La fame di Caravaggio – Il Quorum
Arte

La fame di Caravaggio

Il tema centrale di Caravaggio è l’uomo, ha fame dell’uomo, del suo animo così tentato sia dal bene che dal male, così partecipe di entrambi…

Chi non si stupisce di come Caravaggio faccia giocare la luce con l’ombra? Perché ci colpisce più di altri artisti, che pure usavano questo contrasto?

Il tema centrale di Caravaggio in fondo è l’uomo, ha fame dell’uomo, del suo animo così tentato sia dal bene che dal male, così partecipe di entrambi. Questo intreccio è realizzato artisticamente anche, non solo, con l’inversione dell’automatismo tra virtù uguale luce e ombra uguale vizio.

Tutte e due, luce e ombra, servono ad esaltare insieme sia la virtù, sia il vizio.

Perché l’ombra non è solo peccato, ma debolezza da comprendere, perché la luce non è solo santità, ma a volte accecamento. Quest’uomo, tema perenne di Caravaggio, non è che Caravaggio stesso, che parla all’unico Dio in grado di comprendere l’uomo, e dunque di comprendere lui, Caravaggio, cioè il Dio-uomo, Cristo, per dirgli: «Guardami, accettami, io sono così debole, non santo, ma vivo», ed è come se Cristo gli rispondesse nel quadro della Vocazione di San Matteo: «Sì a te, che sei uomo, uomo tra gli ultimi, perché con più ombre che luce, a te io dico che ti accetto, accetto la tua umanità, per amore mio cambia la tua moralità», e l’esattore lo farà.

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Caravaggio però è in grado di accettare un Dio che, pur comprendendo l’uomo, non lo accetta senza l’amore per il prossimo?

Vorrebbe, vuole, e ama a tal punto il prossimo da metterlo così com’è nei propri quadri, luci e ombre: «Dio accettalo, amalo, amami, luci e ombre».

Nella Vocazione di San Matteo Cristo, che a questo punto dovrebbe essere l’unico luminoso, perlomeno più degli altri, paradossalmente emerge da un angolo che rimane in ombra sotto il raggio di luce che illumina Matteo. Perché?

Perché la chiamata di Dio è in ombra, non è impositiva, non obbliga, convince: «Questa è la mia luce, credi di potermi seguire? Io non ti ordino né condanno, rimango discreto, in ombra», come a dire che solo la luce, quella vera, ha il potere di accendersi o spegnersi a suo piacimento, proprio perché per essa spegnersi non è non esistere, ma chiamare discretamente.

In sequenza dunque c’è, da sinistra verso destra, l’oscurità di una vita senza alcuna luce, solo peccato e disperazione, poi la vita in penombra di Matteo, appunto all’ombra, ma di cosa? Non solo di Cristo, ma anche della luce della finestra, inserita tra lui e Cristo, come a dire che Matteo trova come ostacolo a Cristo la luce finta del mondo, dei soldi. Infine Cristo, luce che sa porsi in ombra, per illuminare senza accecare, per chiamare senza costringere.

Andrea Forte