L’agghiacciante banalità del male – Il Quorum
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L’agghiacciante banalità del male

Il ricordo delle vittime della dittatura in Argentina attraverso i film sulla “guerra sporca”

La recentissima scomparsa dell’ex-generale Jorge Rafael Videla, a capo della giunta militare che il 24 marzo 1976 depose Isabelita Peròn e instaurò la più feroce dittatura  del continente americano, mi concede l’occasione per parlare dei film più interessanti girati sul periodo della “guerra sporca” o, come la chiamavano Videla e i suoi sodali: “processo di riorganizzazione nazionale”.

Nel maggio del 1977 Ibérico Manuel Saint-Jean, governatore della provincia di Buenos Aires, pronunciò durante un discorso queste parole: “prima elimineremo i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, successivamente quelli che resteranno indifferenti e infine gli indecisi”; l’essenza del “processo di riorganizzazione nazionale” sta tutta in questa frase.

E’ opinione unanime che il primo atto della guerra sporca sia stata la cosiddetta “notte delle matite”, una rivoltante operazione di rastrellamento ai danni degli studenti liceali della città di La Plata. Questi ragazzi, tutti tra i 15 e i 18 anni erano destinati a scomparire nel nulla: sarebbero diventati “desaparecidos”, i primi di una purtroppo lunghissima lista. Cosa avevano fatto di così grave? Avevano osato protestare per l’abolizione del “boleto estudiantil”, ossia una tessera riservata agli studenti che garantiva uno sconto sul biglietto dei mezzi pubblici e prezzi agevolati per i libri di testo. Vennero prelevati di notte dalle loro abitazioni e strappati ai loro genitori, che non li avrebbero mai più rivisti, perchè pensavano che l’autobus costasse troppo.

A questo episodio è dedicato “La Notte delle Matite Spezzate” che Héctor Olivera girò nel 1986, neanche tre anni dopo la fine della dittatura. Il Film racconta con assoluta fedeltà agli eventi il drammatico calvario di cinque ragazzi e due ragazze, tra torture, stupri e privazioni, e gli sforzi dei loro familiari disperati, destinati a infrangersi sul muro di gomma dell’omertà, sorretto addirittura dalla gerarchia ecclesiastica. Si tratta di un film durissimo, che personalmente mi ha causato una sofferenza fisica. Per la sua crudezza è passato raramente in televisione e non ne esiste una versione home video per cui se per un fortuito miracolo riuscite a intercettarne una proiezione in qualche cineclub o un ancor più improbabile passaggio televisivo, non fatevelo sfuggire.

Un altro film legato allo stesso episodio, anche se solo come punto di partenza, è “Immagini” (2002) di Christopher Hampton, pellicola di produzione USA con attori di prima fascia che racconta della “sparizione” di Cecilia (Emma Thompson), giornalista che indaga proprio sulla notte delle matite, e della disperata ricerca di suo marito Carlos (Antonio Banderas), che per trovarla si affida alle sue capacità di sensitivo mettendo in pericolo se stesso e sua figlia, che verrà poi anch’essa sequestrata. E’ un film ben recitato ma che ho trovato il meno riuscito tra quelli dedicati alla tragedia argentina, forse l’inserimento del fattore paranormale toglie autenticità o magari il fatto che sia una produzione statunitense (ossia del paese che più di tutti appoggiò la dittatura) mi fa essere uno spettatore prevenuto, in ogni caso è un film onesto, da vedere.

