J’accuse: il razzismo di ieri e di oggi – Il Quorum
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J’accuse: il razzismo di ieri e di oggi

In un’epoca di flussi migratori e ondate di xenofobia, nessun caso sembra più attuale dello storico affare Dreyfus. Ecco la storia di un errore giudiziario dovuto più ai pregiudizi che all’ingannevolezza delle prove.

Correva l’anno 1894. La Francia era ancora sotto shock dopo la sconfitta nella guerra franco-prussiana del 1870-1871. In conseguenza del conflitto, aveva perso la supremazia sull’Europa, era stata costretta a rinunciare all’Alsazia e alla Lorena e si era ritrovata umiliata nel proprio orgoglio nazionale.
Era un Pease pieno di tensioni che bramava dalla voglia di trovare un capro espiatorio e consumare la vendetta contro il nemico tedesco. I movimenti nazionalisti fomentavano la xenofobia e l’antisemitismo, già alimentati negli anni precedenti da altri episodi come lo scandalo di Panama. È in questo scenario che nacque l’affare Dreyfus.

Alfred Dreyfus era un capitano dello Stato Maggiore francese, nato in Alsazia da un’agiata famiglia di origini ebraiche. Pur avendo scelto la cittadinanza francese dopo il 1870, agli occhi di molti restava macchiato da tante colpe: era ebreo, ricco e suscettibile di atteggiamenti filoprussiani.
Le sue disavventure iniziarono nel 1894 quando la cosiddetta Sezione di Statistica, ossia i servizi segreti militari francesi, entrò in possesso di un bordereau indirizzato all’ambasciata tedesca da un anonimo ufficiale dell’esercito francese. La nota annunciava l’invio di una serie di presunti documenti segreti sull’organizzazione delle truppe.
La presenza di una spia era vista come un fatto gravissimo nel clima di nazionalismo imperante in Francia, diffuso soprattutto nelle alte sfere dell’esercito. Era necessario individuare il colpevole al più presto possibile, o meglio un capro espiatorio al quale infliggere una punizione esemplare. Una serie di prove circostanziali, nonché una similarità della grafia con quella del bordereau, portarono lo Stato Maggiore ad accusare Dreyfus. Del resto, sembrava del tutto naturale che fosse un ebreo il traditore.

Sia la stampa che l’opinione pubblica si trovarono subito d’accordo sulla condanna.
Il processo fu celebrato a porte chiuse. Nonostante le proclamazioni di innocenza dell’imputato, la mancanza di testimoni e l’assenza di prove concrete, il maggiore Dreyfus fu dichiarato colpevole, degradato pubblicamente e condannato alla deportazione perpetua sull’Isola del Diavolo, famigerata colonia penale in Guyana, dove visse per anni tra atroci sofferenze.

Nel frattempo, il colonnello Picquart, nuovo capo della Sezione di Statistica, iniziò a sospettare che il colpevole fosse un altro: il maggiore Ferdinand Walsin Esterhazy. Quando, nel 1897, ebbe le prove inconfutabili dell’errore giudiziario, Picquart, in nome della giustizia, denunciò il fatto ai suoi superiori. Al contrario, lo Stato Maggiore si arroccò sulla sua posizione per difendere la reputazione dell’esercito. Fu una lunga battaglia della verità contro l’insabbiamento, consumatasi in gran parte a livello mediatico. Nella lotta il colonnello ebbe al suo  fianco diversi intellettuali, tra i quali Émile Zola. Nel 1898 quest’ultimo pubblicò, sulla prima pagina della rivista L’Aurore, il suo famoso «J’accuse!», una lettera rivolta al Presidente della Repubblica francese. Nel testo denunciava, con nome e cognome, tutte le persone –  alte cariche incluse –  coinvolte nell’ingiusta condanna di un innocente. Sia Zola che il direttore del giornale, Alexandre Perrenx, furono processati e condannati per diffamazione, e anche Picquart trascorse diverso tempo in carcere con l’accusa di aver rivelato documenti segreti. Tuttavia, grazie alla risonanza avuta dall’evento anche a livello internazionale, l’inchiesta fu infine riaperta e nel 1906 Dreyfus venne scagionato e reintegrato nell’esercito, così come il colonnello Picquart.

L’affare Dreyfus ebbe vaste conseguenze, e nel corso degli anni ha continuato a tornare di attualità. Nel 1994 su La Voce Indro Montanelli lo definì il «prodromo di Auschwitz». Ma in quel caso, grazie alle voci dissenzienti sulla stampa, la ragione riuscì ancora a vincere sulle forze del razzismo. Sotto il regime nazista la situazione sarebbe stata ben diversa.

Nell’articolo si ricordava inoltre che fu quell’episodio a convincere Theodor Herzl, il fondatore del sionismo, dell’impossibilità per gli ebrei di integrarsi nella società europea. Anche da qui nacque l’idea, espressa in Lo Stato ebraico (1896), di creare uno stato di Israele in Palestina.

Anche al giorno d’oggi vale la pena di guardare indietro alla figura di Dreyfus riconoscendovi il prototipo dello straniero discriminato. Nella nostra società si tratta ormai soprattutto dell’extracomunitario o del musulmano, visto come minaccia alla sicurezza e al benessere. In altre parole, l’ambientazione e i protagonisti cambiano, ma la trama resta sempre la stessa: la pericolosa vittoria dei pregiudizi sull’evidenza, il dilagare di paure irrazionali – anche grazie ai media – e il moltiplicarsi di casi di discriminazione. Come cambiare il finale?

Diana Burgio