Letteratura

Ritratto di Alessandro Manzoni

La propria esistenza fu quella di un uomo appartato, chiuso nel suo studio e immerso nella realtà di una famiglia numerosa…

Una enorme statua nera si erge nei corridoi della Galleria Nazionale d’Arte moderna e contemporanea in Roma. Quell’opera scultorea, magnifica ed austera, ci restituisce il volto del più grande romanziere italiano: Alessandro Manzoni.

Avvicinandosi alla statua si fa fatica a scorgere il volto dello scrittore, occorre cambiare punto di osservazione se si vogliono cogliere le sfumature enigmatiche di quel volto. Le basette lunghe, come la moda imponeva, cappotto importante e testa reclina in avanti, fortemente accigliato.

L’osservatore che passa di lì quasi non si  accorge di essere controllato a vista da Alessandro Manzoni; la sensazione che si prova è quella di trovarsi dinanzi ad un santo, un monaco, un anacoreta della letteratura.

A scuola lo abbiamo studiato in maniera asettica, algida, priva di quell’interesse per la vita che pure è tanta parte nell’opera di uno scrittore. Ad esempio non sapevamo che tipo fosse: il carattere, il temperamento, il suo modo di ‘stare dentro la vita’, l’approccio psicologico alla quotidianità. Ci hanno raccontato di quest’uomo duro, sempre corrucciato, pedante, esatto, il ritratto di una persona solida e priva di cedimenti. Nulla di più falso.

Nacque il 7 marzo 1785 a Milano da Giulia Beccaria (figlia dell’illuminista Cesare) e il maturo Pietro Manzoni, gentiluomo di campagna. Il matrimonio di convenienza naufragò molto presto e Alessandro crebbe senza una vera figura paterna. Bambino estremamente sensibile ebbe con la madre un rapporto all’insegna di una vicinanza morbosa, sviluppò un complesso edipico che annuncerà  la futura nevrosi. Malattia dello spirito che caratterizzerà tutta la sua vita.

Il fanciullo crebbe e si fece uomo, dopo il collegio si trasferì a Parigi nel 1805. La passione per la scrittura era già in atto da qualche anno, a vent’anni scoperse di essere entrato nell’età adulta senza essere adulto e la dimensione infantile non lo abbandonò mai. Viceversa aveva qualità umane deliziose: la dolcezza, l’eleganza, la gentilezza, una intelligenza fuori dal comune, sensibilità estrema e la facoltà di carpire l’insito dolore degli uomini.

Nascono i primi scritti tra cui il poemetto Del trionfo della libertà, il carme In morte di Carlo Imbonati: scritto in memoria del convivente di sua madre il conte Carlo Imbonati. Poi arrivò l’Adda, un idillio. Il periodo parigino fu molto importante per la sua formazione intellettuale, ebbe modo di conoscere i pensatori e i filosofi che orbitavano intorno a Sophie de Condorcet, vedova del filosofo e matematico vittima della Rivoluzione francese; nel gruppo lo storico e letterato Claude Fauriel diventerà intimo amico di Alessandro Manzoni. Il solo che riuscì a capirlo nei suoi momenti più delicati. Quando venne il tempo sposò Enrichetta Blondel, dalla loro unione nacquero Giulia Claudia, Luigia Maria Vittoria (morta il giorno della nascita), Maria Cristina, Clara, Vittoria, Enrico, Filippo e Matilde.

L’esistenza di Manzoni fu quella di un uomo appartato, chiuso nel suo studio e immerso nella realtà di una famiglia numerosa. La vita politica non lo interessava e per sua stessa ammissione si reputava inadatto a svolgere qualsiasi attività pubblica. L’atteggiamento del Manzoni stride terribilmente con la realtà sociale e il fermento che attraversavano l’Italia dell’epoca e che portarono all’Unità (1861). La conversione, invece, fu molto importante sia come uomo che come scrittore.

