L’ultima nave di Sting – Il Quorum
Musica

L’ultima nave di Sting

Un tuffo nell’ultimo lavoro “inedito“ del cantante britannico

Circa tre mesi fa è stato pubblicato l’ultimo lavoro “inedito” di Gordon Matthew Thomas Sumner, in arte Sting. Un concept album, portavoce e porta suono di un progetto che vestirà nel 2014 la mise di un musical.

Il progetto si intitola “The last ship”, l’ultima nave progettata dagli operai di un cantiere navale di Newcastle ormai in chiusura. Lo sfondo è quello degli anni ’80 dell’era thatcheriana, periodo in cui l’iron lady incrementò il tasso d’interesse per ridurre l’inflazione ed aumentò l’IVA, colpendo l’industria manifatturiera e raddoppiando la disoccupazione in poco più di un anno. E poi la storia britannica fece il suo corso. Ma non è tanto lo sfondo che interessa all’autore del disco, quanto il messaggio che la costruzione di quest’ultima nave ambisce a portare, ovvero quello di ancorarsi al porto di una speranza; una sorta di darsi da fare nella sorte del da farsi.

Una nave imponente, una montagna d’acciaio, un’opera in mano agli operai per permettere loro di costruire e realizzare un sogno che navighi le proprie rotte anche attraverso correnti avverse.

I brani sono 12 con una versione più estesa con nuove tracce; la cosiddetta deluxe edition che le case discografiche pubblicano con l’intento non tanto di estendere un disco con contenuti speciali, ma quanto di ricavare introiti aggiuntivi.

Suggestiva la poetica in The Night The Pugilist Learned How To Dance, dove un pugile innamorato impara a ballare, cambiando i suoi passi, aggressivi e ormai incisi nelle sua postura, in impronte eleganti e leggere, pur di camminare la strada che desidera.

In August Winds, il contrasto tra un mese caldo e dei freschi venti attraversa la voce dell’autore accompagnata solo da una chitarra e da una armonica in lontananza.

Sting ha resuscitato, in questo album, l’immagine reale di quando bambino udiva e vedeva lo smantellamento dell’acciaio dei grandi cantieri navali, per suscitare l’idea attuale della ricostruzione. Una comunità unita nell’intento di resistere e intanto continuare ad esistere insieme. Messaggio nobile, ma fin troppo nobile è anche la liricità e lo stile classico a cui l’autore negli ultimi anni cerca di avvicinarsi, allontanandosi a detta di molti da quel rock graffiante e pop elegante che lo avevano reso celebre col gruppo storico dei Police. E anche dal senso ultimo della musica leggera, cioè quello secondo cui pochi accordi mettono d’accordo tanti.

Ma è il destino dei grandi artisti, confrontarsi col passato. Una sfida sempre impari perché intanto il presente ha consumato un suo tempo, ma una battaglia pur sempre rispettabile per chi la combatte con l’arma più o meno abile del non ripetersi.

È questo il caso, e le sonorità cercano di riprodurre l’atmosfera dei pub inglesi con quel folk che fa danzare stivali e pavimenti legnosi, dando ritmo e vita all’audace coraggio aiutato da una pinta e più di liquidi, che solidifica nebbie di idee.

Il disco è di difficile ascolto perché la sua comprensione obbliga ad un’attenzione silenziosa in grado di cogliere i legami sottesi che reggono l’intera opera. Una scommessa persa in partenza per via dell’abitudine delle playlist casuali degli ipod di turno dove differenti brani di diversi artisti si fondono tra loro, portando a strade superficiali che accompagnano e viaggiano, ma che non permettono all’ascoltatore di fermarsi e soffermarsi.

Per il futuro della musica si spera che di navi ce ne siano sempre nuove e che questa di Sting non sia l’ultima.

Santi Germano Ciraolo

IL VIDEO – AUGUST WINDS LIVE