INTERVISTE Musica

Teho Teardo e la ricerca del Suono (Intervista ESCLUSIVA)

L’innovazione spesso è l’illusione di esser altro da sé, di superarsi: qualche volta accade davvero, ma non è garantito

Chitarrista, in prima battuta. Polistrumentista, compositore con un debole per violoncello e archi in genere. Un esordio musicale nel solco dell’industrial, quando incideva cassette – le leggendarie musicassette – e subito dopo nella produzione, con la fondazione dell’etichetta M.T.T. Records. Musicista dalle molteplici collaborazioni internazionali, note e allo stesso tempo “ricercate” come quella con Blixa Bargeld, icona della musica contemporanea tedesca, fondatore degli Einstürzende Neubauten e a lungo amico e collaboratore di Nick Cave, nei suoi Bad Seeds. Con lui, Teho realizza due ottimi album, Still Smiling e Spring, uscito lo scorso novembre, con già un buon successo di critica e di pubblico. Ma soprattutto nuovo capitolo di una ricerca musicale che fonde generi e sposa l’industrial con l’elettronica, la teatralità del verso con la forma di canzone: un mix straordinariamente creativo e coinvolgente. E poi c’è la collaborazione con i Raffaello Sanzio per la scena teatrale. Eppure in Italia sembra quasi sfuggire ai riflettori e al grande pubblico, per il quale è più noto come compositore di musica da film. Sue le colonne sonore di film di successo a partire da Denti di Salvatores, nel 2000, a Il Divo di Sorrentino, che gli vale un David di Donatello, nel 2009, al più recente Diaz di Daniele Vicari. Ma definire Teho Teardo solo come compositore di musica da film è decisamente restrittivo, per sua stessa ammissione.

– Come si presenterebbe, cercando di riassumere tutta la sua esperienza?

Salve, sono Teho.

Da chitarrista e leader Industrial ad autore di musica da film. Cosa c’è nel mezzo?

Diversi anni trascorsi cercando un suono e trovandone alcuni.

Leggendo alcune interviste che ha rilasciato, sembra starle molto a cuore raccontare in musica, la nostra società, l’uomo e le sue istanze; una ricerca che non si esaurisce all’uomo ma che riguarda anche il modo di fare musica. Quale e cosa è innovazione per lei in questo senso?

Una visione antropocentrica della musica, la mia, nonostante il cosmo proceda nei suoi vortici senza ricordarsi di noi microbi; ci conviene prender atto della nostra inadeguatezza esistenziale. L’innovazione spesso è l’illusione di esser altro da sé, di superarsi: qualche volta accade davvero, ma non è garantito. Nel limbo tutta la tensione necessaria per continuare a cercare. Questa specie di Purgatorio è il luogo che prediligo per la garanzia di non arrivare mai a destinazione.

– Nella veste di autore di musica da film, cosa crede sia innovazione? Come si pone verso illustri colleghi quali Rota o Morricone?

Ha citato dei geni, ma Rota è morto, Morricone è molto vecchio ed io ho 48 anni e sono decisamente in forma.

Non trova che quando si scriva per un film il “rischio” di fusione dei due mondi, quello squisitamente musicale e quello dell’immagine, sia talvolta inevitabile ed ineludibile?

Credo di avere un’opinione opposta alla sua: mi piace usare il termine “Film” quando suono e visione sono perfettamente allineati. Parlerei di sinestesia. Lei evoca il rischio di fusione, quasi fosse un problema, io firmerei immediatamente affinché accadesse solamente per scongiurare la ricorrente distanza che c’è quando ci si ostina a commentare immagini come fossimo ancora nel 1960. Almeno il cinema d’autore non dovrebbe aver bisogno di una badante sotto forma di musica, che lo accompagni al bagno.

– Pordenone classe 1966. Il primo strumento è la chitarra. Quando nasce il primo amore?

Suonavo il clarinetto e allora la vita non ti sorrideva affatto se a 13 anni avevi un clarinetto tra le mani. Quelli che suonavano la chitarra limonavano alle feste. A proposito di amore, io volevo solo limonare, baciare e perdermi. Ho abbandonato il clarinetto e sono passato alla chitarra elettrica.

Di quei giorni ricordo volumi impressionanti e baci in cui sparire. Ho vissuto gran parte dell’adolescenza pensando che non sarei mai arrivato vivo ai trent’anni perché mi sarei sciolto nel volume o in qualcos’altro, ad esempio nel suono; ma il suono è anche una questione di amore e quindi sono ancora qui.

Gli anni Ottanta Novanta, la scelta dell’industrial in un ricco e variegato panorama musicale. Come ricorda quegli anni?

La componente sperimentale, che allora era il profilo che preferivo della musica industriale, nel trovare una poetica per le zone grigie delle periferie, le zone industriali, la disumanizzazione dei luoghi del lavoro erano un contesto per me adatto dove cominciare a scrivere musica, anche con strumenti e metodi decisamente non convenzionali. Per me contava muovermi autonomamente, trovare una mia strada e allora pensavo quella fosse una via possibile. E’ durato poco, ovviamente, ma va bene così.

Presto lascia Pordenone e si trasferisce a Roma, ma il respiro è da sempre internazionale, su territori musicali in Italia poco esplorati. Quali sono stati e sono i suoi riferimenti musicali?

La mia formazione musicale è esterofila perché quando ho iniziato ad ascoltare musica ed acquistare dischi non c’era una scena musicale italiana. Poi quello che è accaduto successivamente in Italia non ha potuto competere per credibilità e qualità con quanto arrivava da altri paesi, quindi ho continuato a pensare che le mappe della musica fossero almeno europee.

Cosa ama del suo lavoro e come ama lavorare?

Mi piace poter essere me stesso e contemporaneamente riuscire a mantenere la mia famiglia. Qualora non potesse essere più possibile, farò altro. Per ora va bene e faccio del mio meglio per preservare questa preziosa autonomia. Preferisco non avere un unico metodo di lavoro, cambio frequentemente, mi annoio facilmente e trovo inutile ripetersi nelle formule. Mi intriga la riconoscibilità della musica, ma non la riproposizione di quel che si è stati. Cambiamo in continuazione, perché la musica dovrebbe rimanere ferma?

– Lei lavora da solo, al di là delle collaborazioni. Com’è invece l’impatto con il pubblico, le grandi platee?

Non ho grandi platee, i miei sono piccoli numeri, anche se in crescita. Adoro suonare dal vivo, per me i concerti sono fondamentali, improvviso molto e spesso finisco altrove rispetto a quanto prefissato.

Lavoro spesso da solo in studio ma alterno momenti di isolamento ad altri di piacevoli collaborazioni con altri musicisti. In questi giorni suono spesso con Joe Lally, viene anche un paio di volte la settimana nel mio studio, sono ore preziose di scambio. Serve molta cura nelle collaborazioni.

L’ultimo progetto live è stato, se non erro, la sonorizzazione di film e fotogrammi di Man Ray a Villa Manin (Udine n.d.r.). Proseguirà con altre tappe italiane? A cosa sta lavorando?

Porterò in tour questo progetto sui film di Man Ray, il debutto è stato emozionante ed il feedback davvero notevole. A breve tornerò nuovamente a Berlino per iniziare a lavorare ad un nuovo album con Blixa.

– Farsi largo nel mondo della musica, ritagliarsi la propria porzione di libertà e successo non è una sfida facile. Come ci è riuscito e cosa consiglierebbe a giovani colleghi?

Suggerirei di abbandonare l’Italia al più presto. Come disse Céline, la terra è morta.

Sara Cascelli