Intervista a Paolo Benvegnù nell’incantato Hotel della vita – Il Quorum
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Intervista a Paolo Benvegnù nell’incantato Hotel della vita

Ognuno di noi ha le sue domande. Amarsi, proteggersi, difendersi possono essere delle possibili risposte; noi viviamo nella paura della fine, invece dovremmo guardare quello che ci è stato dato, il grande privilegio della vita…

A tre anni di distanza da Herman, lo scorso ottobre è uscito Earth Hotel, l’ultimo disco di Paolo Benvegnù. In dodici pezzi l’artista esplora le stanze della vita vista come un hotel, con i suoi passaggi, i ritorni, le partenze e gli addii. Viaggiatore privilegiato è l’amore, analizzato nella sua totalità e nella pregnanza vitale di eternità, di superamento della caducità umana. Ambientazioni oniriche, atmosfere fluttuanti dagli echi più acustici di Life, a quelli più elettronici di Piccola pornografia urbana, dagli archi classicheggianti di Stefan Zweig alla dolcezza di Hannah, fino alla limpidezza lirica di Orlando. Abbiamo incontrato il cantante durante il tour che lo vedrà in giro per l’Italia fino al prossimo febbraio; personalità istrionica e poetica, dotata di quella particolare ironia romantica che narra con dolcezza sorniona una vitalità profonda. Ne è nata una conversazione piacevole di quelle che potrebbero continuare per ore lasciando sempre la sensazione che c’era ancora molto da dire anche se, senza saperlo, forse è stato già detto tutto, perché l’essenza è stata carpita!

– “Earth Hotel”, un allegoria della vita?

Sì, diciamo che rappresenta tanti frammenti di vita, è anche un breviario sull’amore in senso ampio, parte da questo concetto anche etimologicamente come a mors, senza morte. Ogni evento è un atto d’amore, perché è una creazione e quindi è vita, di conseguenza non è morte. Questo da una parte semplifica l’esistenza dall’altra la complica perché spinge a dover discernere quali atti sono più importanti ed interessanti di altri. Ogni canzone può essere vista come una stanza della vita, come nei film di Buῆuel, una soggettiva su un personaggio su cui se ne sovrappongono altri, o al chiuso o all’aperto, sono piccole immagini di piccoli soggetti.

– Le bellissime foto di Mauro Talamonti riproducono ambienti anonimi e silenziosi, atmosfere in chiaroscuro con giochi di luci e di ombre, particolari di provvisorietà e di transitorietà come ad esempio le sedie tirate su e poggiate in modo casuale sui tavoli? Quale è il contenuto di queste immagini, cosa volevi trasmettere?

In tutta sincerità dovresti chiederlo a Mauro, perché riponendo piena fiducia nelle persone con cui lavoro non ho il controllo delle scelte, mi piace dare totale libertà perché credo che questo sia il senso di una collaborazione. La mia interpretazione è che lui abbia voluto vedere me come un personaggio all’interno di un luogo in cui transitano persone, una sorta di depositario della memoria di ognuno. Io ho un’enorme fantasia di sparizione, perché non vedermi dunque come un fantasma?

– Ritmiche elettriche e acustiche, sound variegato, atmosfere oniriche, da dove trai ispirazione, come nasce l’ambientazione sentimentale di un disco?

Fino al penultimo disco Herman la mia è stata sempre una ricerca conscia, volevo trovare determinate cose e lavoravo soprattutto sulla quantità; nell’ultimo lavoro invece mi sono mosso sull’inconscio, mi sono lasciato andare, abbandonandomi. Sono andato a cercare la mostruosità, ho parlato delle miserie allo stesso tempo avvertendomi di smetterla con questo auto sabotaggio che pratico da una vita. Ho lavorato su un piano più sotterraneo ed istintivo, non ho scritto neanche una parola, ho registrato secondo per secondo in tre mesi di tempo.

– In “Nello spazio è profondo” dici: “E le parole sono pietre ambiziose Vizio di forma innaturale Grondano miele nel Vuoto assoluto, Siderale”. Quanta fiducia hai nelle parole, quanto investi nel testo di un pezzo anche rispetto alla parte melodica?

Ne ho troppa di fiducia nelle parole, ne uso molte per altro come si può notare perché non sono in grado di essere qualcosa di diverso rispetto ad un uomo parlante. Credo che invece siamo molto di più, potremmo capirci in modo molto più degno avendo uno sguardo più profondo verso noi e verso l’altro. Il mio dunque è un ammonimento, come a dire smettila di essere così lussurioso verso la parola e cerca di essere più umano! Mi viene un riferimento al film di Christopher Nolan Interstellar: lo spegnimento dell’uomo rispetto all’universo infinito e misterico ha bisogno di un conforto che in quel caso era riposto nella ricerca di nuovi mondi, nel mio è proprio nella parola. Si tratta di direzioni che bisogna seguire per cercare di sopravvivere e di essere felici.

