Gli scrittori e la “Grande Guerra” – Il Quorum
CULTURA Letteratura

Gli scrittori e la “Grande Guerra”

La letteratura della “Grande Guerra” come un occhio che guarda avanti alla ricerca di una luce, una fenditura che lascia intravvedere il futuro nell’abbandono di un presente di stracca mestizia

La Grande Guerra è stato il primo conflitto combattuto con armi dall’enorme potenziale distruttivo. Alcuni storici l’hanno definita la quarta guerra di indipendenza, altri la guerra che ha inaugurato la modernità. Il dato incontrovertibile è che la Prima guerra mondiale ha prodotto circa dieci milioni di morti. Combattuta nel “Vecchio continente” da imperi contrapposti ha gradatamente coinvolto il mondo intero.

Per una Europa che alla vigilia del XX secolo presentava Stati ambiziosi e inquieti, assillati dal sentimento della loro incompletezza e vulnerabilità, lo sbocco finale non poteva che essere “la baionetta”. Non vorrei addentrarmi troppo in analisi storico-politiche che in questa sede non mi competono; lo scopo è quello di introdurre i Lettori nel capitolo che riguarda gli scrittori e la Grande Guerra.

Quali furono i pensieri degli scrittori, dei poeti e in generale degli artisti durante la guerra?

Sì, perché le trincee furono anche un crogiolo di sentimenti ed emotività immense. Il dolore, la sofferenza e la morte si mescolano fra di loro come eccipienti, dando voce alle anime oppresse. All’epoca erano ragazzi molti di coloro che divennero i più celebrati scrittori e poeti del novecento. Richiamati alle armi patirono sulla loro carne il ferro rovente della guerra e il marchio che ustionò le giovani carni lacerò anche le sensibili anime di cui erano dotati.

Nel 1915 l’Italia entrò in guerra affiancando gli eserciti della Triplice intesa: furono tre anni di sangue, fetore, gelo e piombo. L’ermetico Giuseppe Ungaretti vi partecipò come volontario, il poeta non si rese protagonista di azioni eroiche ma grazie alle sue liriche ha lasciato alcune delle pagine più toccanti della Grande Guerra. Abbandonati i sentimenti nazionalisti che lo avevano mosso fino a qualche mese prima, egli prese coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza e dell’estrema precarietà della loro condizione. “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” (Soldati), la contingenza del soldato in trincea è racchiusa in questa breve poesia del 1918.

Dopo aver trascorso quasi due anni sul fronte carsico, la disfatta di Caporetto condusse Ungaretti in Francia, a ridosso della fine delle ostilità. Le devastazioni che la guerra si lasciava alle spalle sono ben rappresentate dalla poesia che segue: “Di queste case / Non è rimasto / Che qualche / Brandello di muro / Di tanti / Che mi corrispondevano / Non è rimasto / Neppure tanto / Ma nel cuore / Nessuna croce manca / E’ il mio cuore / Il paese più straziato.” (San Martino del Carso). Molti intellettuali che presero parte alla guerra furono ufficiali, spesso tenenti con responsabilità di comando. Da quella posizione poterono raccogliere il dolore dei giovani soldati ed esprimere sentimenti collettivi.

Il romanziere Carlo Emilio Gadda è il pezzo da novanta della letteratura italiana del XX secolo. Fu tenente e seppe cogliere la sofferenza universale che ogni conflitto genera, non solo sui campi di battaglia. Un patimento trasversale che appesantì i cuori delle madri, nella vana attesa di un ritorno agognato che sovente non ebbe mai luogo. Quello che leggerete è un passo tratto da La cognizione del dolore, vi è tutto lo strazio di una madre che non vedrà più il suo adorato ragazzo: “Vagava, sola, nella casa. Ed erano quei muri, quel rame, tutto ciò che le era rimasto? di una vita. Le avevano precisato il nome, crudele e nero, del monte: dove era caduto: e l’altro, desolatamente sereno, della terra dove lo avevano portato e dimesso col volto ridonato alla pace e alla dimenticanza, priva di ogni risposta, per sempre. Il figlio che le aveva sorriso, brevi primavere! che così dolcemente, passionatamente, l’aveva carezzata, baciata. Dopo un anno, a Pastrufazio, un sottufficiale d’arma le si era presentato con un diploma, le aveva consegnato un libercolo, pregandola di voler apporre la sua firma su di un altro brogliaccio : e in così dire le aveva porto una matita copiativa. Prima le aveva chiesto: “è lei la signora Elisabetta Francois?”. Impallidendo all’udir pronunziare il suo nome, che era il nome dello strazio, aveva risposto: “sì, sono io”. Tremando, come al feroce rincrudire di una condanna. A cui, dopo il primo grido orribile, la buia voce dell’eternità la seguitava a chiamare. Avanti che se ne andasse, quando con un tintinnare della catenella raccolse a se, dopo il registro, anche la spada luccicante, ella gli aveva detto come a trattenerlo: “posso offrirle un bicchiere di Nevado?”: stringendo l’una nell’altra le mani scarne. Ma quello non volle accettare. Le era parso che somigliasse stranamente a chi aveva occupato il fulgore breve del tempo: del consumato tempo. I battiti glielo dicevano: e sentì di dover riamare, con un tremito dei labbri, la riapparita presenza: ma sapeva bene che nessuno, nessuno mai, ritorna.”

