Vite parallele – Il Quorum
CULTURA Storia

Vite parallele

Giovanni Gentile e Martin Heidegger due filosofi accomunati dalla stessa sorte. Pagarono per la fede incrollabile in un progetto politico rivelatosi sanguinario e fallace

“Vedendo questa gente che striscia ai piedi del tiranno talvolta ho pietà della loro stupidità. Non basta che obbediscano, devono compiacerlo, devono ammazzarsi per i suoi affari.”

Discorso sulla servitù volontaria
Etienne de La Boétie

Vi sono alcune vite che si incrociano a distanza, destini che si intersecano, sorti accomunate. Il caso che vorrei presentarvi in questo saggio concerne l’esistenza di due sommi filosofi del secolo passato: Giovanni Gentile e Martin Heidegger. Il primo sostenne il Fascismo divenendone ministro della Pubblica Istruzione (1922-23), plenipotenziario in ambito culturale e da ultimo presidente dell’Accademia d’Italia. Il secondo abbracciò fin da subito la causa del Nazionalsocialismo, celebre è il discorso del rettorato tenuto a Friburgo il 27 maggio del 1933 in occasione della nomina a rettore di quella università. Pensatori lungamente tenuti a vile per la convinta adesione ai sistemi totalitari del Novecento, per l’opinione pubblica e il mondo accademico la damnatio memoriae è inemendabile, imperdonabile, talmente grave che anche l’attività di studiosi ne ha risentito.

La loro grandezza di filosofi è stata svilita, vilipesa, forzatamente depotenziata e, nel tentativo di “ripulire” il pensiero del XX secolo, si è dimenticata l’immensa portata teorica delle loro opere. Dopo la fine dei totalitarismi, negli ambienti intellettuali, si configurò una mappa dove si disegnarono i profili di coloro che sostennero i regimi e coloro che li osteggiarono.

I filosofi schierati politicamente dalla parte dei regimi furono condannati, mentre i cosiddetti liberali ebbero salva la vita biologica e la vita accademica. Parlo di Hannah Arendt, Isaia Berlin, Karl Popper, Norberto Bobbio, Ludovico Geymonat (a questo proposito inviterei a leggere il saggio di R. Dahrendorf,Erasmiani).

Il fuoco incrociato dei liberali tentò di nullificare il loro pensiero, l’isterismo anti-gentiliano e anti-heideggeriano era legato alla non accettazione che anche le destre potessero “esibire” pensatori di tale calibro. Le vite parallele dei protagonisti del nostro saggio ebbero un destino comune, Giovanni Gentile, nato a Castelvetrano (TP) nel 1875,  fu vittima della Resistenza: ucciso dai partigiani (GAP) a colpi di pistola nel 1944, mentre rientrava nella sua residenza di Firenze. Martin Heidegger, nato a Messkirch nel 1889, ebbe salva la vita ma dovette fronteggiare l’ostracismo generale dei suoi colleghi e delle vittime del nazismo, costretto ad una vita appartata morì anziano nel 1976 nella città natale.

Ora vorrei – parafrasando un pensatore del cinquecento amico di MontaigneEtienne de La Boétie, autore del Discorso sulla servitù volontaria – parlare di come sia stato possibile, nell’età dei totalitarismi, che milioni di uomini siano stati conniventi con il proprio asservimento. Come abbia potuto la loro volontà piegarsi al dominio. Come abbiano potuto i “migliori”, i sapienti secondo l’accezione platonica, assecondare gli atti di coloro che uccidevano la dignità e la libertà delle genti.

Giovanni Gentile si fidò di Mussolini perché vide nel fascismo la realizzazione del Risorgimento incompiuto e la possibilità di dare vita allo Stato etico di stampo hegeliano.

