JAMES il Rivoluzionario – Il Quorum
Letteratura

JAMES il Rivoluzionario

Il tassello mancante dopo l’opera di Proust è certamente rappresentato dalla letteratura joyciana, se Proust ha modificato la forma – romanzo dall’interno di una tradizione, Joyce l’ha modificata dall’esterno…

James Joyce è stato un grande artista della penna, un rivoluzionario, il Copernico della letteratura occidentale.

Nacque a Dublino nel 1882, straordinariamente dotato per le materie umanistiche studiò con profitto nei rigidi collegi di gesuiti e poi all’università di Dublino. Le testimonianze che abbiamo ci parlano di un carattere difficile, un temperamento poco incline alla conversazione, un atteggiamento di chiusura nevrotica nei confronti del mondo esterno e freddezza nelle relazioni umane. Tuttavia deve essere considerato uno dei più grandi artisti del Novecento, assieme al collega Proust, a Picasso, Strawinsky e pochi altri. Uno di quelli il cui studio appare imprescindibile per chiunque voglia capire dove sia arrivata l’arte dello scrivere e attraverso quali percorsi.

In gioventù mostrò di essere un abile poeta, i suoi versi affascinavano gli studenti dell’università e, a sentire i tendenziosi, anche le ragazze. Il suo nome riecheggiava nelle aule premianti dei concorsi di poesia. La transizione alla letteratura ebbe luogo in un secondo momento, la “rivoluzione copernicana” germinò lenta e graduale, cionondimeno la trasformazione del suo stile fu una epifania che segnò irrimediabilmente la storia della letteratura.

Da quel momento l’arte dello scrivere non fu più la stessa.

Dopo una prima fase in cui la sua scrittura evolve in stretta aderenza ai canoni espressivi tradizionali della prosa narrativa, animata – come magistralmente attesta la raccolta di racconti Gente di Dublino – dai temi della stagnazione e dell’inettitudine umana al vivere si allontana da ogni convenzione formale e logica. Nel 1933 la raccolta di racconti appare come un libro di ritratti della Dublino della sua epoca. Altra opera testimone dall’aderenza alla canonica tradizione letteraria è Dedalus, romanzo intriso di contenuti autobiografici dove lo sperimentalismo e la temperie di ultramodernità linguistica sembrano lontani. Poi venne L’Ulisse e il nome di James Joyce entrò, occupandone il vertice, nell’empireo della letteratura. Ulisse fu dato alle stampe dopo otto anni di lavoro, stesure e revisioni, cominciato nel 1914 vide la luce nel 1922.

E’ curioso sapere che le opere letterarie più significative del Novecento uscirono quasi contemporaneamente. Della Recherche proustiana rappresenta l’ideale continuazione stilistico -linguistica, un parossismo raggiunto grazie al canovaccio preparato dal francese Marcel Proust.

Il romanzo abbatte le regole su cui di solito si basa la stesura di una storia. Anzitutto occorre affermare che nell’Ulisse non vi è una storia, non è presente una trama come siamo abituati a riscontrare nelle narrazioni consuete. Una apparente congerie di trame si incrociano e intersecano senza requie, creando ingorghi di pensiero e situazioni paradossali da cui non si esce. Quello che conosciamo come flusso di coscienza e monologo interiore (sperimentati la prima volta da Tolstoj in Anna Karenina) raggiungono nel Joyce dell’Ulisse l’espressione apicale.

L’opera richiamò subito su Joyce l’attenzione di tutto il mondo letterario, lasciando la critica perplessa e divisa. Joyce non soltanto si valeva della neonata psicanalisi di Freud per sondare l’inconscio, e seguiva in tal modo la strada dei maggiori scrittori suoi contemporanei, ma cercava di bruciare ogni riconosciuta struttura tecnica, filosofica o religiosa. Il frequente ricorso all’allegoria fa sì che una parola o un episodio non abbiano mai un unico significato; Joyce varia abilmente lo stile per ciascun personaggio, inventa parole nuove in base a sottili associazioni di idee e affinità di suoni e riesuma termini desueti.