– Il tuo è uno stile variegato che si è evoluto nel tempo a partire dagli echi indie – rock degli esordi ad una tendenza più intimistica e vagamente soul degli ultimi anni, sempre con innesti originali. Quali sono stati i tuoi modelli musicali di formazione e come hai elaborato la tua veste artistica?

Diciamo che scrivere in italiano toglie molto dal punto di vista estetico e stilistico; per quanto riguarda l’attitudine invece sì, c’è molto soul. In merito alla mia veste artistica la sto ancora elaborando, sono proprio agli inizi, sono una studentessa del liceo musicale; dico studentessa perché gli uomini vogliono impadronirsi, conquistare e possedere uno strumento invece io ho una curiosità sullo sfondo. Io parto fondamentalmente dalla musica classica, da Mozart a Richard Strauss a tutti i russi dalla metà dell’Ottocento in poi, sono le prime melodie che mi hanno emozionato; poi ho ascoltato la musica generalista, da Sanremo a Canzonissima, passando per i Beatles. Negli anni ho amato tante cose, alcune anche abbastanza misconosciute, ho amato il jazz, un certo cantautorato italiano come Gaber o De Gregori. Dagli anni Novanta in poi ho apprezzato molto un gruppo inglese che secondo me in realtà è napoletano, i Radiohead: credo che loro abbiano proprio colto dal punto di vista melodico qualcosa di cui noi italiani abbiamo molta paura, quel “melodramma” sonoro che noi cerchiamo di eludere perché il nostro idioma è già molto arrotondato, invece loro hanno trovato un equilibrio in questo mondo post consumistico, hanno fatto una coraggiosa ricerca.

– La musica è arte ma è anche un lavoro che richiede dedizione e fatica; quanta logica e quanta passione serve per la realizzazione di un progetto discografico, quanto cervello e quanto cuore bisogna investire?

Si investe tutto. Io ho iniziato tardi a suonare veramente, se ci credi lo fai con tutto te stesso. Io vivo con grande apprensione il mio lavoro, non appena inizio ad avere nuove intuizioni sento di avere dei veri degli smottamenti interiori. Per ogni progetto che voglia essere di espressione e non di vendita ci vuole tanta abnegazione e anche tanta predisposizione ad odiarsi, perché è un grande carburante.

– Il ritornello di “Orlando” è un’intensa anafora, una domanda incalzante e retorica nella sua risposta intrinseca che nell’ultima ripetizione però rimane aperta. Hai trovato la risposta? (“Cos’è la vita,  se non amarsi? Cos’è la vita, se non proteggersi? Cos’è la vita, se non cercarsi sempre? Cos’è la vita?”) 

Naturalmente non l’ho trovata perché è giusto non trovarla, forse ho trovato un indizio mentre scrivevo la parte finale ossia non resta niente in fondo alle cose eppure tutto è vero anche se non c’è niente, tutto per noi è soggettivo. Abbiamo lo sguardo che è una cosa meravigliosa ma in realtà guardiamo tutto attraverso un buco in questa esistenza, ogni cosa assume tutte le connotazioni possibili, ognuno di noi ha le sue domande. Amarsi, proteggersi, difendersi possono essere delle possibili risposte; noi viviamo nella paura della fine, invece dovremmo guardare quello che ci è stato dato, il grande privilegio della vita.

– Cosa cerchi attraverso la musica?

La guarigione, il conforto. Il canto è una cosa stupenda, ha il potere di farmi sentire una madre, una signora procace e abbondante spiritualmente, o un usignolo leggero. Lentamente pare stia trovando una cura, in passato ero molto più preoccupato di tutto; le ferite si aprono e si chiudono, io le porto in giro, quindi sono dolente da un lato e anche gioioso dall’altro. È meraviglioso poter esprimere il proprio scetticismo su di sé cantandolo.

– A parte il tour del nuovo disco, quali sono i tuoi progetti futuri? Hai già delle nuove idee, desideri messi da parte oppure attendi ispirazioni improvvise?

La gestazione delle mie ispirazioni è molto lunga, però ho già delle idee per il prossimo capitolo di questa lunga elegia del nulla che parte dal 1999 e arriva ad oggi, con un lungo tunnel di collegamento, dove tutto è concatenato, dove ogni frase ha davvero un riflesso nell’altra. I prossimi lampi di questo enorme baluginio, di questo fiume bonificante non saranno tra tre anni ma tra un anno e mezzo, ho già un progetto. L’obiettivo questa volta è quello di fare un disco conscio, con forza e determinazione, senza abbandonarmi. Imbraccerò le armi, sarò combattivo come Don Chisciotte contro i mulini a vento, mi piace l’aspetto nobile di una lotta contro il nulla.

– Grazie Paolo…

Grazie a voi!

Sabrina Pellegrini

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