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HEIDEGGER: il filosofo dell’Essere

“La filosofia è la fatica più radicalmente libera della finitudine dell’uomo, perciò è nella sua essenza più finita di ogni altra fatica.”

Il mio interesse per la figura di questo grande filosofo nacque quando lessi una sua frase, non un libro, una semplice frase: “Nessuno può saltare oltre la propria ombra”. 

Il che è vero, occorre però capire cosa il professor Heidegger intendesse per ombra. Un’ombra fisicamente osservabile, oppure una che proietta la nostra presenza, il nostro esserci, il nostro stare in un luogo in un determinato momento.

Il filosofo dell’Essere è stato il maggiore esponente dell’esistenzialismo e, politicamente, cedette alle tentazioni del totalitarismo. Nacque il 26 settembre 1889 a Messkirch, nel Baden. Il suo anno di nascita coincide con quello di un altro filosofo, il geniale Ludwig Wittgenstein e con quello di Adolf Hitler. Nel 1911 si iscrisse all’Università di Friburgo, dove seguì i corsi di filosofia e teologia, e dove divenne allievo di Rickert. Si laureò nel 1913, discutendo una tesi su La teoria del giudizio nello psicologismo. Due anni dopo ottenne la libera docenza, grazie alla dissertazione su La dottrina delle categorie e del significato in Duns Scoto. Nel 1916 divenne assistente di Edmund Husserl e collaborò con lui sino al 1923 contribuendo allo sviluppo della fenomenologia. Nello stesso anno ottenne una cattedra a Marburgo, dove insegnò sino al 1927. In questo stesso anno pubblicò le prime due sezioni della prima parte di Essere e tempo – opera che, come è noto, rimarrà incompiuta a causa dell’insufficienza del linguaggio filosofico dell’epoca, come affermò lo stesso Heidegger – e , l’anno seguente, fu chiamato a Friburgo per prendere il posto di Husserl, che si era nel frattempo ritirato dall’insegnamento. Nel 1929 pronunciò e pubblicò la prolusione Che cos’è la metafisica?; pubblicò anche Kant e il problema della metafisica e L’essenza del fondamento. Nel 1933 venne nominato rettore dell’Università di Friburgo e aderì al partito nazionalsocialista. Mentre molti intellettuali fuggirono, intravedendo nel nazismo l’orrore, Heidegger decise consapevolmente di fiancheggiare e sostenere il partito di Hitler.

La prolusione di Martin Heidegger a Friburgo in occasione della sua nomina a Rettore ne è un esempio particolarmente efficace, che fa molto riflettere. In quella sede il filosofo dell’Essere esaltò la rottura che aveva fatto irruzione nel mondo. Parlò del popolo, del compito storico di cui era investito, del capo che doveva guidarlo, e invitò l’Università e la scienza, a mettersi al servizio della grandiosa e splendida rottura che si stava compiendo. Quello che nel discorso per il rettorato poteva ancora avere un afflato in qualche modo filosofico assunse contorni molto netti e precisi in un secondo momento. Così, nel foglio dei nazionalisti dell’Alto Baden “Der Alemanne” il tenore delle parole diventava il seguente: “Tutta la realtà tedesca è stata cambiata dallo Stato nazionalsocialista, col risultato che anche tutto il nostro modo passato di intendere e pensare deve ugualmente trasformarsi.” 

Ancora poco dopo afferma: “Il Fuhrer, lui proprio e lui soltanto è la realtà tedesca presente e futura, e la sua legge. Imparate sempre più profondamente: ormai ogni cosa esige una decisione ed ogni atto una responsabilità.” Questo è parso sin da subito sufficiente per considerare Heidegger un apologeta del nazionalsocialismo.

Nel 1934 si dimise dalla carica di rettore e sino al 1942 non pubblicò più nulla; tenne comunque regolarmente lezione (importantissimi, in particolare, il corso del ’35 sulla Introduzione alla metafisica – il cui testo sarà pubblicato solo nel 1953 – e quelli degli anni 1936 – 1942 dedicati a Nietzsche – che saranno pubblicati solo nel 1961) e, nel 1936 tenne a Roma la conferenza su Holderlin e l’essenza della poesia. 

La prima opera pubblicata dopo questi anni di silenzio fu La dottrina platonica sulla verità (1942). Nel 1944, dopo l’occupazione delle truppe alleate, venne vietato ad Heidegger qualsiasi tipo di attività didattica fino al 1951.

