Monaco: quando la storia è un thriller perfetto – Il Quorum
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Monaco: quando la storia è un thriller perfetto

È il 1938. Adolf Hitler minaccia di invadere la Cecoslovacchia per annettere al Reich i Sudeti, una regione di confine a maggioranza tedesca. Inghilterra e Francia si dibattono tra l’esigenza di placare le mire espansionistiche del Führer e la necessità di scongiurare un intervento militare contro la Germania. In un tentativo di salvataggio in extremis, il primo ministro britannico Neville Chamberlain si reca a Monaco per incontrare Hitler, Mussolini e il capo del governo francese Daladier. La tensione in Europa è altissima, il tempo a disposizione sta scadendo. Insomma è lo scenario perfetto per un nuovo thriller di Robert Harris, Monaco.

Qui lo scrittore inglese si muove su un terreno sicuro: il periodo nazista ha già fatto da sfondo a Fatherland ed Enigma, mentre un consesso internazionale, con intrighi politici e delicati equilibri diplomatici, era anche al centro del più recente Conclave. E come nella trilogia su Cicerone (Imperium, Conspirata, Dictator) la storia è raccontata tramite figure marginali: lì il servo Tirone, qui il segretario personale di Chamberlain, Hugh Legat, e un diplomatico tedesco, Paul Hartmann. Quest’ultimo è anche implicato in un complotto per uccidere il Führer e rovesciare il regime nazista: per attuare questo piano, oltre al supporto della Wehrmacht, occorre il sostegno di Francia e Inghilterra e Hartmann ha un aggancio nella delegazione britannica, il suo vecchio collega di studi a Oxford, Hugh Legat.

Per certi versi il romanzo presenta tutti gli elementi del thriller: cospirazioni, messaggi recapitati da agenti misteriosi, documenti segreti, armi nascoste in valigia e riunioni nel cuore della notte. Eppure né Legat né Hartmann rappresentano il prototipo della spia, non ne hanno né l’indole né l’esperienza; sono solo uomini comuni costretti dalle circostanze storiche a una vita rischiosa.

Il mondo, anzi i mondi in cui vivono appaiono per molti aspetti distopici. Londra è una città che si prepara alla guerra provando le maschere antigas anche sui bambini. Monaco è la capitale dell’impero nazista, con enormi svastiche che sventolano dai palazzi del potere tra le strade pullulanti di polizia e militari.

Il senso di oppressione domina l’intero romanzo ed Harris è un maestro nel riprodurre la realtà dei protagonisti appellandosi a tutti e cinque i nostri sensi. C’è maestria anche nella capacità di creare tensione con una storia della quale ogni lettore conosce il risultato ultimo, la Seconda Guerra Mondiale. Eppure Harris ci coinvolge nella corsa contro il tempo dei protagonisti, quattro giorni – dal 27 al 30 settembre 1938 – vissuti nella speranza seppur flebile di preservare la pace.

Apparentemente Chamberlain riesce nell’intento, però accettando praticamente tutte le condizioni imposte da Hitler per l’annessione dei Sudeti. Dopo la conferenza di Monaco il primo ministro ritornerà trionfante in Inghilterra brandendo un documento nel quale Hitler s’impegna a risolvere le future dispute tra Germania e Inghilterra con mezzi pacifici. Questo accordo fu l’apice e al tempo stesso il più chiaro fallimento della politica dell’appeasement inglese. La frase pronunciata da Chamberlain in questa occasione, “peace for our time”, è rimasta il simbolo di un’ingenuità politica che spianò la strada all’espansionismo tedesco e alla seconda guerra mondiale.

Il giudizio di Harris appare però meno severo di quello comunemente accettato: qui Chamberlain è cosciente dell’ineluttabilità della guerra, ma è convinto che sia suo compito tentare il tutto per tutto per evitarla o quantomeno ritardarla e permettere alla Gran Bretagna di riarmarsi prima di affrontare una sfida epocale.

Diana Burgio