Marcel Proust: un genio letterario – Il Quorum
Letteratura

Marcel Proust: un genio letterario

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel vedere nuovi panorami, ma nell’avere occhi nuovi

Il 10 luglio del 1871 venne al mondo Marcel Proust, chi si occupa di letteratura sa di cosa parlo. Chi non se ne occupa, ma è un buon lettore, dichiara di averlo sentito nominare o di aver occhieggiato il suo nome tra gli scaffali di una libreria.

Magari, mosso da curiosità, ha preso tra le mani o sfogliato un tomo enorme, più consistente degli altri. Ne ha letto qualche frase e poi lo ha richiuso. Ebbene quel lettore un po’ sbadato ha avuto tra le mani la più grande opera letteraria che sia stata mai pensata e scritta: La Recherche, Alla ricerca del tempo perduto.

Ma facciamo un passo indietro. Proust nasce a Parigi in una famiglia borghese e benestante, il padre Adrien è un medico e professore alla facoltà di medicina, ricordato per essere un grande scienziato e per aver coniato la locuzione “cordone sanitario”, all’epoca del colera in Europa. La madre Jeanne Weil discende dall’alta borghesia israelita e avrà un rapporto strettissimo e quasi morboso con il figlio.

L’infanzia di Marcel non poteva essere più felice: frequentò le migliori scuole, la sua casa era visitata da artisti, letterati, scrittori, uomini in carriera e da medici (sviluppò una idiosincrasia per loro). La sua fragilità estrema e l’ipersensibilità furono relativamente al sicuro fra quelle mura.

All’età di nove anni fu colpito dal primo attacco d’asma, malattia che assillerà e condizionerà la sua vita sino alla fine.

Dopo il liceo si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza ma si mostrerà più interessato alla filosofia, a quel tempo il filosofo intuizionista Henri Bergson cominciava ad elaborare quel pensiero che lo porterà a definire il tempo come “un flusso continuo su cui si innesta il pensiero dell’uomo”. E il tempo, come vedremo, è il nucleo della sua opera.

Il giovane Proust si dedica alla mondanità vivendo appieno la Belle Époque e frequentando i salotti dell’aristocrazia parigina, dove riprende a relazionarsi con compositori, artisti e letterati, fra i quali Paul Valéry, André Gide e Anatole France. Dobbiamo immaginare questo sommo scrittore come un uomo che per tutta la vita ha contemplato il mondo che gli danzava intorno. Tutte le persone che ha incontrato nella sua esistenza hanno avuto la funzione di posare per lui, come una modella per un ritrattista. Il resto lo ha compiuto la creatività e la profondità di uno straordinario osservatore della società e degli uomini.

Come era fatta la mente di Marcel Proust? Perché decise di scrivere un romanzo che arriverà a contare circa tremila pagine? Perché fino ai trentotto anni scrisse poco o nulla?

Questi sono solo alcuni degli interrogativi a cui gli studiosi hanno cercato di dare una risposta. Per capire come era fatta la sua mente dobbiamo parlare del suo temperamento. Era un uomo sensibile, intelligentissimo, colto, pieno di fastidi, sessualmente ambiguo (non disdegnava le donne, ma ebbe come compagno Agostinelli il suo autista). Riusciva ad assorbire la realtà esterna e memorizzare ogni accadimento con la precisione di un taglio chirurgico.

L’intento di Proust fu quello di comprendere di cosa il tempo sia composto, al fine di fuggire il suo corso. La lunghezza senza precedenti, almeno nella cultura letteraria occidentale, è dovuta ai motivi della sua letteratura: prima di M. Proust ogni romanzo procedeva dall’esterno verso l’interno (interiorità e fatti psichici). Con la Recherche si procede dall’interno per poi toccare la realtà esterna (dall’individuale all’universale).

Mai come in questo caso la vita fu maestra di letteratura. Quando, all’età di trentotto anni, decise di ritirarsi per comporre il suo capolavoro si sentì come Noè: l’arca era ormai piena di tante vite, modelli, affreschi umani e sociali, sensazioni. Bisognava togliere l’ancora e salpare, impugnare la penna e scrivere.

Era il 1909 quando scrisse le prime pagine, chiuso in una camera con le pareti foderate di sughero, colpi di tosse e crisi d’asma scandivano i lunghi periodi del suo stile particolarissimo. L’imperfetto dell’indicativo era la forma verbale in cui scriveva e fu lo strumento di cui si servì, per riannodare i fili della sua esistenza e per dare corpo alle estasi metacroniche. La memoria che trionfa sullo scorrere inesorabile del tempo, gli anni che fuggono vengono imprigionati, così come i volti, le conversazioni, le opere d’arte, lo spettacolo della natura.

Mentre scriveva sapeva solo di aver cominciato, non immaginava che la sua creatura potesse crescere sino ad occupare sette ponderosi volumi e circa tremila pagine. Quello che vi è di magnifico nell’opera di Proust è stata la capacità, sconosciuta sino ad allora, di cristallizzare ciò che è sempre sfuggito: mediante il tessuto narrativo che riuscì a concepire emergono le più minute sfumature psicologiche. Gli oggetti e le persone possono essere osservati sfogliandoli come un libro.

“La vera bellezza non risiede nell’oggetto contemplato ma nell’atto della percezione”.

