Il pensiero di Arthur Schopenhauer – Il Quorum
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Il pensiero di Arthur Schopenhauer

Chiunque noi siamo, e qualunque cosa possediamo il dolore che è essenza della vita non si lascia rimuovere

Arthur Schopenhauer, nacque a Danzica il 22 febbraio del 1788, da una ricca famiglia di commercianti di origine tedesca. Filosofo non accademico, come invece Kant ed Hegel (di quest’ultimo fu strenuo oppositore). Era un uomo di vasta cultura, non si sentiva vicino al Cristianesimo ma alle religioni orientali, in particolare l’Induismo (lesse le Upanishad). Tre sono le fonti della sua filosofia: Kant, Platone e appunto le Upanishad.

La sua vita fu segnata dal suicidio del padre, il 20 aprile 1805. Subito dopo la madre aprì un salotto letterario a Weimar, che fu frequentato da diversi intellettuali dell’epoca: Goethe, i fratelli Grimm e i due Schlegel i nomi più importanti.

Schopenhauer non mostrò mai un particolare attaccamento alla madre e si isolò studiando i classici latini e greci, nutrendo la passione per le filosofie orientali. Al compimento del diciannovesimo anno di età ricevette la sua parte dell’eredità paterna e si iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università di Gottinga, dove studiò diverse discipline scientifiche: chimica, fisica, botanica, fisiologia, anatomia, matematica, ma anche storia, psicologia, metafisica, che lo spinsero ad abbandonare la facoltà di medicina e a passare a quella di filosofia, presso la quale affrontò lo studio di Leibnitz, Wolff, Hume, Berkeley e, soprattutto di Platone e di Kant.

Nel 1811 Schopenhauer si recò a Berlino, dove seguì le lezioni di Fichte, dalle quali rimase però fortemente deluso. La sua enorme curiosità lo portò a riprendere i vecchi studi di chimica e fisica, aggiungendo la zoologia, l’astronomia e l’archeologia. Abbandonata Berlino si stabilì a Rudoltstadt, dove scrisse Sulla quadruplice radice del principio di ragione sufficiente, che spedì all’Università di Jena e che gli consentì di ottenere, nel 1813, la laurea in filosofia in absentia. Pubblicata la tesi, fece ritorno a Weimar, dove ebbe modo di intrattenersi con Goethe, che allora stava lavorando alla teoria dei colori e che lo spinse allo studio dell’ottica. Solo da questo momento in poi cominciò a leggere le Upanishad che, pare, abbiano avuto una profonda influenza sul suo pensiero. Ed è nel 1814 che a Dresda cominciò la stesura del suo capolavoro Il mondo come volontà e rappresentazione, che fu pubblicato alla fine del 1818 e che non ebbe alcun successo.

Dopo l’insuccesso editoriale di quello che poi verrà riconosciuto il suo capolavoro, viaggiò in Italia. Nel Bel paese maturò notevoli esperienze culturali, dalle quali fu tuttavia distolto per il sopraggiunto fallimento della banca Muhl di Danzica, alla quale gli Schopenhauer avevano affidato gran parte dei loro averi. Nel 1820 si recò a Berlino, dove ottenne la libera docenza e cominciò ad insegnare presso L’Università locale; per una decina d’anni tentò vanamente di tenere corsi in concorrenza con quelli di Hegel: solo nel primo semestre del primo anno riuscì ad avere un pubblico, sia pur esiguo, mentre negli anni successivi fu costretto ad interrompere le sue lezioni per assoluta mancanza di studenti.

Hegel era all’epoca l’astro nascente della filosofia occidentale e gli studenti affollavano le sue lezioni, lasciando gli altri professori privi di materiale umano su cui lavorare. Nel 1831 lascia Berlino per sfuggire all’epidemia colerica, Hegel invece ne fu vittima. Nel 1836 pubblica il saggio Sulla volontà della natura, mentre la madre muore a Jena nel 1838. Nel 1841 pubblica due saggi sotto il titolo: I due problemi fondamentali dell’etica.

Schopenhauer deve la sua fama al saggio dell’inglese John Oxenford, elogiativo del suo pensiero filosofico. Nel 1858, all’alba dei settant’anni, rifiuta la nomina a Socio della Reale Accademia delle Scienze  di Berlino. L’anno successivo è pubblicata la terza edizione del Mondo come volontà e rappresentazione. La morte lo colse il 22 settembre del 1860, a causa di una polmonite.

Arthur Schopenhauer gode di una popolarità notevole e di un prestigio eccessivi, rispetto alla reale portata della sua opera. Il suo pensiero ebbe scarsa incidenza nell’ambito rigorosamente filosofico, per contro il successo gli arrise negli ambienti artistici e letterari. I larghi e suggestivi orizzonti dischiusi dalla vastissima cultura di cui era dotato, l’afflato mistico della sua ispirazione e il fascino eccezionale della sua scrittura costituiscono il suo lascito.

Lo stile della sua scrittura si riflette nell’opera dei grandi stilisti della lingua tedesca, da Rilke a Hofmannsthal e da Nietzsche a Thomas Mann.

