Dalla lettera di Giona T. – intervista a Elisa Mauro – Il Quorum
Letteratura

Dalla lettera di Giona T. – intervista a Elisa Mauro

In letteratura non esistono scorciatoie, esistono regole, teorie, macchinazioni e traiettorie…

Abbiamo incontrato Elisa Mauro in occasione della presentazione del suo ultimo romanzo Dalla lettera di Giona T., tenutasi presso la Feltrinelli di Viale Libia ieri otto ottobre. Scrittrice, giornalista, critico musicale, penna arguta e sensibile, in grado di cesellare l’animo umano con acutezza pungente e profondità magmatica che tracima da una coscienza forgiata da una storia personale molto dura, segnata da perdite dolorose ma che sembra trarre proprio dalla sofferenza la forza per interpretare con grande carisma l’esistenza e i suoi protagonisti.

Dopo la prima opera, Cosa c’è di mare in me, vincitrice del Premio Ali e finalista del Premio Strega che narra il dramma personale della perdita dei genitori a causa del male terribile tanto diffuso a Taranto, in questo secondo lavoro spicca una travolgente atmosfera rispettosamente irriverente, un’impostazione amaramente ironica dagli echi pirandelliani nello sguardo umoristico, in una sorta di continuo “avvertimento del contrario” che, nell’apparente leggerezza dialogica, custodisce il più vero “sentimento del contrario”.

Romanzo in parte autobiografico, ma anche storico con la tragedia del popolo ebraico, filosofico con la riflessione e l’analisi del rapporto uomo-Dio, dagli echi psicanalitici in particolare nella figura del dottor Frella dalle sembianze sveviane di una sorta di dottor S.; e poi il plot di Umberto Eco, visioni pasoliniane, influenze musicali. Un linguaggio diretto e spesso crudo, disinibito e deciso, ma anche pastoso e ricco, succulento nella dialettica dinamica, nei dialoghi vivaci. Elisa Mauro rappresenta un chiaro esempio di scrittura giovane ma già matura nel bagaglio culturale, nell’impostazione espressiva.

In questo ultimo romanzo si ha l’impressione di muoversi in due dimensioni parallele, una reale e storica, l’altra onirica e psicologica che avanza in una sorta di ricerca proustiana avvincente nel suo sarcasmo spietato, nella sua simpatia spontanea che però racchiude un universo interiore articolato, complesso e profondamente segnato dalla vita che diventa fonte, materia ed espressione della creazione artistica. Riportiamo l’intervista che la scrittrice ci ha rilasciato con piacevole disponibilità e profondità, con carismatica ironia e con leggerezza cosciente che presuppone necessariamente grande sensibilità di spirito:

– Il titolo sembra fare esplicito riferimento alla parabola del profeta Giona che ha forti valenze simboliche e un profondo messaggio culturale, è così? Oppure è stato solo un espediente su cui romanzare il personaggio?

Il testamento che ci hanno tramandato, e che rappresenta il nostro patrimonio letterario, fa riferimento a una della più belle narrazioni di sempre: quella che vede un giovane profeta, timorato e inesperto, ribellarsi alle indicazioni e ai voleri – non certo di uno qualunque – di Dio. E come punizione, a causa della sua sfacciata anarchia, diventare pasto per pesci, poi il suo stesso vomito, venire illusi con una pianta di ricino che ripara e non ripara in base ai capricci di Dio, per poi morire essiccati. Gli inglesi chiamerebbero tutto questo black comedy. Mi spiegate come si può non provare profonda simpatia (ed empatia) in un personaggio come Giona?

– La musica è un elemento centrale nella tua vita e nel tuo lavoro; da ex musicista hai dichiarato che ora invece di suonarla la scrivi. Quale differenza c’è tra questi due modi di vivere l’universo musicale?

Non sono mai stata una musicista. Proprio per questo motivo ho cominciato a scrivere di musica. Non sapendola fare, ho imparato a scriverla. A giudicarla amorevolmente, come si fa con una vecchia madre. La musica è una dolcissima culla sui cui poggio di tanto intanto i miei scritti. Serve a farli riposare dopo momenti di forte stress, di climax che hanno turbato il lettore e, soprattutto, il loro autore.

– I tuoi gusti musicali hanno influenzato l’atmosfera e l’ambientazione del tuo romanzo? E se sì in che modo?

I miei gusti musicali sono variegati. Assumono le forme più bizzarre in base agli umori e alle necessità del momento. Se scelgo di far perdere qualcuno, utilizzo il bepop. Se voglio farlo tornare e indicargli la strada del ritorno, lo farò con il blues. Se scrivo di New York, sento un’opera di Offenbach; se scrivo del ghetto di Roma, penserò a Beethoven.

– Parlaci di Giona, il protagonista del tuo romanzo, è un prototipo dell’uomo contemporaneo nella società attuale? Oppure è semplicemente un personaggio inventato?

In letteratura non esistono scorciatoie – o almeno spero -, e in ciò nulla è per caso. Esistono regole, teorie, macchinazioni e traiettorie che è bene seguire sempre per la buona riuscita della decodifica del messaggio che si vuole trasmettere. Giona nasce con e per un disegno preciso. Al pari di Walt Whitman il protagonista del mio romanzo è vasto. E contiene moltitudini, tra cui, sì, l’uomo del qui e ora, le sue frustrazioni, le paure, la mancanza di tutto e, dunque, di niente.

– La scrittura nasce sempre da un’esigenza, da un bisogno di comunicazione o dalla necessità di colmare una mancanza, un vuoto; da quale input interiore è nato questo ultimo libro?

E’ vero, come è vero esattamente il contrario. Ogni opera artistico-culturale nasce da un pieno che deve fuoriuscire. Scrivere non è un’esigenza, è un lavoro. O quando mi è particolarmente simpatico, una vocazione.

– Nel romanzo imposti un particolare rapporto tra Giona e Dio, diretto ed immediato, privo di convenzioni e sovrastrutture. Pensi che questa possa essere una chiave per attualizzare la fede in un momento storico sociale così carico di schemi vacui e così privo di riflessività produttiva?

Credo di sì. Credo che oggi sia indispensabile avvicinarsi ad un modo più diretto di comunicazione con Dio. Immagino sia generale il bisogno di sentirci confortati e protetti. E invece…

– Cosa ti senti di consigliare ad un giovane che oggi decide di intraprendere l’impervia strada della scrittura e che sogna di vivere dei prodotti della sua penna? È un’utopia nell’attuale situazione dell’editoria italiana?

Non è un’utopia, non per tutti, almeno. Amaramente: lo è solo per quelli come me.

Sabrina Pellegrini