I personaggi sono tre, Leopold Bloom, sua moglie Marion e Stephen Dedalus. Ciascuno con un linguaggio, una struttura mentale e, soprattutto, un “tempo” diversi. Per organizzare questo tempo individuale e seguire il “flusso di coscienza” di ciascuno, Joyce ha stabilito un tempo orario ben preciso, diciotto ore, un luogo inconfondibile, Dublino, e una scansione della materia narrativa in diciotto capitoli, ciascuno dei quali si ricollega a un episodio dell’Odissea omerica che resta sullo sfondo. All’interno di questa struttura la libertà di associazione e di ricerca è illimitata.

L’intento era quello di descrivere i pensieri dei protagonisti prima che si trasformassero in parola, anticipando la forma e l’ordine che le idee assumono quando lo strumento linguistico le traduce nella struttura razionale che conosciamo. Nell’Ulisse compaiono una miriade di storie non raccontate, frammenti di idee pensate da individui sconosciuti, ed è come se riuscissimo ad ascoltare i pensieri della folla enorme che ci attornia, venendo travolti da un fragore assordante. Nel complesso romanzo, lungo più di settecento pagine, l’immediatezza regna sovrana. I pensieri vengono snocciolati rapidamente, si arrivano a descrivere le vicende di un anno in poche righe. Avviene anche il contrario, ossia che un solo istante venga narrato in dieci pagine, è il possesso del tempo ad impressionare il lettore e la facilità elastica di usarlo. In un solo romanzo è presente la parte irrazionale della vita, il pathos dell’espressione artistica trova l’acme nel monologo di Molly (inviterei a leggerlo). Nondimeno è presente anche una certa razionalità, momenti di riflessione profondissima e dolce e commovente, come se dopo tanto turbinare di pensieri, Joyce volesse comunicarci che non ha dimenticato l’ordinaria scrittura degli esordi.

Il logos narrativo a cui mi riferisco si identifica in alcuni passi che hanno il sapore di una cadenza musicale, un istante in cui l’orchestra tace lasciando al solista ampia libertà d’espressione. Il brano che mi accingo a citare è l’esempio di tutto questo, si tratta della descrizione di un uomo, che poi è un padre, il quale si mostra a suo figlio nella realtà immota della morte. A parlare è il signorino Dignam: “Il suo viso era diventato grigio da rosso che era e c’era una mosca che ci passeggiava sopra fino all’occhio. Lo scricchiolio mentre avvitavano le viti della bara: e i colpi mentre la portavano giù per la scala. C’era dentro papà, e mamma piangeva in salottino e zio Barney che faceva vedere agli uomini come dovevano prendere la svolta delle scale. Era una bara grande e alta e doveva essere pesante. Come mai? L’ultima sera che papà si era sbronzato stava sul pianerottolo a gridare che gli dessero le scale per tornare da Tunney a sbronzarsi ancora un po’ e sembrava piccolo e grosso con la camicia. Non vederlo più. La morte, è così. Papà è morto. Mi ha detto di fare il bravo ragazzo con mammà. Non sono riuscito a sentire le altre cose che mi ha detto ma vedevo che la sua lingua e i suoi denti cercavano di dirlo meglio. Povero papà. Era mio padre, Mr Dignam. Spero che sia in purgatorio ora perché era andato a confessarsi da Padre Conroy sabato sera”.

Il procedimento della riesumazione di termini desueti e dell’invenzione di neologismi venne ripreso nell’ultima opera, Finnegans Wake, in cui Joyce approda a uno sperimentalismo spinto alle estreme conseguenze, a un linguaggio retto da leggi assolutamente personali fino ai limiti dell’incomprensibilità. In quest’opera, dove predominano i valori musicali e ritmici, la disintegrazione del romanzo tradizionale è completa.

Il celebre attore teatrale, Carmelo Bene, definì l’Ulisse come il libro della storia umana. Forse James Joyce non ha scritto il libro più bello della letteratura occidentale ma di certo il più decisivo romanzo del XX secolo. In questo caso, checché se ne dica, non credo esistano termini di paragone. Non ci sono predecessori, né seguaci né epigoni, sia in Italia che all’estero. Minato da numerose patologie James Joyce morì a Zurigo all’età di 58 anni, era il 1941.

Giuseppe Cetorelli