Tolstoj e l’afflato epico – Il Quorum
CULTURA Letteratura

Tolstoj e l’afflato epico

Autore di opere capitali che riescono a mutare i sentimenti da cui sono discese

Talvolta capita che il nome di uno scrittore evochi immagini grandiose, e insieme alle immagini una sensazione di impareggiabile bellezza. L’afflato epico, la storia che cammina sulle spalle degli uomini, gli affreschi storico-sociali, le vicende d’amore che segnano irrimediabilmente un’epoca e il sentimento stesso, il riscatto degli ultimi che trovano riparo e armi nelle grandi opere d’arte.

Nel 1910 ad Astàpovo, sconosciuta città russa, morì uno dei più grandi artisti che l’umanità abbia mai avuto, era uno scrittore e si chiamava Lev Tolstoj. Racchiudere in un saggio la vicenda artistica e umana di Tolstoj è un’impresa a dir poco audace, lo scopo è quello di disegnare un ritratto agile parlando dello scrittore attraverso le sue opere. E’ uno dei rari casi in cui non esistono opere maggiori o minori, ogni elemento dell’intero corpus si aderge a capolavoro.

Dalle prime prove autobiografiche, figlie della guerra russo-turca che lo vide combattente: Infanzia, Adolescenza, Racconti di Sebastopoli, Giovinezza, I cosacchi. Passando attraverso gli affreschi storici, Guerra e pace e le grandissime storie d’amore come Anna Kareninaromanzi in possesso di una forza tale da ridefinire e locupletare i contorni dei temi affrontati.

Opere capitali che riescono a mutare i sentimenti da cui sono discese. Dopo il successo di Anna Karenina attraversò una profonda crisi spirituale che lo fece allontanare dalla originaria chiesa ortodossa e lo condusse alla concezione di una religiosità più autentica e più vicina alle origini, si convertì al cristianesimo. Di questo periodo sono i romanzi brevi La morte di Ivan Il’ic e l’altro capolavoro La sonata a kreutzer. La sua opera non si esaurì con i romanzi ma, attraverso la saggistica, toccò gli ambiti della politica e della religione che gli valsero la scomunica della Chiesa russa e i violenti attacchi della censura.

Tolstoj nacque a Jasnaja Poljana nel 1828 in una famiglia di antico blasone, perduti presto i genitori fu cresciuto dai parenti ed educato da precettori. Il suo curriculum scolastico e accademico non fu regolare, non si laureò e studiò filosofia da autodidatta.

Uomo dotato di una intelligenza straordinaria e di una cultura invidiabile, scrivere per lui era un atto naturale. La sua penna si muoveva con una facilità disarmante sul foglio bianco, riusciva a riempire decine e decine di pagine nel volgere di una manciata di ore. Perdeva la cognizione del tempo e talvolta anche dello spazio, non mangiava e non beveva per intere giornate, in balia del fuoco sacro dell’ispirazione dimenticava persino di dormire.

Erano i suoi familiari che, preoccupati, gli ricordavano di provvedere alle ordinarie questioni fisiologiche. Tolstoj fu un ‘poeta’ epico, le sue opere sono intessute di metafisica e la sua ossessione artistica lo pone continuamente dinanzi a Dio. Nelle sue opere Dio è presente ma non si vede mai: lo evoca, lo chiama a sé, vorrebbe che dopo l’ultima soglia ci fosse e illuminasse ogni cosa. La sua vita è stata una inesausta lotta con Dio.

Il privato fu sempre disturbato da una tensione, un anelito, una passione per le ‘cose’ superiori, le disgrazie e i lutti familiari acuirono in Tolstoj il senso della ricerca. L’arco della sua lunga vita è segnato e scandito da una indefessa ricerca di Dio. Desidera l’altissimo quando in Guerra e pace fa riflettere il principe Andrej Bolkonskij, sconfitto dalle truppe napoleoniche, sulla bellezza e purezza del cielo mentre a terra c’è solo dolore e sofferenza e ambizione. Cerca Dio quando in Anna Karenina fa riflettere Levin sul senso di questa vita, al capezzale del fratello Nicolaij, è proprio in quel momento carico d’angoscia che Levin ragiona sull’inevitabile fine di tutto determinata dalla morte. Prima, mentre si affannava in cose mondane, non aveva notato una piccola circostanza: che sarebbe venuta la morte e tutto sarebbe finito, che non valeva neppur la pena di cominciare nulla, e che rimediare a questo non si poteva in nessun modo. Levin vinse il timore della fine ultima scoprendo la fede in Dio.

La morte per Tolstoj è la fine di tutto. Molti dei suoi personaggi credono in una dimensione oltremondana e nei momenti del dolore invocano Dio e il Cristo; altri hanno una loro propria religiosità, altri ancora sono dominati dagli interessi, dalle passioni, dai vizi. Ma nessuno di loro discute con Dio e di Dio perché è l’autore che ha deciso di non aprire questo inquietante capitolo.

La sua opera non può essere scissa dalla sua vita, come alle volte avviene con altri scrittori. I personaggi che tratteggia sono immersi nella realtà della vita: tradimenti, amori, guerre, colpi bassi, vendette, invidie, malvagità e disperazioni, rigide convenzioni sociali. Tutto questo è agglutinato da uno stile perfetto, dove ogni parola è un tassello con una forma determinata atta ad incastrarsi con quella precedente e quella successiva.

Ne La sonata a Kreutzer è presente tutta la disperazione che generano i matrimoni dettati dalla “ragion di stato”. E’ il dramma di un insaziabile odio-amore carnale che si svolge tra due egoismi di segno opposto, i quali, tendono accanitamente a sottomettersi l’un l’altro nel soddisfacimento della loro brama. Il protagonista, di cui non sapremo mai il nome, racconta in treno ad un compagno di viaggio di aver ucciso la moglie che lo aveva tradito con un amico di famiglia, un violinista dilettante di eccezionale talento. Si tratta di una severa requisitoria contro il concetto di matrimonio nel ceto benestante, definito una prostituzione legalizzata mascherata da falsi romanticismi. Nel breve romanzo si rintracciano verità sconcertanti che, talvolta per ipocrisia, omettiamo di riconoscere.

L’apice della crisi che porterà Tolstoj alla conversione è rappresentato dal romanzo breve La morte di Ivan Il’icUn banale incidente domestico, dapprima sottovalutato, distrugge la serenità di Ivan Il’ic e da ultimo lo priverà della vita. La crescente consapevolezza della fine e la sostanziale indifferenza delle persone che lo circondano lo inducono a riflessioni estreme. L’unico capace di ascoltarlo è il devoto lacchè, a cui affida le ultime riflessioni sulla vita e la morte. La malattia induce Ivan Ili’ic a rivedere la scala di valori che aveva ispirato la sua vita, guidandolo alla comprensione della verità: tutto quanto è stato falso, nella vita familiare come nel lavoro. Ma ormai la menzogna si ritira e arriva la luce. La morte non è che un rapido passaggio, finisce in fretta, poi quella luce irradia ogni cosa. Un climax che dal pantano del dolore sfocia nella beatitudine e nel trionfo dell’amore sulla morte. Non è difficile scorgere nel volto sofferente di Ivan le sembianze di Lev Tolstoj.

Giuseppe Cetorelli