Un autore tra letteratura e psicoanalisi: Giorgio Manganelli – Il Quorum
Letteratura

Un autore tra letteratura e psicoanalisi: Giorgio Manganelli

Quando Manganelli parla di depressione cerca di farne una cifra retorica, ma dietro di questa se ne sente il palpitare terribile di chi non può che metterla continuamente in parola, pena lo sprofondare nell’abisso…

Giorgio Manganelli, arrivato a Roma da Milano nel 1953, iniziò un’analisi con lo psicanalista junghiano Ernst Bernhard, attraverso la quale riesce a: «guardare in faccia i propri fantasmi – scrive Filippo Milani in ‘Retorica come dissimulazione’ – e a non farsi sopraffare da loro, convogliando invece le proprie pulsioni autodistruttive verso la scrittura “hilarotragica”, che è gremita di suicidi, omicidi, addii definitivi, cadaveri e non-nati».

Pietro Citati in ”Riga” rammenta quegli anni, in cui Manganelli riesce a porre un affannato argine alle proprie angosce, trasformandole e dominandole tramite la scrittura: «Mi raccontò la sua storia. Sull’orlo della disperazione, senza speranza di vivere né di morire, aveva conosciuto Ernst Bernhard, il quale l’aveva aiutato ad attraversare le ombre dell’inconscio. Per qualche anno, aveva vissuto con loro, discorrendo soltanto di loro e con loro. Tutte le forme della sua mente erano state suscitate dal sonno in cui giacevano abbandonate e oppresse: l’analisi aveva risvegliato, in lui, lo scrittore nascosto; la letteratura l’aveva salvato dalla disperazione».

Lo scrittore raccoglie in un volume – ‘Il vescovo e il ciarlatano’ – alcuni scritti aventi per oggetto l’inconscio, in cui manifesta una concezione della psicanalisi al di fuori di ogni illusorio entusiasmo. Del resto quando Manganelli parla di depressione cerca di farne una cifra retorica, ma dietro di questa se ne sente il palpitare terribile di chi non può che metterla continuamente in parola, pena lo sprofondare nell’abisso. La psicoanalisi in ‘La penombra mentale’, viene detta come un invito ad uno spostamento anamorfico, cioè a vedere il proprio sintomo da una diversa posizione indotta dalla cura, al di fuori di ogni illusoria garanzia di guarigione, perché la vita presa di petto – da una posizione cioè frontale – è insopportabile.

Per distinguere qualcosa bisogna spostarsi, e il setting psicanalitico può fornire una posizione di osservazione decentrata. Questo spostamento è il sollievo che può dare la psicanalisi, ben sapendo che si tratta di passare da angiporto ad angiporto, cioè ad una diversa posizione dello stesso labirinto. «Da un labirinto si esce solo per trapassare ad un altro labirinto – scrive -; ci si sveste di una morte che ci si è fatta estranea, e si lavora a tesserne un’altra che sola ci appartenga».

Naturalmente per Manganelli questa è anche la posizione della letteratura che si arrende da subito all’ambizione di poter conoscere il vero, accontentandosi piuttosto di inventarlo. «Egli – scrive Antonio Spataro – non afferma che essa può avere a che fare con buio, incubo, nevrosi, inferno, ma che essa è in sé stessa buio, incubo, nevrosi, inferno… In una parola “gratuita menzogna”».

Si tratta di fare di sé un libro parallelo – allo stesso modo di Manganelli con ‘Pinocchio’ – per poter rendere osservabile il proprio peso di vivere senza esserne morsi.

Manganelli amava la psicoanalisi come narrazione, tuttavia proprio l’inventore dell’inconscio poteva vantarsi di avere avuto una vita normale, al di fuori di qualunque equivoco narrativo. In ‘Il vescovo e il ciarlatano’ dedica un capitolo assai intimista ad un Freud teneramente incerto sul lascito di speranza che ha trasmesso agli uomini con la sua disciplina. «Freud si rifiutò di avere una vita drammatica – scrive -; ma, mi pare, la scarsa drammaticità di quella vita è, appunto, il suo lato più intenso, inquietante, sconvolgente».

Freud si era scelto delle coordinate di vita tali da esporsi ad un agguato. Il suo studio e la sua vita erano costruiti proprio per proteggersi dagli attacchi dell’inconscio tirannico dei suoi pazienti. «A lui giungevano i sogni, i tic, le follie, le stravaganze, la disperazione, i silenzi spaventati del mondo». I suoi infelici clienti portavano l’agguato con sé sopra il lettino, chiuso dentro la pancia e la testa, quel sintomo che – allo stesso modo di un guerriero spergiuro – si chiudeva dentro il cavallo di Troia di un uomo malato. I fantasmi invadevano il suo studio, sorvegliato da quegli oggetti allusivi – statuette, totem, porcellane antiche – che il viennese riportava dai suoi viaggi.

Nello sceneggiato RAI ‘Il giovane dottor Freud’ del 1982, la parte dei titoli di testa è incentrata sulla irruzione dei nazisti in casa dello psicanalista. I tacchi degli stivali battono il tempo marziale che sembra profanare un tempio, silenzioso ed in ombra, sorvegliato da teche da cui statuette raffiguranti ingenue divinità sembrano continuare la preghiera di chi li ha plasmati, e lasciati come garanzia di una grazia. «La sua casa era piena di fantasmi -scrive Manganelli-, e gli assassini, che hanno in genere solidi principi morali, hanno in orrore i fantasmi». Come Giona, Freud doveva trovare una balena in cui nascondersi. Non potendola trovare in natura, e rifuggendo la completa identificazione col proprio sintomo, se la costruì pazientemente, e gli diede il nome Psicanalisi. Manganelli – aiutato da Bernhard – trovò come Pinocchio il suo rifugio baelopterido nella letteratura, e la chiamò Menzogna.

Vincenzo Carboni