Il film che preferisco tra quelli legati al tema in questone è “Garage Olimpo” (1999), primo film di un dittico del regista Marco Bechis, particolarmente accurato in quanto Bechis ha rischiato lui stesso di diventare un “desaparecido”, salvatosi dall’oblio solo grazie al suo passaporto italiano, che gli ha permesso di evitare il peggio grazie a un decreto di espulsione. Prima di essere espulso Bechis fu internato in uno dei numerosi centri di detenzione clandestini di Buenos Aires e subì sulla propria carne la furia degli aguzzini del regime. Nel suo film per una precisa scelta stilistica le torture non si vedono, ma quando la porta si chiude e la radio viene messa a tutto volume per coprire le urla, si percepiscono in tutto il loro orrore. Il film è anche a suo modo una storia d’amore: Maria (Antonella Costa), giovane studentessa che nel tempo libero insegna a leggere e scrivere ai poveri indios analfabeti, vive con la madre (Dominique Sanda) in una grande casa della quale sono state costrette ad affittare alcune stanze per sbarcare il lunario. Maria è anche fiancheggiatrice di un movimento studentesco di opposizione al regime. Uno degli affittuari della madre, Felix (Carlos Echevarría), è segretamente innamorato di Maria, la sua stanza è piena di materiale di dubbia provenienza che lui rivende: orologi, occhiali. Un giorno alcuni agenti in borghese si presentano a casa di Maria, la arrestano e la portano in un centro di detenzione occultato sotto le spoglie di un garage, il garage Olimpo del titolo. Maria scoprirà che il suo aguzzino designato è proprio Felix. Tra i due si sviluppa un rapporto peculiare: Felix cerca in tutti i modi di rendere sopportabile la prigionia di Maria, lei di contro, intravede in Felix la sua unica possibilità di salvezza. Ciò che resta più impresso di questo film è la banalità del male: il torturatore che arriva al lavoro e timbra il cartellino, la vita della metropoli che scorre frenetica a pochi metri dall’orrore, la terrorista che prende l’autobus.

La pellicola più recente tra quelle che voglio proporre è “Complici del Silenzio” (2008) di Stefano Incerti. Liberamente ispirato alla vicenda di Gianni Minà, espulso dall’Argentina nel 1978, narra la vicenda del giornalista Maurizio Gallo (Alessio Boni), inviato in Argentina insieme al collega Ugo Ramponi (Giuseppe Battiston) per seguire i campionati mondiali di calcio del 1978. Il giornalista, incaricato da un amico esule in Italia di consegnare del denaro alla moglie in Argentina, si troverà grazie a lei a squarciare il velo di rassicurante normalità proposto ai media stranieri dal regime, rischiando di finire egli stesso vittima della macchina dell’oblio. La scena simbolo del film è senz’altro quella dei festeggiamenti per la vittoria nei mondiali, un popolo intero ebbro di gioia, ignaro della tragedia che si consuma proprio davanti ai suoi occhi.

Alcuni dei film più importanti sulla guerra sporca parlano del “dopo”, di ciò che resta della dolorosissima vicenda dei desaparecidos, parlano dei figli. E’ il caso di “La Storia Ufficiale” di Luis Puenzo e di “Figli – Hijos”, seconda parte del dittico di Marco Bechis.

Tra il 1976 e il 1983 un’intera generazione di argentini, si parla di 30.000 persone, sparirono nel nulla dopo essere saliti su uno dei “voli della morte” della solerte aeronautica militare per essere gettati nell’oceano Atlantico (al riguardo, consiglio a tutti di leggere “Il Volo” di Horacio Verbitsky). Molte erano giovani donne, alcune delle quali avevano appena partorito nell’infermeria di uno dei tanti centri di detenzione. I figli dei desaparecidos venivano strappati alle madri appena nati per essere affidati, spesso attraverso la mediazione della chiesa, a coppie sterili di fedeli servitori dello stato: poliziotti, militari, medici, magistrati, avvocati.

