Osservare, dipingere, vivere: Intervista a Igor Molin – Il Quorum
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Osservare, dipingere, vivere: Intervista a Igor Molin

L’arte di Molin è uno specchio indagatore nel quale svariate storie diventano autentiche grazie all’interazione di diversi mezzi espressivi

“La gente è il più bello spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto”. Charles Bukwosky non aveva tutti i torti: osservare le persone è da sempre fonte di ispirazione, divertimento e riflessione. Conoscere i propri simili, approfondire certi legami o semplicemente sorridere per il sorriso altrui è utile anche per comprendere sé stessi attraverso gli altri. È ciò che mette in pratica Igor Molin, giovane pittore veneziano che riversa anima e talento nel dipingere le persone che passeggiano al suo fianco. Questa volta non sono il cinema o la letteratura a raccontare delle storie, è la pittura che rende protagonisti assoluti amici e sconosciuti della porta accanto.

Le sue tele sono il palcoscenico ideale per gustare il ritratto della società moderna. Uomini e donne che camminano distratti, salutano qualcuno, parlano al telefono. Mille volti, sguardi sfuggenti e i gesti di tutti i giorni, quelli che si fanno senza rendersene conto. Ecco un ragazza che mangia un gelato, un turista ammira un monumento e un bambino gioca col pallone. Persone reali che al di là di quei momenti rubati hanno una vita da portare avanti. Niente di fittizio, sotto i riflettori c’è la quotidianità pronta per essere esplorata.

Gli occhi di Igor sono ovunque la fantasia li porti e la curiosità è in costante movimento alla ricerca di attimi spensierati da imprimere col pennello. I soggetti sono caratterizzati da tinte forti e carismatiche, tocchi precisi e contrasti cromatici accesi. È la luce però la vera regina di quelle opere, penetrante e onnipresente come il sole in pieno giorno. Il realismo così prende corpo e la gestualità dei personaggi si riflette nella mente di chi sta osservando non un semplice quadro, ma il proprio io. C’è ognuno di noi al centro di quei colori.

L’arte di Molin, dunque, è uno specchio indagatore nel quale svariate storie diventano autentiche grazie anche all’interazione di diversi mezzi espressivi: fotografia, acrilico, olio e collage si rivelano ingredienti dosati con sapienza per conferire il giusto sapore di contemporaneità.

– L’essere umano al centro delle tue tele, la pittura come mezzo per trasmettere la quotidianità. Osservando e dipingendo le persone che ti circondano, hai scoperto qualcosa di nuovo su te stesso? La società esplorata attraverso l’arte cosa ti ha insegnato?

L’analisi che fai leggendo il mio lavoro è molto vicina a come io concepisco il mio approccio al fare arte. Ho sempre cercato, nel mio percorso artistico, una certa coerenza poetica e artistica. La citazione a Bukwosky è quanto di più azzeccato si possa fare. Quello che spesso succede però è che i miei lavori possano essere travisati nel suo valore poetico e concettuale. La pittura, per questioni anche di forte rimando socio-culturale, è caratterizzata da tinte forti, a volte acide e complementari, fuorviando il poco attento osservatore che non coglie il sapore critico e indagatore di una società consumistica e superficiale, o almeno quella dei giovani che io spesso ritraggo. Perciò quei colori assumono sovente una forte drammaticità.

Sono generazioni liquide, di baumaniana concezione, che mostrano il loro lato migliore: quello colorato e griffato, accentuato da gesti e smorfie tipiche di una certa omologazione giovanile. Ma è proprio questo il fascino dell’adolescente fragile e spavaldo, per citare Charmet, che mi attrae e mi obbliga a dipingere, fotografare, disegnare, come se ogni volta stessi scrivendo un diario; non tanto per fermare l’attimo, ma invece per far si continui a svilupparsi; e vorrei, come dici tu, che coloro i quali si trovano di fronte ad una mia tela ne colgano una minima parte della loro quotidianità.