Nel 1943, intanto, Heidegger aveva pubblicato Sull’essenza della verità (un testo del 1930); l’anno seguente pubblicò le Delucidazioni alla poesia di Holderlin, nel ’47 la Lettera sull’umanismo, nel 1950 Sentieri interrotti e nel 1954 Saggi e discorsi. Lasciato l’insegnamento continuò la sua meditazione filosofica nel ritiro di Todtnauberg, nella Foresta Nera. Negli anni successivi uscirono altre sue importanti raccolte di scritti: In cammino verso il linguaggio (1959), Nietzsche (1961), Segnavia (1967). La morte lo colse nella città natale di Messkirch, il 26 settembre 1976.

ESSERE E TEMPO è il suo capolavoro e il manifesto dell’esistenzialismo novecentesco. Pubblicato nel 1927  l’opera cerca di rispondere alla domanda: “Cos’è l’essere”. Ovvero cosa sono io quando sostengo di essere in un dato luogo in un determinato momento. Per rispondere a questa domanda Heidegger aveva posto al centro dell’analisi i caratteri costitutivi dell’esistenza individuale, nell’intento di riportare il problema filosofico dell’essere a una base di radicale concretezza.

Secondo Heidegger, è appunto la considerazione del modo di essere proprio dell’uomo a mettere in crisi la nozione di essere che la filosofia ci ha tramandato, e che risale fondamentalmente a Platone e Aristotele. Questa tradizione considera l’essere come sinonimo di essere-presente: si dice che qualcosa “è” in quanto è dato in un punto dello spazio e in un momento del tempo, cioè in quanto è presente. L’uomo, dice Heidegger, è nella forma dell’aver-da-essere. Per l’uomo “essere” significa sempre stare in una situazione progettando di mutarla: la vita è fatta essenzialmente di bisogni, desideri, interessi, stati affettivi, che sono tutti modi di protendersi verso il futuro.

L’esistenza, cioè il modo di essere proprio dell’uomo, è così definita come progetto. Heidegger riprende qui esigenze e contenuti largamente diffusi nella filosofia del primo Novecento, che, reagendo al positivismo ottocentesco e all’incipiente affermarsi di una società massificata, aveva rivendicato l’originalità e la specificità della vita e della libertà dell’uomo. Che l’esistenza sia progetto, significa che l’essere dell’uomo è costitutivamente temporale: l’uomo “è” in quanto si protende verso il futuro, e in questo protendersi costituisce anche il passato come la situazione da cui vuole uscire e il presente come momento del passaggio e della decisione. Ma la temporalità non riguarda solo l’essere dell’uomo: analizzando le nozioni di “mondo” e di “cosa” Heidegger scopre che il loro essere è in relazione all’uomo. Al centro del sistema di rimandi che costituisce il mondo, sta l’uomo.

D’altra parte l’uomo, che è così posto al centro del mondo, è un essere finito. La sua finitezza non è tanto legata alla mortalità biologica, ma al fatto che egli “si trova sempre a essere” in una condizione storica determinata della quale, fondamentalmente, non può disporre. Il progetto che l’uomo, in quanto esiste, “è”, è un progetto gettato. Temporalità dell’essere e finitezza dell’esistenza costituiscono i due capisaldi di Essere e tempo.

L’opera, tuttavia, rimase interrotta proprio là dove si trattava di passare a una elaborazione più esplicita del rapporto tra tempo e essere: delle due parti progettate, solo le prime due sezioni della prima parte furono pubblicate; Heidegger non portò a termine né la terza sezione della prima parte (Tempo ed essere) né la seconda parte, che doveva concernere la storia della metafisica. Dall’esperienza dell’impossibilità di proseguire Essere e tempo Heidegger trae il problema della metafisica e il problema del rapporto essere-linguaggio. 

Heidegger ritiene che la storia della metafisica sia “storia dell’essere”. A questo punto il problema della metafisica trapassa in quello del rapporto essere-linguaggio. Il linguaggio si rivela come l’orizzonte entro il quale l’uomo è dato a se stesso nella varia concretezza del suo essere storico; esso, dice Heidegger, è “la casa dell’essere.” (Lettera sull’umanismo).

In conclusione la più recente meditazione heideggeriana può essere considerata nel suo complesso come un richiamo al primato dell’essere sull’uomo, primato che si manifesta nel peculiare rapporto di dipendenza che lega l’uomo al linguaggio. La funzione del pensiero, in questa situazione, non può essere se non una funzione “preparatoria”, che disponga l’uomo a un più attento ascolto dell’appello dell’essere. Il pensiero di Heidegger ha avuto e continua ad avere una larghissima risonanza nella cultura del Novecento. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che, in esso, alcuni dei temi fondamentali della filosofia del nostro secolo (il richiamo alla concreta finitezza dell’esistenza e l’attenzione al linguaggio) trovano una sintesi che va oltre i limiti umanistici e soggettivistici della filosofia tradizionale, aprendo la via a quel riesame del significato dell’uomo che è richiesto dalle nuove forme di esistenza individuale e sociale.

Giuseppe Cetorelli

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