Louis Ferdinand Celine è un altro grande nome della letteratura europea del novecento. L’autore di Viaggio al termine della notte ebbe una vita travagliata, una vera Odissea. Nato nel 1894 a Courbevoie, si arruolò volontario nell’esercito francese e nel 1914 si ritrovò a combattere nelle trincee. Questo evento segnerà per sempre la sua vita, inducendolo ad un ripensamento sulla natura dell’uomo.

Nel ‘700 un ginevrino di lingua francese, J.J Rousseau, asseriva che “l’uomo nasce buono ed è la società che lo degenera”. Mai come in quelle notti di guerra, ventenne, deve aver dato ragione al vecchio Rousseau. Così racconta in una lettera a casa la sua esperienza dei primi combattimenti sul Lys e di Ypres:“Da tre giorni i morti sono rimpiazzati continuamente dai vivi al punto che si formano dei monticelli che vengono bruciati e che in certi posti si può attraversare la Mosa a guado sui corpi dei tedeschi.” Per meriti combattentistici e per le ferite riportate viene decorato con la Croce di guerra con una stella di argento.

Nel 1929 Erich Maria Remarque pubblica Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues): il romanzo descrive la totale crudeltà della guerra attraverso la prospettiva di un soldato tedesco diciannovenne. In seguito scrisse altre opere simili, con un linguaggio semplice e toccante capace di delineare in modo realistico la vita durante e dopo la guerra. La morte del giovane protagonista è narrata dolcemente da Remarque: “Egli cadde nell’ottobre 1918, in una giornata così calma e silenziosa su tutto il fronte, che il bollettino del Comando Supremo si limitava a queste parole: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Era caduto con la testa avanti e giaceva sulla terra, come se dormisse. Quando lo voltarono si vide che non doveva aver sofferto a lungo: il suo volto aveva un’espressione così serena, quasi che fosse contento di finire così.”

Sempre nel 1929 fu pubblicato Addio alle armi, romanzo parzialmente autobiografico dell’americano Ernest Hemingway. Fu celebre per la sua portata emotiva e per aver interpretato i sentimenti di tanti che avevano combattuto in guerra. Un’intera generazione storpiata dal conflitto identificò, negli orrori descritti dal romanzo, la propria giovinezza perduta. Emerge la psicologia degli americani in Europa durante la guerra. La vicenda tragica del giovane tenente Frederic Henry che dopo aver disertato fugge da Caporetto, passa in barca il confine con la Svizzera, vive in un’estasi di felicità una delle più grandi stagioni di amore letterario di tutti i tempi e vede morire di parto la splendida reincarnazione della dolce infermiera di Milano, dolce alla Kipling, dolce alla Hadley, dolce come erano gli “angeli del focolare” vagheggiati ancora in quegli anni del primo dopoguerra.

Nei romanzi e nelle poesie che ho citato in questo saggio vi è la continua ricerca di una dolcezza infranta, di un tepore che possa sciogliere il gelo prodotto dalla violenza. Talvolta è una licenza, talaltra una diserzione, un amore, una notte silenziosa, un riposo sottratto alla morte. I sentimenti di benevolenza appartengono alla dimensione evanescente del sogno, affidati ai silenti soprassalti interiori. Si guarda avanti alla ricerca di una luce, una fenditura che lascia intravvedere il futuro nell’abbandono di un presente di stracca mestizia.

Giuseppe Cetorelli