Nel 2013 si nota un cambiamento: le figure non sono più ben definite, i contorni si sfaldano, i colori sfumano e alcuni dettagli spiccano con decisione rispetto a tutto il resto. Sembra quasi che l’astratto metta piede nel figurativo. Qual è il significato di questa trasformazione? E come si è evoluto il tuo modo di dipingere nel tempo?

Maturando ho capito che la pittura è un semplice vettore d’informazioni. La sfida più difficile per un artista è riuscire a trovare le modalità tecniche che permettano di esprimere i concetti poetici, in modo che anche i fruitori possano cogliere l’intento primario dell’autore. Non sono mai stato, pur ritenendomi un artista coerente con le mie scelte stilistiche, un manierista di me stesso. Non potrei, anche volendo, raccontare sempre allo stesso modo, proprio perché i racconti sono sempre diversi, anche se accomunati dallo stesso linguaggio. L’evoluzione del mio pensare cambia anche il mio agire.

Nella mia ultima produzione, già dal 2012, è stato indispensabile per me lavorare sul concetto di superficie e su come questo abbia influito sulla tecnica pittorica e sulla rappresentazione figurata della mia poetica, dove velocità, frenesia, ripetitività, bombardamento mediatico, sono espresse attraverso tecniche miste che lasciano visibili i segni della caoticità, che spesso non ti dà il tempo di imprimere e godere quello che stai guardando.

Il nuovo modo di trattare la superficie pittorica esterna l’idea di rappresentare il mondo giovanile, spesso appunto superficiale. Non parlerei tanto di figurazione-astrazione in modo distinto perché l’Arte è già di per sé un’astrazione, come diceva Gauguin, anche se espressa in modo figurativo.

Nelle mie ultime l’immagine si frammenta, si piega; è visibilmente deteriorata nella sua fragilità. È da questo però, come tu hai ben posto l’accento, che ne emerge la figura, illuminata da forti contrasti e da una luce calda, forse la luce della speranza.

Sento di non aver più l’esigenza di dover dimostrare di saper fare, ma di dimostrare di saper comunicare.

– Nel corso della tua carriera hai fatto diverse mostre personali e collettive sia in Italia che all’estero, portando la tua arte anche in Francia, Germania e Slovenia. Che approccio hanno avuto questi Paesi nei confronti delle tue opere? E qual è l’ostacolo maggiore che hai incontrato finora nella strada verso l’affermazione?

Devo dire che l’esigenza di dipingere, e di esprimere certi concetti attraverso la pittura e la figurazione, una certa figurazione, mi ha portato negli ultimi anni ad allontanarmi dalle tendenze espositive italiane, che per la maggior parte sembra incentivare un aspetto più innovativo del fare arte.

Quando ho avuto la possibilità e la fortuna di esporre all’estero ho sentito molto più riconoscimento per il lavoro fatto in questi anni. Ho percepito la volontà di non accantonare un certo tipo di espressione artistica, ma cercar di far convivere, valorizzandoli, i vari linguaggi che impreziosiscono il mondo dell’arte contemporanea. Ho in serbo infatti alcuni grossi progetti per il prossimo anno, soprattutto all’estero, che spero si realizzeranno concretamente.

– Il prossimo sogno-obiettivo nella tua agenda?

Il percorso che ho intrapreso, già a partire dagli anni dell’accademia, è stato faticoso e impegnativo, ma ricco di grandi soddisfazioni personali.

È difficile mantenere una certa e rigorosa continuità, soprattutto quando si è costretti a conciliare più cose per sopravvivere. Questo probabilmente è l’aspetto più sofferente, ovvero quello di non poter lavorare con continuità riuscendo a inseguire in tempo reale quello che il pensiero quotidianamente immagazzina, e che appunto non sempre riesce a rielaborare.

Ogni piccola conquista è una vittoria che va assaporata con gusto. Io però sono abbastanza ambizioso e sono sempre alla ricerca di nuove emozioni. Perciò continuo a lavorare e sperimentare nella speranza che tutti gli sforzi poi saranno ripagati.

Non mi pongo limiti e non precludo a nessuna possibilità. Quel che verrà sarà oro.

Giulia Giarola