Discepolo di Bertrando Spaventa, lettore di Gioberti Rosmini e legato alla scuola degli hegeliani napoletani, sosteneva una tesi quanto mai discutibile, ossia che la dittatura fascista fosse il compimento del liberalismo (assunto avversato da Benedetto Croce il quale, per questioni essenzialmente politiche, infranse un sodalizio intellettuale che tanti benefici portò alla cultura idealistica italiana).

Tutto avrebbe dovuto risolversi nello Stato, nulla poteva essere compiuto al di fuori di esso. “Lo Stato non è qualcosa di esterno a noi, di divino e fatale, di casuale o di convenzionale, ma è intrinseco a noi come il nostro organismo” (La teoria dello stato etico). 

Sulla figura di Gentile e del suo pensiero politico sono stati scritti molti saggi, per cui mi limiterò a suggerire l’opera biografica di Gabriele Turi. Una biografia completa che è anche un libro sulla storia del Novecento italiano. Altro lembo del pensiero gentiliano è quello dell’Atto puro: La realtà esiste perché c’è qualcuno che agisce su di essa o il soggetto che la pensa. Il reale viene definito dall’azione. Senza l’agire umano la realtà sarebbe un elemento inerte ai limiti dell’inesistenza. L’oggetto è nella misura in cui è mediato dal soggetto.

Lo stesso conoscere in Gentile è un fare, non un contemplare. L’idealismo di Gentile, o Attualismo, è in realtà un pensiero pratico. Potremmo dire che la teoria dell’Atto puro sia la prosecuzione contemporanea delle istanze della prima modernità. Tutta la filosofia moderna, da Cartesio a Kant, ruota attorno al rapporto tra il soggetto e l’oggetto. Se non ci fosse il soggetto pensante la materia non esisterebbe come abbiamo imparato a conoscerla.

Martin Heidegger, da molti ritenuto il più grande filosofo del Novecento, esaltò la “rottura” che aveva fatto irruzione nel mondo. Sottolineò la grandezza della generazione che aveva brandito il potere in Germania nel 1933. Parlò sempre del popolo, del compito storico di cui era investito, del capo che doveva guidarlo, e invitò il mondo dell’Università e delle scuole, a mettersi al servizio della grandiosa e splendida rottura che si stava compiendo.

Il Nazismo fu certamente il suo peccato (non mortale come fu il fascismo per Gentile) e le citazioni che seguono fanno ancora impressione: “Tutta la realtà tedesca è stata cambiata dallo Stato nazionalsocialista, col risultato che anche tutto il nostro modo passato di intendere e pensare deve ugualmente trasformarsi. Oppure più esplicitamente: “Il Führer, lui proprio e lui soltanto è la realtà tedesca presente e futura, e la sua legge. Imparate sempre più profondamente: ormai ogni cosa esige una decisione ed ogni atto una responsabilità.” 

Parole pronunciate nella veste di rettore della università di Friburgo. Nel dopoguerra la sua posizione si aggravò poiché, svolgendo il mestiere di professore universitario, ebbe modo di plasmare le menti vergini delle nuove generazioni durante il regime hitleriano. Tutto questo è sacrosanto, ma è altrettanto vero che un’opera come Essere e tempo è e resterà un capolavoro assoluto del pensiero Novecentesco. Le eredità dei due pensatori, le opere, l’attività di studiosi sono valide al di là di ogni ragionevole dubbio. Si può esercitare una critica, si possono avanzare appunti o dissentire, si può certamente eccepire, ma non si può negare che il loro pensiero abbia influenzato l’estrema propaggine della contemporaneità.

Hanno pagato per la fede incrollabile in un progetto politico rivelatosi sanguinario e fallace, per non aver rinnegato il passato, per l’integerrima devozione ai rispettivi regimi dittatoriali. Senza mitigare le loro colpe, è doveroso affermare che si appartiene al tempo in cui si vive. La temperie storico-sociale e i flutti delle vicende politiche, talvolta, sono difficilmente governabili anche dai “migliori”, Platone docet.

Giuseppe Cetorelli