Arte

Prospettive dell’arte Cristiana

Con la prospettiva si passa dal giudizio all’amore, dal giudice al padre. Dalla lontananza alla vicinanza…

Si guardi alla prima arte cristiana, quella dei primi secoli, quella in cui non c’è ancora la prospettiva, dunque quella che si chiama profondità. Il punto è che la prospettiva di fatto non è ancora diffusa nei dipinti in quei secoli. Qui si vuole indagare le conseguenze di quest’assenza, voluta o meno che sia, e della sua presenza.

Con la sua assenza tutto è in primo piano, schiacciato. Cristo, così come il resto, sono un unico piano, un unico cielo e chi guarda è di fronte a Cristo e di fronte al cielo. Senza profondità si rimane di fronte, non si è nel cielo. Cristo guarda dal cielo, da uno spazio senza prospettiva, cioè senza profondità, questo vuol dire che Cristo è lontano. Così lontano, tanto che nei primi tre secoli del cristianesimo gli artisti cristiani sono ancora fedeli all’aniconismo di un passo dell’Esodo, il XX, 3-5, da cui si ricava che Cristo, cioè Dio, non è raffigurabile. Ma Dio rimane nel cuore e nell’arte, Dio deve esserci sulle pareti, nelle tessere di un mosaico, Dio in qualche forma deve esserci, perché qualsiasi divieto di raffigurazione non annulla un fatto per i cristiani, Dio si è fatto uomo. Fedeli dunque all’Esodo, ma anche all’incarnazione, così Dio diventa un simbolo, magari un pesce, o il sole.

Alcuni esempi sono i mosaici, ma in generale l’arte bizantina, la cui assenza della prospettiva si aiuta con l’aumento della monumentalità delle immagini, ma la monumentalità, quando manca la profondità, è solo altezza e larghezza, la monumentalità non è profondità, così la monumentalità serve solo ad aumentare l’onnipotenza del giudice e la nostra miseria, anzi più il giudice è monumentale più l’uomo è lontano dal suo sguardo. Come suggestione si può pensare che questo impianto senza prospettiva risenta, data la vicinanza temporale, ancora dell’idea ebraica.

Cosa pensa l’ebraismo della raffigurazione divina? E’ contrario, Dio non è raffigurabile.

Inoltre questo Dio è del Vecchio Testamento, cioè un Dio anche di premi e castighi, un Dio lontano, che non si fa uomo. E’ come se questa sensazione, questa paura, fossero rimaste, ormai come incubo, non come realtà, dentro l’animo di chi, cristiano, non disponendo ancora di una corretta prospettiva, non riesce a raffigurare che Cristo in quel modo, quasi come un magistrato. E se fosse così, se fosse uomo solo come giudice, se fosse ancora un Dio lontano, che con l’uomo non ha partecipato alla debolezza?

Qui si apre un tema interessante: come rendere dolce l’inconveniente dell’assenza della profondità?

Con lo sguardo appunto. Cristo è monumentale, Cristo è immenso, è Dio, ma anche uomo, per questo i suoi occhi possono essere resi caritatevoli, umani, come nel Cristo barbato delle catacombe di Commodilla a Roma. Fino a che la prospettiva non sorge, sarà lo sguardo di Cristo a mitigarne la percezione di lontananza, sarà il suo sguardo a colmare lo spazio apparentemente infinito tra Dio e l’uomo. L’arte bizantina non realizza un Dio che si è fatto uomo, nel senso che realizza un’umanità a-naturale, senza le debolezze, monumentale, cioè senza il dolore.

Punta in sostanza all’astrattezza, ma gli uomini sono concreti, singoli, stelle e miserie di individualità. Dio si è fatto uomo, se anche da uomo rimane lontano, l’arte sarà pure divina, ma non salverà nessuno, perché da sola l’arte è tecnica per il cristianesimo, se Cristo stesso diventa divino in senso tecnico e umano in senso tecnico, l’uomo non si sentirà salvato, anche se lo sarà… in senso tecnico. Del resto l’arte bizantina è orientale, cioè quella parte del mondo antico fatta di monarchie assolute, da quella persiana a quelle ellenistiche. Dio sembra risentire di questi riflessi in queste opere.

Ritornando al Cristo barbato, lì Egli è un uomo umile, con la barba scomposta, non elegante come quelle orientali, ben visibili in tante sculture dell’area mesopotamica. Nel primo l’eleganza è carità, nei secondi maestosità, nel primo la bellezza è umanità, nei secondi regalità.

Certo, i greci conoscevano la prospettiva, si pensi al Partenone. Ma il Partenone rimane lontano, com’è possibile? Non era la prospettiva il problema? No, era la fede. Se si crede che Dio può essere uomo, incarnarsi, salvare, allora il Partenone non sarebbe stato in cima alla collina più alta… lontano, non sarebbe, la statua di Athena Partenos, alta 12 metri, 12 metri di lontananza. Con i greci c’è la prospettiva, ma la vera profondità, la carità cristiana, non c’è nel dio greco, gli dei non amano l’uomo come lo ama il Dio cristiano. Certo, Atena gli dona l’ulivo, Prometeo gli dona il fuoco e si fa divorare in eterno il fegato per punizione, ma… non morirebbero mai per lui. Anzi, a volte lo invidiano, gli fanno la guerra, come nell’Iliade e nell’Odissea. E cosa invidiano dell’uomo? L’umanità, per questo ne rimangono giudici lontani, nonostante le apparenze.

Cristo invece, fu umano nella morte, non nell’invidia. Vinse perché all’uomo si avvicinò. Quando gli artisti cristiani applicano la prospettiva alla fede, possono finalmente portarci dentro lo sguardo di Dio, nel mondo che finora era stato lontano. Compare questa prospettiva, che vuol dire profondità, e immediatamente la vita non è più divisa da Dio, ora chi guarda partecipa, il quadro non è più fuori dal tempo dello spettatore, fuori dal suo spazio, che vorrebbe dire fuori dalla sua storia, con la prospettiva c’è un’unica vita, quella di uno spettatore che diventa attore del dipinto, lo guarda dall’interno, e da lì, da questa nuova vicinanza, Cristo non è più il giudice dei primi secoli, l’austero custode di una perfezione che schiaccia. Con la prospettiva si passa dal giudizio all’amore, dal giudice al padre. Dalla lontananza alla vicinanza.

Andrea Forte