L’uomo era sgradevole, essendo reputato antidemocratico, incredibilmente avaro, iracondo, misantropo ed egoista. Il suo volontarismo irrazionalistico ed il suo pessimismo eserciteranno un influsso pernicioso in buona parte della filosofia posteriore e condurranno ad esiti infausti nella storia del XX secolo; non è peraltro da sottovalutare il suo influsso sul pensiero negativo, nel suo aspetto rifondante e costruttivo, e sul cosiddetto pensiero debole, entrambi germogliati sul terreno della crisi della ragione.

Il mondo come volontà e rappresentazione. E’ l’opera fondamentale del filosofo di Danzica, pubblicata nel 1819 ebbe una travagliata vicenda editoriale. Eppure è tra le opere filosofiche che ho letto con maggiore passione: L’ispirazione kantiana (Critica della ragion pura) e platoniana (Noumeno-Epistéme), la presenza del misticismo orientale (Upanishad) l’hanno resa per me godibile, al di là della mera influenza in ambito filosofico. Schopenhauer ci dice che le arti sono la manifestazione più alta di quanto esiste, poiché riescono nell’intento di dire l’indicibile, mostrandoci l’in-sé delle cose.

Il mondo non è una realtà oggettiva data una volta per sempre, ma un riflesso del nostro intelletto. Il mondo, ossia tutto ciò che si dispiega dinanzi ai nostri occhi, è una rappresentazione soggettiva, una proiezione della nostra volontà. Nell’opera si rintraccia il celebre Velo di Maya, mutuato dalla filosofia indiana. Con questa suggestiva locuzione Schopenhauer riprende i concetti kantiani di fenomeno e noumeno. Il fenomeno è il prodotto della nostra coscienza, è sostanzialmente il mondo come ci appare; mentre il noumeno è la cosa in-sé, fondamento ed essenza vera del mondo. Per giungere alla realtà noumenica, che è la dimensione essenziale, non possiamo percorrere la strada della conoscenza razionale, dobbiamo porre i nostri sensi al di sopra dell’intelletto. Bello il libro terzo del Mondo, dedicato alle arti e all’oggetto dell’arte. La musica per Schopenhauer è il vertice, la più alta manifestazione dell’intelletto umano. Legata all’uomo e inventata dall’uomo, lo trascende; Dacché, secondo il filosofo, esiste al di là della materia e può continuare ad esistere anche quando le cose e l’uomo non ci saranno più.

Il godimento del bello, il conforto che l’arte può dare, l’entusiasmo dell’artista, che gli fa dimenticare i travagli della vita, unico privilegio del genio, il solo che lo compensi del dolore cresciuto di pari passo con la chiarità della coscienza…

Libro terzo, Il mondo come volontà e rappresentazione

Il libro primo tratta della rappresentazione sottomessa al principio della ragione: l’oggetto dell’esperienza e della scienza. In soldoni l’asse portante risiede nella frase d’esordio: “Il mondo è mia rappresentazione” poi Schopenhauer continua: “Questa è una verità che vale in rapporto a ciascun essere vivente e conoscente, sebbene l’uomo soltanto sia capace d’accoglierla nella riflessa, astratta coscienza: e se egli veramente fa questo, con ciò è penetrata in lui la meditazione filosofica…”. Sempre in questo primo libro vi è poi l’accostamento della vita al sogno: “La vita e i sogni sono pagine di uno stesso libro. La lettura continuata si chiama vita reale. Ma quando l’ora abituale della lettura (il giorno) viene a finire e giunge il tempo del riposo, allora noi spesso seguitiamo fiaccamente, senza ordine e connessione, a sfogliare or qua or là una pagina: spesso è una  pagina già letta, spesso un’altra ancora sconosciuta, ma sempre dello stesso libro…”

La sofferenza e il dolore sono le isole a cui approdano le sue argomentazioni. “Ogni vita è sofferenza” afferma Schopenhauer e la sua filosofia è nota soprattutto come descrizione potente del legame indissolubile che unisce Volontà, Volontà di vita e dolore. Innanzitutto, la Volontà è dolore, proprio perché si oggettiva, si individua ed è Volontà di vita. Chi è dominato dalla Volontà di vivere soffre per il divenire e la nullità della vita: “Di quel nulla che ondeggia come ultimo termine in fondo ad ogni virtù e santità, noi abbiamo paura come della tenebra i bambini.”

Fedele a Kant, Schopenhauer esclude che la filosofia possa divenire teologia e considerare il Nulla (relativo) come l’assoluta, divina positività.

Grande rilevanza nella sua filosofia ha il dolore, il cui rimedio non può essere altro che la negazione della volontà di vivere. Pertanto il dolore è strettamente legato alla volontà di vivere. Il dolore viene definito in termini generali come una delle tonalità fondamentali della vita emotiva, per questo è stato da sempre oggetto di riflessione da parte dei filosofi. La concezione del dolore propria di Schopenhauer discende da quella kantiana. Per Kant il dolore è uno stato ineliminabile dalla vita, seppure riducibile con l’uso della ragione. Da Schopenhauer in poi al dolore viene riconosciuta un’importanza tale che ne fa un problema filosofico fondamentale: non una realtà sensata (che redime o è da redimere) ma insensata; il dolore non ha una giustificazione o una spiegazione: è la cifra rivelatrice dell’esistenza.

Giuseppe Cetorelli