Musica

Musica jazz. Il linguaggio dello swing

Per “swing” s’intende un’esperienza ritmica che caratterizza la grammatica basilare del jazz delle origini, musica da ballo dalla pulsazione regolare, dotata per l’appunto di swing

La musica jazz – forma d’arte che affonda le sue radici nel continente nero maturando i suoi primi frutti nelle Americhe a partire dai primissimi anni del 1900 – nasce primariamente come musica swing. Per “swing” s’intende un’esperienza ritmica che caratterizza la grammatica basilare del jazz delle origini, musica da ballo dalla pulsazione regolare, dotata per l’appunto di swing. Spesso al giorno d’oggi si confonde erroneamente lo swing con il jazz in senso lato. L’identificazione è opportuna soltanto in riferimento alla prima fase storica del jazz americano, quando i jazzisti utilizzavano quasi esclusivamente lo swing come espressione ritmica fondamentale, al punto che il jazz in toto si lasciava definire così. In altri termini, a quell’epoca il jazz come forma e come contenuto erano la stessa cosa, ovvero swing. La musica jazz si è poi evoluta rispetto a questo suo portamento ritmico originario includendone molti altri che attualmente fungono da contenuti stilistici variegati nei confronti dei quali il jazz è forma musicale ampiamente inclusiva. Lo swing era comunque destinato a prevalere nella definizione storica di questa musica, in quanto risultava il contenuto ritmico più forte e incisivo nello sviluppo generale del jazz. Tuttora i jazzisti accettano e talvolta utilizzano una definizione convenzionale di jazz come swing, poiché in esso il jazz e i suoi fautori trovano il loro simbolo rappresentativo preferenziale, un portavoce indiscusso dell’anima musicale jazz.

Il motivo di questa incoronazione dello swing sta nello speciale ruolo tecnico che esso riveste per chi suona jazz, una funzione stilistica che fa dello swing qualcosa di più che uno dei tanti portamenti ritmici sperimentati dalla musica jazz nel corso del tempo. Ebbene, lo swing vanta il fatto di essere la “parlata” ufficiale della musica jazz: come ogni lingua impone specifiche regole di pronuncia, così il jazz pretende di essere parlato con swing, elemento in mancanza del quale esso perde il suo connotato ritmico distintivo e perciò la sua stessa ragion d’essere, dato che questa musica da sempre esige, per sua definizione, una particolare ritmicità del discorso musicale che è per l’esattezza lo swing.

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Duke Ellington

“Il jazz senza lo swing non significa nulla”, recita il titolo di un famoso brano del pianista e compositore afroamericano Duke Ellington del 1941, It don’t mean a thing if it ain’t got that swing. (La traduzione letterale è “Non significa nulla se non c’ha lo swing” – è una frase con soggetto impersonale, a significare che l’assunto vale indistintamente per qualsiasi brano di musica jazz). Lo swing da sempre rappresenta la fondamentale cadenza del parlare jazzistico, dunque il jazz come forma d’arte lo ha eletto a garante della propria anima storica, al di là di ogni trasformazione e contaminazione stilistica che il jazz ha poi incontrato. Per chiarire il discorso con una metafora, si pensi al fatto che allo stesso modo la lingua italiana, nonostante ora abbracci numerosi dialetti che ne arricchiscono il profilo complessivo, crede di trovare le sue più virtuose sembianze nello stile linguistico dell’umanesimo fiorentino. Quindi potremmo dire che il jazz d’oggi – di stampo internazionale, piuttosto vario in se stesso – ha con lo swing afroamericano delle origini quello stesso rapporto di devozione nostalgica che la nostra vecchia Italia intrattiene con i ricordi della sua fulgida giovinezza linguistica rinascimentale…D’altronde lo swing è un linguaggio, o stile di pronuncia, che i jazzisti ancora parlano e sempre parleranno, anche laddove se ne volessero discostare intenzionalmente, perché – ciò va ricordato – lo swing sta al jazz come il latino o il greco antico stanno all’italiano dei giorni nostri. E’ una specie di fattore genetico della lingua.

Allora io dico, si faccia pure largo il jazz d’avanguardia in voga ai nostri tempi, giacché sperimenta positivamente un certo astrattismo ritmico e mescola sapientemente tradizioni stilistiche molto diverse tra loro, ma agli odierni jazzisti cosmopoliti suggerisco: non dimenticate di masticare ogni tanto l’antico idioma che riverbera al fondo di ogni passata e attuale espressione jazzistica, cioè quella particolare cadenza ritmica un po’ zoppicante che fa del jazz una musica inconfondibile, devota ai suoi padri afroamericani che più di un secolo fa creavano e diffondevano il primo idioma jazzistico, prima da umili e grandissimi musicisti di colore, poi da intramontabili icone dell’arte dello swing.

Eleonora Del Grosso