Luca Tedesco