“La Storia Ufficiale” (1985) è tra tutti quelli presi in esame il film più premiato: Oscar per il miglior film straniero, Palma d’Oro a Cannes per la migliore interpretazione femminile e David di Donatello per la migliore attrice straniera a Norma Aleandro. La cosa è probabilmente dovuta, oltre che all’ovvio valore intrinseco del film e all’eccezionale interpretazione di Norma Aleandro, anche al fatto che si tratta del primo film in assoluto a trattare il tema, è stato infatti girato immediatamente dopo le libere elezioni che portarono alla presidenza di Raùl Alfonsin, nel pieno dei processi e ben prima dell’approvazione di due leggi famigerate: la “legge del punto finale” e la “legge dell’obbedienza dovuta”, che avrebbero lasciato impuniti gran parte dei crimini del regime. Il film è ambientato nel 1983 ed è quindi l’unico a poter essere considerato contemporaneo ai fatti che racconta. Alicia (Norma Aleandro) è una giovane insegnante di storia che ha sempre creduto ciecamente a ciò che è scritto nei libri (la “storia ufficiale” appunto), è sposata con Roberto (Héctor Alterio), professionista benestante. I due hanno una figlia adottiva di cinque anni, Gaby, che amano moltissimo. A causa della cocente sconfitta dell’esercito nella guerra delle Falklands/Malvinas, il regime militare comincia ad andare in pezzi. Tra gli esuli che tornano in patria c’è Ana (Chunchuna Villafañe), una vecchia amica di Alicia, la quale le racconta delle vessazioni subite, facendole per la prima volta dubitare che la storia che insegna sia una versione “ammorbidita” di ciò che è in realtà accaduto. Alicia comincia anche a chiedersi da dove provenga quella bambina che il maritò portò in casa anni prima, la assale un dubbio atroce e decide quindi di indagare. Quello che scoprirà avrà un effetto devastante sulla sua vita e sulla sua famiglia. Dolente apologo della verità, serissima riflessione sull’attendibilità della storia e delle sue fonti (“la storia la scrivono gli assassini!” urla uno degli studenti di Alicia), “La Storia Ufficiale” è un film che ha molte chiavi di lettura, nessuna delle quali scontata.

L’ultimo film di questa carrellata, “Figli – Hijos” (2002), condivide con “Garage Olimpo” oltre che il regista, Marco Bechis, anche l’interprete principale: Carlos Echevarría che, dopo il torturatore innamorato Felix, interpreta un altro ruolo tormentato, quello di Javier, giovane rampollo di una ricca famiglia che abita nei dintorni di Milano in una grande villa. Appassionato di paracaditismo, vive una vita agiata e felice insieme ai suoi genitori (Stefania Sandrelli e Enrique Piñeyro), finchè un giorno viene contattato via e-mail da una ragazza, Rosa (Julia Sarano), che sostiene di essere la sua sorella gemella. Javier dapprima ignora Rosa credendola una mitomane, la ragazza quindi decide di andare a Milano e incontrarlo personalmente. Rosa racconta a Javier che sono entrambi figli di una desaparecida (la Maria di Garage Olimpo, Antonella Costa) e che l’ostetrica che li fece nascere riuscì a nascondere ai militari, che aspettavano fuori dalla porta, che si trattasse di un parto gemellare. Questo aveva permesso a Rosa di salvarsi dal fato di Javier: essere consegnato a uno dei militari in attesa di un figlio da adottare. Javier rimane turbato dall’incontro con Rosa e, anche se continua a non crederle, comincia a fare domande caute ai suoi genitori. Insospettito dalle risposte vaghe che riceve, decide infine di seguire Rosa per sottoporsi insieme a lei al test del DNA.

Molto diverso da quello che lo precede nel dittico, è un film fatto di silenzi, di cose non dette, ma è anche un film sulla scoperta di sè e sulla rinascita.

Sul tema dei figli dei desaparecidos, mi permetto di consigliare due libri: “Il mio nome è Victoria” di Victoria Donda, uno dei “figli” che, dopo essersi riappropriata della sua vera identità, è oggi un deputato del parlamento argentino, e: “Le irregolari. Buenos Aires horror tour” di Massimo Carlotto.

Termino questo lungo excursus con una cosa che mi ha sempre dato da pensare, ossia che la resposabilità principale per la caduta della dittatura militare in Argentina non è in alcun modo imputabile ai “sovversivi e comunisti” di cui la giunta aveva tanto timore. La spallata finale alla guerra sporca la diede la personalità politica più conservatrice dell’emisfero occidentale: la “lady di ferro” Margaret Tatcher.

Pierluigi Bigotti