Gli atroci dolori che costellarono la sua vita lo spinsero a credere in una dimensione trascendente, una realtà altra in cui le sofferenze terrene potessero trovare il giusto riscatto. Come ho poc’anzi detto i patimenti di Manzoni furono molti, morirono diversi figli in un breve lasso di tempo. Nello specifico vide morire cinque dei suoi sette figli, la madre il padre e le due mogli. Gli sopravvissero solo i figli Vittoria ed Enrico. I lutti familiari generarono una recrudescenza della nevrosi di cui era affetto. Se ne stava chiuso in casa, senza uscire per settimane, sempre più silenzioso e sfuggente sino alla fine dei suoi giorni. I figli maschi gli diedero molti grattacapi e la loro inerzia intaccò le sue finanze che, fino ad allora, riuscirono a mantenere con larghezza la numerosa famiglia.

La vecchiaia fu segnata da una semi povertà, le continue richieste di denaro da parte dei figli prosciugarono la cassa familiare. Il grande scrittore non riuscì più a pagare i debiti: non c’era giorno che il salumaio, il sarto e il calzolaio non bussassero alla sua porta, anche i creditori dei figli si presentarono sovente per l’estinzione dei debiti. Nonostante il progressivo successo del romanzo storico I promessi sposi, a cui si dedicò a partire dal 24 aprile 1821, la sua vecchiaia fu segnata dalle difficoltà.

L’opera che lo ha innalzato nell’empireo dei grandissimi, rappresenta il tentativo più riuscito di salvazione degli umili e degli oppressi. Nel romanzo Manzoni innalza gli umili e abbassa i potenti.

Ambientato in una Milano desertificata dalla peste e governata – nel XVII secolo – dagli spagnoli, dà vita ad una coppia di innamorati che lottano per l’affermazione del loro amore. Renzo e Lucia sono contadini ingenui, ma, al contempo, tenaci nel perseguire il loro obiettivo. I potenti sono rappresentati  da Don Rodrigo e L’Innominato.

Il romanzo ci pone dinanzi  il secolo XVII in tutte le sue sfumature, descrivendo la vita degli oppressi e le angherie dei ricchi aristocratici. Don Rodrigo muore, avvolto dalla sua inutile cappa signorile, nel lazzaretto. Don Ferrante muore deriso dalla sua inutile scienza. Il Griso rende l’anima a Dio cogli inutili denari rubati. L’Azzaccagarbugli con le sue inutili leggi. La monaca di Monza si ravvede e don Gonzalo Fernandez di Cordova, che aveva tanta smania di avere un posto nella storia, esce da Milano beffeggiato dai ragazzi di strada.

Quanto agli umili il loro trionfo è, come affermavo prima, completo. Tutta la moltitudine dispersa e senza nome, tutta la gente perduta nei secoli sulla terra, viene simbolicamente salvata nel destino di Renzo e di Lucia, ai quali spetta il compito di pronunciare l’ultima parola del romanzo che ha preso nome da loro.

Storia della colonna infame è  il racconto di un’ingiustizia perpetrata ai danni di sette uomini. La vicenda è realmente accaduta: Siamo a Milano, sempre nel seicento, il flagello della peste non accenna a placarsi. La cittadinanza è impaurita e prostrata, cerca in tutti i modi di salvarsi e di trovare una soluzione, la caccia ai colpevoli dell’epidemia comincia e sommariamente la colpa viene attribuita a sette innocenti. La perversa ricerca del colpevole uccide ingiustamente sette uomini. Sul luogo dove fu eseguita la condanna issarono una colonna con una iscrizione latina, che dovrà ricordare, a tutti coloro che la guardano, l’infamia dei propagatori di peste. La colonna è stata rimossa nel 1778. La storia era già stata raccontata nel 1777 da Pietro Verri nelle sue Osservazioni sulla tortura.

Alessandro Manzoni fu anche poeta appassionato, Il cinque maggio è la lirica di più vasto respiro che abbia scritto. Composta in occasione della morte di Napoleone Bonaparte (5 maggio 1821) in esilio sull’isola di Sant’Elena, Manzoni non volle celebrare il grande imperatore, lo stratega, il condottiero. Ma il dolore e la disperazione di morire su un’isola sperduta e disprezzato dal mondo intero. Ormai anziano e debole di mente la sera dell’11 maggio 1873 si addormentò, quella notte fu assalito da una violenta agitazione nervosa. Stette male per 11 giorni, farneticando e pensando ai suoi adorati figli che aveva visto nascere e morire. Il 22 maggio, verso sera, li raggiunse.

Giuseppe Cetorelli