Ogni frase dipinge un quadro rutilante di bellezza assoluta. Lo stile complesso di Proust non poteva non essere tale, per rendere tutte le emozioni che gli traboccavano dal cuore e dall’anima si è ingigantito a dismisura. Con ogni parola evoca la realtà, e noi l’attraversiamo come un giardino nel quale ogni bocciolo tradisce un segreto. Il lettore non si abitua subito al metodo di scrittura di Proust, troppo forte è su di lui il peso del racconto comune e semplificato. Con la stereometria di Proust ci si deve familiarizzare, ma, una volta che se la sia fatta propria, il lettore scoprirà che sino a Proust c’è stata solo una letteratura statica, che ciò che chiamiamo “flusso di coscienza” e “dinamica dei sentimenti” è stato per la prima volta espresso da lui.

Il grande genio francese ci ha detto che i valori imperituri della vita umana risiedono nella ricerca e nel ritrovamento dell’essenza della vita, che è il passato rivissuto, la conoscenza e comprensione dell’opera d’arte.

Proust trasforma le sensazioni in equivalenti intellettuali, quindi in un’opera d’arte. La folla sterminata dei suoi personaggi è un insieme di archetipi: viziosi e virtuosi, sciocchi e intelligenti, nobili d’animo e immorali, onesti e menzogneri. Come abbiamo già accennato l’influenza della filosofia di Henri Bergson fu molto importante nella stesura della Recherche. Quello che interessò maggiormente Proust furono i meccanismi della memoria involontaria. Raccontare ogni episodio emblematico della Recherche è un’impresa temeraria, l’opera è talmente vasta che ci si può perdere dentro.

Mi limiterò a citare quelli che più mi hanno commosso ed esaltato. Nel volume che apre l’opera, Dalla parte di Swann, incontriamo la prima immagine che ci mostra l’azione della memoria involontaria. Proust, l’io narrante, torna a casa e la madre lo accoglie proponendogli di fargli bere una tazza di tè: “…Lei mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti che vengono chiamati petites madeleines, che sembrano stampati nella valva incavata di una conchiglia di Saint-Jacques… Nell’istante stesso in cui il sorso di tè frammisto a briciole di dolce, toccò il mio palato, trasalii, attento a qualcosa di straordinario che mi stava accadendo. Un piacere delizioso mi aveva isolato, invaso, senza ne sapessi la ragione… Bevo un secondo sorso, ma non vi trovo niente di più di quanto ho trovato nel primo. Così nel terzo. E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me… Poso la tazza e mi volgo verso il mio spirito. E’ lui che deve trovare la verità”.

Vediamo come una semplice madeleine immersa nel tè apra, dinanzi agli occhi increduli di Marcel, un mondo di sensazioni riposte di cui riteneva di essere privo. Altro episodio toccante è quello in cui Marcel bambino vede le ombre dei suoi genitori proiettarsi sulla parete di casa, quella parete non c’è più, i suoi genitori sono morti, è la fine di una stagione della vita che non tornerà mai più: “Sono passati molti anni da quel momento. La parete della scala dove vidi salire il riverbero della bugia non esiste più da un pezzo. Anche in me molte cose che credevo dovessero durare sempre sono state distrutte… Da molto tempo anche mio padre ha smesso di poter dire alla mamma: ‘vai con il ragazzino.’ La possibilità di momenti simili non rinascerà mai per me. Ma da poco, ricomincio a distinguere molto chiaramente, i singhiozzi che ebbi la forza di trattenere davanti a mio padre e che scoppiarono soltanto quando mi ritrovai solo con la mamma. In realtà non sono mai cessati; li sento di nuovo semplicemente perché la vita tace adesso ancora di più intorno a me, come quelle campane di convento che i rumori della città coprono interamente durante il giorno e addirittura si pensa siano ferme, ma riprendono a suonare nel silenzio della sera.”

Ne La prigioniera, parte del romanzo dedicata alla gelosia, troviamo passi di elevato valore artistico insieme all’esposizione della sua personale filosofia del tempo: “Il solo autentico viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe nell’andare verso nuovi paesaggi, ma nell’avere altri occhi, nel vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, nel vedere i cento universi che ciascuno di loro vede, che ciascuno di loro è…”

Sul tempo che “ingoia” i nostri cari: “…Soltanto dall’esistenza del nostro pensiero dipende, ancora per un po’, la loro sopravvivenza, il bagliore delle lampade che si sono spente, il profumo delle pergole che non fioriranno più.”

L’immensa cattedrale proustiana trova il suo compimento ne Il tempo ritrovato. In esso ritroviamo la famosa madeleine con la sua sensorialità, la sensazione del piede sul pavimento del cortile di palazzo Guermantes, che rimanda alle lastre del Battistero di Venezia, il cucchiaio che urta contro il piatto. In quest’ultimo volume il tempo compie la sua opera e conclude il lungo cammino della Recherche. Il tempo è tornato su se stesso, ha cambiato, ha svelato, ha concluso, ha svuotato. Ad emergere non sono soltanto gli uomini, ma gli anni che hanno abitato.

Alla ricerca del tempo perduto si staglia come la più grandiosa opera letteraria di ogni tempo. Proust ha scritto quello che potremmo chiamare il libro della nostra interiorità, l’unico che ci abbia dettato la realtà, il solo impresso in noi dalla realtà stessa. Egli ha fatto progredire l’introspezione, la coscienza che l’uomo prende di sé, in una tale proporzione da eguagliarlo ai migliori moralisti di tutti i tempi.

Gli ultimi anni li passò a scrivere (il romanzo rimase però incompiuto), assistito da Celeste la sua governante. Morì con la penna ancora tra le dita a 51 anni, nel 1922.

Giuseppe Cetorelli