La faccia green delle criptomonete – Il Quorum
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La faccia green delle criptomonete

Inizialmente viste con scetticismo dagli investitori, ormai le criptovalute non sono più considerate un esperimento di nicchia, ma una vera e propria realtà finanziaria. Tra alti e bassi i più famosi Bitcoin, così come Ethereum, Ripple e molte altre monete virtuali, sopravvivono ormai da anni. Ma riusciranno a vincere anche la sfida ecologica?

Pochi assocerebbero subito le criptovalute alla sostenibilità ambientale. Di gran lunga più discussi sono altri temi, come la volatilità delle quotazioni, la stabilità intrinseca del sistema e la sicurezza delle tecnologie informatiche utilizzate. Eppure, nel prossimo futuro un altro aspetto delle monete virtuali passerà in primo piano: l’impronta ecologica.

Secondo la piattaforma Digiconomist, attualmente il sistema Bitcoin impiega all’incirca la stessa quantità di energia di tutta l’Austria; mentre Ethereum, la seconda criptovaluta al mondo, consuma quasi quanto la Repubblica Dominicana.  E questi dati sono destinati a crescere: già nel corso del 2019 il sistema Bitcoin potrebbe comportare un dispendio di energia pari all’attuale consumo degli Stati Uniti.

L’enorme consumo di risorse è legato sia alla creazione di nuove monete, il cosiddetto mining, sia alla validazione delle transazioni tramite la blockchain. E siccome il sistema delle criptovalute tende a espandersi (in termini di coins in circolazione), col tempo aumenta   la potenza di calcolo necessaria per entrambe le operazioni, nonché il dispendio legato al raffreddamento dei server. Oggi una transazione in Bitcoin impiega la stessa elettricità utilizzata da 24 famiglie americane in un giorno; nel gennaio del 2017 erano meno di quattro.

Ormai nella maggior parte dei Paesi generare nuove coins è un affare in perdita, in quanto i costi di produzione superano il valore delle monete stesse. Di conseguenza, il mining avviene in regioni dove i costi dell’energia solo minori, in particolare in Cina. Ed è proprio questo ad aggravarne l’impatto ambientale: nel Paese asiatico le centrali elettriche sono alimentate a carbone e lasciano dunque un’impronta ecologica di proporzioni ingenti. Secondo uno studio pubblicato su Nature Climate Change nell’ottobre del 2018, il solo mining dei Bitcoin potrebbe portare a un incremento della temperatura di più di 2°C in meno di trent’anni.

Le principali criptovalute dovranno quindi confrontarsi sia con il tema della sostenibilità sia con il problema di costi crescenti che, nell’altalena delle quotazioni, rischiano di superare il valore effettivo delle monete perfino in Paesi come la Cina. D’altro canto, anche i mezzi di pagamento e d’investimento tradizionali pongono questioni simili. Per fare un esempio, l’estrazione dell’oro è estremamente dispendiosa in termini di risorse, senza contare poi i consumi legati alle banche, ai caveau, al trasporto, ai sistemi di sicurezza e alla rete informatica. Ed è già noto che la produzione delle monete da 1, 2 e 5 centesimi di euro è più cara rispetto al valore nominale. D’altra parte, sempre secondo le analisi di Digiconomist, le transazioni effettuate tramite le carte Visa richiederebbero nettamente meno energia rispetto alle operazioni in criptovalute.

In ultima analisi, il nocciolo del problema Bitcoin è la sua portata abnorme: secondo Arvind Narayanan dell’università di Princeton, l’elettricità consumata dalla criptovaluta ammonterebbe già all’1% della produzione mondiale di energia. E man mano che il sistema cresce, fino ai 21 milioni di Bitcoin previsti, diventa sempre meno sostenibile per il pianeta. L’unica via di sopravvivenza per le monete virtuali sarà quindi assumere una faccia più green.

Diana Burgio