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Virgin Japanese

Saresti disposta a rinunciare ad avere rapporti sessuali e a procreare se tali privazioni ti garantissero un brillante futuro professionale?

Saresti disposta a rinunciare ad avere rapporti sessuali e a procreare se tali privazioni ti garantissero un brillante futuro professionale?

A tale quesito, una grossa percentuale di donne giapponesi risponderebbe di sì.

Quella prefigurata non configura un’ipotesi improbabile bensì una realtà piuttosto diffusa nel paese del Sol Levante nel quale, stando ai dati recentemente rilasciati dal Ministero della Salute, il 40,1% delle donne fra i 20 e i 24 anni e il 25,5% di quelle fra i 35 e i 39 anni, risulta essere illibata.

Il regno dei love hotels, dei “saloni dell’amore”, dei manga hentai (letteralmente, “pervertiti”), dei “karaoke erotici” e delle meretrici mascherate da geishe, è anche quello che vanta una considerevole percentuale di vergini, e non soltanto donne; il fenomeno della verginità fino a tarda età interessa, infatti, anche la popolazione maschile, seppure in misura decisamente minore, e si accompagna al crescente disinteresse dell’intera popolazione per l’attività sessuale nonché all’aumento dei matrimoni “bianchi” (con prevedibile nefaste conseguenze sulla natalità).

Indifferenti o addirittura avversi alle relazioni intime: quali sono le ragioni che stanno alla base di questo atteggiamento innaturale da parte dei giapponesi nei confronti di quello che, tendendo alla conservazione della specie, è uno dei bisogni primari dell’uomo?

Per quel che riguarda gli uomini, molti di essi sembrano prediligere l’onanismo e gli incontri virtuali in quanto non impegnativi emotivamente e forieri di gratificazione immediata; con riferimento alle donne, invece, la situazione è decisamente più complessa.

Ciò che rende agli occhi delle giapponesi il sesso una pratica sconveniente, è principalmente il fatto che questo rappresenti un freno alla carriera lavorativa.

Dopo anni di faticosi studi e sacrifici familiari e personali, esse non sopportano l’idea di dover rinunciare a una potenzialmente sfavillante carriera per dedicarsi alla famiglia. Perché di rinuncia si tratta, atteso che in Giappone la conciliazione fra lavoro e famiglia è particolarmente difficoltosa; ben il 54% delle donne perde il lavoro in seguito alla maternità (o perché licenziata durante la gravidanza o perché indotta alle dimissioni spontanee da un mobbing selvaggio) e quelle che hanno la “fortuna” di conservare il posto, si ritrovano a doversi occupare delle faccende domestiche e dell’allevamento della prole senza poter contare su un minimo di aiuto da parte del marito/compagno per via del maschilismo imperante nella società.

O lavoro o marito e figli; la via di mezzo, il grigio, non sembra esistere e, in barba alla convinzione comune che vuole le donne biologicamente e socialmente predisposte per la maternità, tante optano per l’affermazione professionale.

Una scelta solo in parte autodeterminata, insomma.

Colte, in carriera, nubili, illibate: ma la verginità si sposa necessariamente con la totale rinuncia ad ogni genere di pratica sessuale?

Sembra proprio di no. Molte delle “vergini in carriera” dichiarano, infatti, di far abitualmente uso di sex toys e di praticare petting con partner occasionali.

Timori rispetto all’orologio biologico che magari un giorno si farà sentire, paura di rimpiangere la famiglia che non ci si è costruite, rimpianti per aver volontariamente evitato un incontro travolgente, non sembrano sfiorare le fanciulle dagli occhi a mandorla e la pelle di porcellana.

Sicure che l’amore, e tutto quello che porta con sé, non busserà mai alla loro porta.

Dalila Giglio