Empatia. Il carburante delle relazioni umane – Il Quorum
Psicologia e Sociologia

Empatia. Il carburante delle relazioni umane

Da una relazione empatica usciamo sempre arricchiti poiché con l’empatia diamo luogo a quello che possiamo definire un “inter-scambio” d’identità con il prossimo

Gli umani vivono di empatia. Siamo esseri empatici, propensi ad entrare in una “risonanza” emotiva con il prossimo. Attiviamo l’empatia quotidianamente in modo per lo più inconsapevole ma si tratta di un fenomeno psicologico essenziale per il funzionamento di ogni tipo di relazione umana, compreso il semplice dialogo. La sua esistenza è comprovata: si tratta della dinamica psichica più ricorrente e diffusa nella nostra vita sociale.

Il con-vivere, lo stare assieme agli altri, è costellato di relazioni empatiche. Quando gli individui si trovano a condividere un’esperienza simultanea di qualsiasi genere, o vengono coinvolti in una qualche attività che solleciti l’interazione reciproca – come un gioco di squadra o una performance di musica d’insieme – scatta automaticamente il fenomeno dell’empatia. La nostra mente, nell’incontro con altre, scopre e attiva il suo potere empatico. Ci serviamo dell’empatia come fosse il “carburante” della nostra vita interpersonale, poiché soltanto con l’essere empatici possiamo davvero instaurare quella moltitudine di relazioni con il prossimo che la nostra vita sociale ci richiede, dalla più basilare alla più complessa. Peraltro è impossibile “dimenticarsi” di praticarla: essa precede le nostre stesse intenzioni nei confronti del prossimo, vale a dire che tendenzialmente si attiva anche laddove non vorremmo entrare in risonanza empatica con l’altro. Nella sua vita sociale ciascun individuo attiva regolarmente, in modo più o meno consapevole, un certo numero di relazioni empatiche, attraverso le quali è in grado di penetrare in qualche modo nella mente e nell’emotività del prossimo, realizzando una serie di scambi più o meno consapevoli tra la nostra identità e quella altrui.

L’empatia dunque è anche un atto di appropriazione; se è vero che l’appropriazione arricchisce, la relazione empatica diventa un’occasione di arricchimento del sè, ed il motore di ogni nuova appropriazione. Non a caso l’empatia ha molto a che fare con l’apprendimento, di cui è talvolta condizione essenziale. Molto probabilmente quanto più si è empatici tanto più si apprende, ragion per cui una persona particolarmente incline all’empatia dovrebbe essere più rapida nell’acquisizione e nella condivisione di input mentali diversificati rispetto ad un individuo poco empatico.

La relazione empatica può essere immaginata come una fusione momentanea tra le personalità di due o più individui, il che comporta un’integrazione e una mescolanza dei sistemi psico-emotivi degli individui in stato di empatia reciproca. Si produce una sorta di amalgama tra le identità delle persone rapportate in senso empatico, tanto che i vissuti interiori ne possono subire delle trasformazioni. Le relazioni empatiche infatti hanno l’aspetto di un “bombardamento” di input psichici che gli individui si indirizzano reciprocamente l’un l’altro nel momento dell’incontro, causando una istantanea e parziale ri-formulazione della propria identità emotiva.

Da una relazione empatica, anche brevissima, usciamo sempre un po’ trasformati e arricchiti sul piano emotivo e mentale, poiché con l’empatia diamo luogo a quello che possiamo definire un “inter-scambio” d’identità con il prossimo. Per questo motivo il nostro profilo caratteriale e la nostra emotività si plasmano anche attraverso le innumerevoli relazioni empatiche che instauriamo durante la vita sociale.

L’intensità e il tipo di empatia da noi usualmente attivata in prima persona determina la qualità di tutte le nostre successive e future relazioni empatiche. In sostanza siamo empatici nella misura in cui siamo abituati ad esserlo. La disposizione empatica dunque è presente in diverso grado negli individui, a seconda di quanto essa viene praticata nel vivere quotidiano. Indipendentemente da ciò, l’empatia appartiene all’ordine dei caratteri fondamentali dell’umanità, dato che in ogni individuo è naturalmente presente la tendenza a entrare in relazione con il prossimo, concedendo alla propria identità di fondersi emotivamente con quelle degli altri e di lasciarsi da esse trasformare. Quindi tutti siamo o sapremmo essere empatici, in quanto umani. Del resto senza l’empatia non potremmo con-vivere, essendo necessario instaurare costantemente relazioni empatiche con gli altri anche soltanto per cominciare un dialogo. E’ la vita sociale stessa a imporci tale attitudine. In altri termini, il con-vivere impone al nostro apparato emotivo e cognitivo di sviluppare la facoltà dell’empatia come primo e indispensabile mezzo di interazione con il prossimo.

Così durante l’arco della vita l’identità soggettiva si forgia e riformula continuamente attraverso aggregazioni, scambi e fusioni con moltissime altre identità alle quali siamo rapportati in senso empatico, costruendoci una storia emotiva e cognitiva personale che scolpisce, nel tempo, quel che chiamiamo “io”. Douglas Hofstadter, studioso americano esperto in scienze cognitive, lo dice in modo poetico: «siamo tutti degli strani collage, piccoli bizzarri planetoidi che crescono aggregando abitudini e idee e stili e tic e battute ed espressioni e toni e speranze e paure di altre persone, come fossero meteoriti che arrivano all’improvviso, collidono con noi e ci restano attaccati» (D. Hofstadter, “Anelli nell’io. Cosa c’è al cuore della coscienza?”, Mondadori 2008 – p. 305).

Eleonora Del Grosso