“Godzilla”: il mostro è XXL – Il Quorum
Cinema ENTERTAINMENT

“Godzilla”: il mostro è XXL

La bestia radioattiva, rivisitata da Gareth Edwards, in lotta per ristabilire l’equilibrio. Indovinate un po’? Gli umani sono spettatori impotenti

Il re dei mostri è tornato ed è decisamente extralarge. Una dimostrazione sfacciata della megalomania del regista Gareth Edwards, il geniale autore dell’indipendente “Monsters”.

Nulla di simile era apparso finora sul grande schermo. Con i suoi 110 metri di altezza il nuovo “Godzilla” sembra Gulliver a cospetto degli insignificanti King Kong & soci.

In quella che sembra a tutti gli effetti una sfida a chi ce l’ha più grosso (il mostro ovviamente), l’anfibio radioattivo domina anche il confronto fratricida all’interno del film in uscita il 15 Maggio. Già perché, ed è questa una delle chiavi di volta dell’opera, il lucertolone non è solo ma in buona… ops cattiva compagnia (leggero spoiler).

Dietrologia. L’incipit del film sciorina una serie di filmati d’epoca (trovata accattivante) in cui si intravede l’anfibio primordiale nelle acque hawaiane bersagliato da missili nucleari. Sono gli anni dell’atomica, dei test al largo dell’isola di Bikini e dell’incubo Enola Gay. Gli stessi anni che sconvolsero l’immaginario dell’essere umano, sottoponendolo alla prospettiva di un’epoca nucleare, spacciata per progresso ma sinonimo altresì di distruzione e morte. In “Godzilla” scopriamo che quei test erano serviti a mettere a nanna la bestia, una licenza cinematografica che trasuda dietrologia pura, un po’ come era accaduto nel terzo capitolo di “Transformers”, in cui Michael Bay legava la missione lunare della Nasa del 1969 a una teoria complottista aliena.

Edwards confeziona un kaiju movie (film con i mostri, tradizione tutta nipponica), che poi è anche un disaster movie. Ma lo fa con un piglio poco interessato al nudo e crudo entertainment. L’ambizione lo allontana dall’apocalisse tanto cara ai film di Emmerich (maestro di disastri), colmi fino all’orlo di onomatopeici “sbam”, “crash” e “roarrr” (si pensi all’ottimo “Indipendence Day” ma anche al flop “Godzilla” del 1998). Il dettaglio cade sulle vicende umane. Ma se il giochetto funziona nella prima parte del film, dopo l’uscita di scena di uno dei protagonisti la sceneggiatura mostra il fianco a delle preoccupanti falle.

Monster cast. Edwards è un fan di “Jurassic Park” e non può negarlo. Soprattutto i ragazzi nati negli anni 80 smascherano l’omaggio spudorato ad almeno due sequenze del capolavoro di Spielberg: l’incipit con l’elicottero che sorvola le Filippine che tanto ricorda l’arrivo dell’elicottero della InGen a Isla Nublar nel 1993, e la misteriosa scoperta iniziale di un sito di resti fossili inquietanti, pescata anch’essa da JP.

1999. Il dottor Serizawa (Ken Watanabe), scienziato che lavora per un ente governativo segreto, fa una scoperta agghiacciante circa l’esistenza di una razza primordiale risvegliatasi. Neanche il tempo di realizzare l’accaduto che la misteriosa minaccia punta dritto verso l’impianto nucleare di Janjira dove lavorano i fisici Joe Brody (Bryan Cranston) e sua moglie Sandra (Juliette Binoche).

Scoppia il caos e la vicenda viene insabbiata dietro la cortina fumogena del disastro nucleare. Ma l’acuto Brody è ossessionato dai dati che ha in mano e che rivelano che a scatenare la furia distruttrice non è stato un malfunzionamento o un fenomeno sismico, bensì qualcosa di biologico.

Il salto temporale di 15 anni ci mostra il figlio di Brody, Ford (Aaron–Taylor Johnson), un US Navy esperto in ordigni che si reca in Giappone a recuperare il padre nel frattempo arrestato.

Il resto della trama, tra conflitti familiari mai sopiti e deduzioni pseudo scientifiche, è un mero pretesto all’entrata in scena dei giganti. No, avete capito bene. Non è un errore di battitura. Non si assiste a un one-monster-show in cui Godzilla se ne va in giro a distruggere ogni cosa gli si pari davanti.

La massima espressione di un ecosistema primordiale è a caccia di mostri, in quella che sembra una lotta primitiva per ristabilire un ordine naturale. In tutto questo gli umani sono ridotti all’impotenza, spettatori in un allucinante reality show che va in onda h24 sui tg di ogni Paese.

“Good”zilla oppure no?. A 60 anni dal primo “Godzilla” del genio Honda, manifesto allegorico dell’incubo nucleare, ecco il reboot da 200 milioni di dollari dal tocco indie. Edwards però sembra quasi che rinneghi l’etichetta di blockbuster per la sua creatura ed è un male, perché la sensibilità dei personaggi è mantenuta in vita solo dall’intensità di Cranston, reduce dalle metanfetamine di “Breaking Bad”. Aaron-Taylor Johnson non ce ne voglia ma sembra veramente un soldatino che non aggiunge nulla al proprio personaggio, che di caratteristico possiede solo i glutei, tante sono le volte che porta a casa la pelle. Ken Watanabe si limita per due ore a sgranare gli occhi e ad aprire la bocca per lo stupore, non prima di aver sibilato un monito all’umanità (“L’arroganza dell’uomo è pensare di avere la natura sotto il proprio controllo e non l’esatto contrario”).

Sarà proprio Godzilla a salvare la pellicola di Edwards. Al pubblico, a giudicare dalle reazioni in sala, delle relazioni umane gliene importa il giusto. Ma quando il predatore Alfa fa il suo ingresso in scena è uno spettacolo della natura, manifestazione al cubo della megalomania per le dimensioni. Sequenze da urlo, come il maremoto, la lotta nell’aeroporto, il passaggio da terrore puro del treno sul ponte in piena nottata e, dulcis in fundo, la lotta finale per il dominio del pianeta che avrebbe fatto la gioia di Sergio Leone, inventore del “triello”, con tanto di lingue di fuoco scintillanti a illuminare una San Francisco piombata nel buio e nel terrore.

“Godzilla” merita certamente di essere visto, perché visivamente e sonoramente spettacolare e incisivo. Merito delle tecnologie della Weta (compagnia neozelandese), di Owen Paterson (già in “Matrix”) e del designer 3d Andrew Baker (in tandem con lo stesso Edwards, il cui talento è cristallino). E pazienza se a volte sembra più di assistere ad una puntata di “Quark” con tanto di Piero Angela a commentare il tutto.

Emanuele Zambon