Chantal Akerman: l’arte del cinema – Il Quorum
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Chantal Akerman: l’arte del cinema

Una regista… un’artista straordinaria che ci ha lasciato nel silenzio ma che possiamo riscoprire, volendo, nella potenza evocativa del suo cinema

La regista belga Chantal Akerman nota per il suo cinema sperimentale si è spenta a Parigi il 5 ottobre, all’età di sessantacinque anni.

Secondo il quotidiano Le Monde, si sarebbe suicidata… una notizia che non ha catturato l’attenzione dei media italiani… lasciando scivolare il nome della regista nell’abisso, un po’ come il suo cinema d’avanguardia.

Né il nome Chantal Akerman né il suo lavoro di fine regista, infatti, sono conosciuti dal grande pubblico come meriterebbero, eppure non è esagerato dire che la Akerman abbia realizzato alcuni dei film più originali, belli e audaci della storia del cinema. Ad esempio: “Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles”, la sua pellicola più famosa, presentata al Festival di Cannes, nel maggio del 1975.

La regista era un talento sin da giovane, più giovane di Orson Welles quando girò “Citizen Kane” e più giovane di Jean-Luc Godard ai tempi di “Breathless”. Il suo “Jeanne Dielman” è un film straordinario che è stato importante per generazioni di giovani registi come Welles e ha influenzato i primi film di Godard.

Osservatrice meticolosa, la Akerman, rappresentò la routine quotidiana di una donna (Delphine Seyrig) riuscendo a trasformare la vita domestica in un’opera d’arte.

La vita privata delle donne diviene nel suo cinema una denuncia sociale di grande impatto, perché il confinamento delle donne nel regno domestico e in ruoli familiari sono per la regista una follia sociale che porta alla rovina, una forma di violenza che genera violenza.

“Jeanne Dielman” è un film intimo ma maestoso. E’ inoltre un film che parla dell’Olocausto, con una protagonista lacerata dai suoi ricordi, come lo erano i genitori di Chantal, che erano sopravvissuti allo sterminio nazista.

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L’ultima pellicola della regista belga, “No Home Movie”, è un film dedicato interamente alla madre, e narra gli eventi che portarono alla sua deportazione ad Auschwitz e il tentativo di tornare alla vita normale in Belgio dopo la guerra.

La Akerman ha saputo modellare gli stili visivi e le forme narrative, la sintassi drammatica e i codici artistici del cinema moderno, trasformando il cinema nel cinema di una donna. Sottoponendo questa arte ad una sorta di psicoanalisi estetica libera, operando con una vasta gamma di generi e forme.

Il suo film del 1982, “Toute Une Nuit” (una notte intera), è una delle pellicole più delicate e emozionanti riguardanti l’argomento dell’amore, a metà tra un’osservazione documentaristica dei sentimenti e un’aurea teatrale.

La sua inventiva coreografica è stupefacente in ogni sua opera, perché la Akerman riuscì ad anticipare l’idea della cinematografia come arte nell’arte… arte destinata ad essere esposta nei musei e nelle gallerie, creando lei per prima installazioni di molti dei suoi documentari.

Una regista… un’artista straordinaria che ci ha lasciato nel silenzio ma che possiamo riscoprire, volendo, nella potenza evocativa del suo cinema.