Ghosting – Il Quorum
Psicologia e Sociologia

Ghosting

Ghosting è il termine che si è scelto per far riferimento alla condotta, ormai talmente diffusa da essere assimilabile a un fenomeno di massa, tipica di chi tronca un rapporto sentimentale sparendo improvvisamente

Finire è un po’ come morire. E allora meglio sparire. Stando alle stime più recenti lo hanno fatto, almeno una volta nella vita, il 17% degli uomini e il 24% delle donne: per porre fine a una relazione amorosa, di durata più o meno lunga, hanno scelto la via della fuga, dileguandosi nel nulla senza preavviso.

Ghosting è il termine che si è scelto per far riferimento alla condotta, ormai talmente diffusa da essere assimilabile a un fenomeno di massa, tipica di chi tronca un rapporto sentimentale sparendo improvvisamente.

Se state pensando che sia un paradosso che la parola -seppure declinata come fosse un verbo- che dà il titolo a un film (uno dei più famosi e amati degli ultimi 25 anni) nel quale viene celebrato l’amore eterno sia stata scelta proprio per indicare il modus operandi di chi decide d’interrompere un legame facendo perdere le proprie tracce, probabilmente non avete tutti i torti (benché le ragioni che hanno portato alla scelta di tale vocabolo siano evidenti): nell’immaginario collettivo il fantasma di Patrick Swayze rappresenta simbolicamente la persona che resta spiritualmente accanto al proprio partner quando gli diventa impossibile farlo fisicamente, l’esatto contrario di quello che avviene nella realtà, ove le vittime del ghosting vengono di colpo private della presenza fisica e spirituale di quello che fino a poco prima era il partner.

Molto probabilmente nell’arco dell’esistenza tutti abbiamo avuto, più o meno consapevolmente, a che fare col ghosting, chi nel ruolo del fantasma e chi nel ruolo del partner abbandonato; ma esattamente, in cosa consiste questo odioso comportamento?

Semplicemente, nell’interrompere qualsiasi contatto con il partner ignorando ogni suo tentativo di riavvicinamento e ogni sua richiesta di spiegazioni, rendendosi del tutto irreperibile, telefonicamente e telematicamente, oltre che fisicamente. Chiamate inevase, mail e sms ai quali non segue risposta, rimozione dai contatti sui social network sono segnali manifesti di ghosting. Sovente i “fantasmi” evitano di frequentare i posti in cui erano soliti recarsi con il partner che hanno scelto di abbandonare e modificano le loro abitudini.

“Il guaio è per chi resta”, recita un non troppo conosciuto detto popolare: a fare le spese di questa discutibile modalità di conclusione di un rapporto sono, infatti, le persone abbandonate, le quali si trovano a fare i conti, oltre che con l’inevitabile sofferenza connessa alla fine della relazione amorosa, con l’incredulità e la confusione generate da un atteggiamento apparentemente vile e incomprensibile. L’abbandono improvviso e non dichiarato né motivato insinua, in chi ne è vittima, la malsana idea di essere indegno perfino di una spiegazione, nonché quella di essere del tutto incapace di operare un’adeguata selezione della persona con la quale condividere almeno un pezzo dell’esistenza.

Oltre che feriti, insomma, si finisce anche col sentirsi umiliati e “difettati”.

Invece, spesso, le cose stanno molto diversamente. Chi sparisce facendo perdere le proprie tracce lo fa, il più delle volte, perché non è in grado di reggere un confronto vis a vis con la persona che fino a poco tempo prima lo amava e che, probabilmente, in quel momento ancora lo ama e di sopportarne la rabbia e la sofferenza: non volendo né ferire né essere ferito, preferisce dileguarsi nel nulla lasciando che sia il tempo a fare il suo corso.

L’idea di poter essere accusati di vigliaccheria, insensibilità e mancanza di empatia è, comunque, più sopportabile del pensiero di dover affrontare un confronto diretto con il partner e le conseguenze dello stesso.

L’istinto di scansare una situazione sgradevole è umano e comprensibile, tuttavia, nel caso del ghosting, è innegabile come il medesimo, seppure oramai socialmente accettato, denoti immaturità, insicurezza e deresponsabilizzazione da parte di chi lo pratica, nonché una certa dose di viltà: la fine di un rapporto, soprattutto se di lunga durata, andrebbe gestita con un minimo di dignità, anche per rispetto dell’amore che c’è stato e del pezzo di vita che si è percorso insieme.