Sono degno di amore? Il Rick Deckard di Philip Dick tra romanzo e cinema – Il Quorum
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Sono degno di amore? Il Rick Deckard di Philip Dick tra romanzo e cinema

Philip Dick scrisse per porsi l’enigma di cosa sia reale, ma in “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” la domanda è: sono degno di amore?

Che cos’è la realtà? L’ossessione dell’interrogazione da parte di Philip Dick, non ha trovato mai risposte, ma il rinnovarsi della domanda ha generato narrazioni opache, claustrali. In questa forma di autocura che è scrivere, si è costruita l’ossatura alle proprie inquietudini, tale da permettere ad un soggetto incerto una posizione eretta.

Il Rick Deckard dickiano di “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” non ha niente dell’eroe ispirato a Raymond Chandler del film “Blade Runner”, se non la domanda: io sono reale? Deckard è stanco di incarnare il significante padrone dell’essere, quel “io sono” che solo può essere pronunciato per differenza: non è umano il simulacro non generato per via sessuale, mancando il debito di amore e dolore che si deve a coloro da cui si è stati desiderati. In Deckard si insinua il sospetto che non abbia nessun diritto a pronunciare la parola fine per un’altra vita, benchè sintetica. Non vuole più essere il braccio armato di un ente che stabilisce chi ha diritto di chiamarsi umano.

Nel romanzo il punto cieco della domanda sta nel ritiro di un droide donna, una cantante lirica, sorpresa nel suo camerino durante le prove de “Il flauto magico”. Il suo nome è Luba Luft: ama cantare, ha una splendida voce, e per estremo paradosso ammira gli esseri umani, il loro incantato sguardo smarrito sul mondo in cerca di riconoscimento. Un droide non può provare sensazioni simili, in quanto un replicante è un’entità isolata, mancante di empatia. Tuttavia Luba canta Mozart perchè cerca la propria mancanza dentro la cattedrale musicale di una fiaba, sperando così di poter somigliare ad un essere umano, carpirne il segreto, per poter anche lei divenire smarrita come loro, impaurita come loro, disperata come loro. Invece l’unico momento umano che si concede ad un replicante è la morte, seppure – allo stesso modo degli uomini – questi amino la vita. Sono alla ricerca del padre (ecco un’altra delle pochissime analogie col film), di un essere che legittimi loro come esseri dotati di diritti, degni di amore. In fondo nessuno somiglia più a un replicante di quegli adolescenti che all’affacciarsi della pubertà cercano di colmare il buco costitutivo della propria identità con la nevrotica ricerca di ipotetici veri genitori, come se da questo potesse venire una risposta appena soddisfacente per vivere una maggiore fiducia. Anche Deckard è un orfano, come tutti quelli che restano per indugiare sul capezzale della “madre terra” di fatto già morta.

Malgrado questo, i replicanti vi tornano, obbedendo all’impulso irresistibile di fronteggiare il proprio padre digitale, e trovare risposta impossibile ad una domanda non tanto ontologica (chi sono?), quanto generativa: sono degno d’amore? Il Deckard del romanzo non ha niente a che vedere con il suo tronfio epigono di celluloide, copia abusata dei personaggi dell’hard boiled americana. Certo la produzione mai avrebbe digerito il travet tristemente nevrotico della pagina scritta, costantemente alla ricerca di riconoscimento e di amore, prima dalla moglie, poi dai vicini, dal suo capo, e infine da un’algida androide. Deckard fa il suo lavoro di sbirro per abitudine, per soldi, come un normale impiegato, e con sogni tutto sommato piccolo borghesi. Vuole acquistare una pecora vera (la terra è appena uscita da una guerra termonucleare che ha estinto quasi del tutto la specie animale), piuttosto che dedicarsi alla triste cura di una elettrica. Questo lo farebbe stare bene, gli farebbe affrontare meglio i vicini di casa, il capo, il pericolo per il suo lavoro, e il fatto di non essersene andato in una delle colonie extramondo, per restare sulla terra con le polveri sottili a inquinare il suo genoma, con il rischio di vedersi negata la capacità procreativa. Il Deckard di carta si sente poca cosa, come la sua nemesi replicante, un sottoessere, un insetto, con le qualità entomologiche dell’insetto: cacciare, nascondersi e così sopravvivere.

Dick è a mio avviso il vero erede di Franz Kafka. Lui solo come il grande praghese, ha saputo fare romanzo di questa disperazione malata, senza riconoscimento nè amore, solo con un dovere tirannico che spezza il respiro, attualizza la morte. Ma non sta proprio in questo la stimmata più singolare ed autentica che fa chiamare umana la nostra malattia?

Vincenzo Carboni