Robert Leslie: intervista ad un Hobo 2.0 – Il Quorum
INTERVISTE Musica

Robert Leslie: intervista ad un Hobo 2.0

Ogni volta che rimango da qualche parte troppo a lungo finisco per avere una routine e tutto diventa molto noioso. Quindi inizia la voglia di andare altrove…

Robert Leslie è un giovanissimo cantautore anglo-americano nato nel 1991 a New York. Dall’età di 17 anni ha girato praticamente tutta Europa e si è spinto fino in Africa e nelle Isole Canarie. Facendo cosa? Suonando per strada. Spesso dormendoci e vivendoci per strada. Un po’ Kerouac ma con uno spirito gentile, poetico e bohémien tutt’altro che anfetaminico.

Robert non ha una fissa dimora ma gestisce la sua attività di musicista attraverso i social networks ed un sito internet. Lo abbiamo incontrato e ci abbiamo fatto due chiacchiere. Nella nostra intervista gli abbiamo chiesto del suo girovagare, delle sue influenze musicali e del suo rapporto con la rete.

– Sei nato a Manhattan, i tuoi genitori sono Olandesi ed Inglesi, hai vissuto e fatto le scuole in Olanda ma hai trovato l’ispirazione per il tuo diario di viaggio mentre eri in Marocco. C’è un posto a cui senti di appartenere maggiormente fra tutti quelli in cui sei stato?

E’ tutto un po’ confuso sotto questo punto di vista. Onestamente non mi piace neanche più di tanto essere “a casa”. Ogni volta che rimango da qualche parte troppo a lungo finisco per avere una routine e tutto diventa molto noioso. Quindi inizia la voglia di andare altrove – è un po’ come un’ossessione, quando non mi è possibile di viaggiare per un po’, mi trovo spesso a guardare una mappa segnandomi nomi di luoghi da cercare su Google Image, cercando di tirarmi sù. Non sopporto vedere le stesse cose tutti i giorni, tutto si trasforma in una poltiglia grigia dopo un po’.

– Pensi che pubblicherai mai “Street Snakes”?

Ne dubito, a meno che non venga fuori qualcosa. Non sento il bisogno di farlo. E’ una grande storia e penso ancora che quella fase fosse la più fantastica delle avventure della mia vita… ma so che sono cambiato molto da allora e non sono sicuro che sarei in grado di garantirlo. Difficile dirlo. Non l’ho più neanche letto da un bel po’ di tempo.

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– E’ davvero impressionante quanto tempo e quanto lontano tu abbia viaggiato nonostante la tua giovane età: quanto è importante il viaggio nella tua musica?

Credo traspaia in un modo o nell’altro, ma mai troppo esplicitamente. E’ difficile scrivere una canzone libero dall’ambiente che ti circonda; voglio dire, alcuni dettagli troveranno sempre il modo di sgusciare fuori. “Old Brown Stone” è in gran parte su New York. La maggior parte delle canzoni sul nuovo album hanno uno o due riferimenti alla vita a NYC. Oppure se pensiamo alle vecchie cose, “Sailor Song” prende molto da un viaggio che ho fatto con alcuni hippies tedeschi, guidando un camion dei pompieri da Berlino fino in Slovacchia. Sono sicuro che ci sia di più, ma non ho mai veramente pensato a tal proposito… suppongo che chiunque scriva di ciò che conosce e andando avanti sembra essere un po’ un motivo ricorrente per me, quindi va bene.

– Sei in qualche modo un moderno hobo, vivi il mondo sulla strada ma promuovi la tua carriera di musicista attraverso i social networks e un sito web ben curato. Qual è il tuo rapporto con internet?

E’ davvero un’ottima domanda! Ne parlo con Charlie (Charlie Rayne ndr.) tutto il tempo. Da un parte apprezzo davvero la purezza dei vecchi metodi, carta e penna, parlare faccia a faccia, essere disconnessi. E’ così semplice. Mi fa sentire più diretto e assorbito – cose come Facebook sono un’enorme distrazione, realizzi veramente quanto tempo ti prendono solo quando smetti di usarle. D’altro canto, attraverso la rete è il modo con cui ti fai un pubblico oggi giorno. Solo pochi anni fa la gente avrebbe consultato i giornali locali, o magari i programmi dei loro locali preferiti, per cercare un concerto. Ora la gente non cerca più queste cose – si aspettano di trovarle sui loro feeds di Facebook. O su un sito come il vostro, suppongo.

E’ molto difficile andare avanti senza questo tipo di cose. E se non puoi batterle, unisciti a loro – ho imparato ad accogliere il buono e ad ignorare la parte cattiva. E’ bello avere una specie di filo diretto coi fan. Ricevo messaggi tutti i giorni, gente che posta sulla mia bacheca, che commenta i miei post. Mi prende sempre bene rispondere.

– Parliamo di Musica. Ci diresti le tue maggiori influenze?

Ho iniziato con i Beatles e Bob Dylan, chiaramente. In questi giorni sto ascoltando prevalentemente roba contemporanea, direi Radiohead, the Tallest Man on Earth, Beirut, Devendra Banhart, Bon Iver, Wilco, My Morning Jacket, The Walkmen, Neutral Milk Hotel. E amo il jazz. Chet Baker, Coltrane, Duke Ellington, Miles Davis, Billie Holiday. Potrei andare avanti così tutto il giorno!

Dario Russel Bracaloni