Oriente e Occidente: un viaggio letterario tra passato e presente – Il Quorum
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Oriente e Occidente: un viaggio letterario tra passato e presente

Grande tema di attualità, l’eterno incontro-scontro tra Oriente e Occidente è anche al centro dell’opera di diversi scrittori, come Ohran Pamuk, Salman Rushdie o Kader Abdolah. Oltre a condividere il destino di perseguitati in patria, questi autori hanno in comune la capacità di indagare le relazioni tra due grandi culture coniugando passato e presente, storia e fantasia, realismo e magia, in un intreccio che finisce per sfumare tutti i confini.

I rapporti tra Oriente e Occidente possono presentarsi ammantati d’incanto oppure, al contrario, pervasi da profonde tensioni. L’incantatrice di Firenze di Salman Rushdie rispecchia soprattutto il fascino dell’incontro tra questi due mondi. Qui un viaggiatore fiorentino porta l’Europa in Oriente, alla corte di Akbar il Grande. Il misterioso straniero racconta le vicende di una mitica principessa mogul, che si intrecciano con le vite di personaggi reali (Nicolò Machiavelli, Andrea Doria, Giuliano de’ Medici) e il destino di una Firenze lontanissima.

Al contrario, nel più recente Uno scià alla corte d’Europa di Kader Abdolah è l’Oriente a recarsi in Occidente, nelle vesti dello scià di Persia. Quest’ultimo romanzo è emblematico dello sforzo di ricomporre il complesso mosaico delle relazioni presenti e passate tra queste due culture. Durante il suo grand tour nell’Europa dell’Ottocento, il re persiano incontra i più grandi politici, artisti e scienziati dell’epoca (Bismarck, Monet, Debussy, Tolstoj, Pasteur), ma si imbatte anche in tracce del passato, come i dipinti del Cremlino che rappresentano le guerre perse dai suoi antenati. E ancora di più il viaggio è ricco di anticipazioni degli eventi futuri, ad esempio nell’incontro con il padre di Stalin oppure con il passaggio nella città di Saratov legata alla vita di Juri Gagarin.

Al racconto delle avventure dello scià si mescolano le riflessioni del narratore fittizio, il quale ci riporta all’Europa odierna indagandone i rapporti con l’islam, il flusso di profughi siriani, le controversie politiche, la xenofobia di tanti, ma anche il genuino interesse e la solidarietà di altri. Questo a dimostrazione che l’incontro tra Oriente e Occidente è un processo costante, iniziato nell’antichità e destinato a proseguire, sotto mutate vesti, nel presente e nel futuro.

È vero, tuttavia, che l’incontro si trasforma spesso in uno scontro, politico, economico, militare, ma anche culturale. È, sotto molti aspetti, un conflitto tra tradizione e modernità. Così, nel romanzo dello scrittore iraniano è subito evidente quanto sia antiquata la lunga carovana che sfila lenta per le strade di un continente già in piena rivoluzione industriale. Nel corso del viaggio lo scià avrà  l’occasione di vedere e tastare lo sviluppo tecnologico europeo: dal velocissimo treno sperimentato da Krupp alla prima nave rompighiaccio costruita in Russia, dal telegrafo della regina Vittoria agli esperimenti di telecomunicazioni di Siemens, dall’aspirina della Bayer alle scoperte sui batteri di Pasteur. Davanti a questi maestosi progressi, lo scià finisce per sviluppare un senso di inferiorità, arrivando a pensare a sé stesso come a un sovrano “insignificante”. D’altro canto, questo personaggio ritrova la dignità proprio nell’idea stessa del viaggio e della conoscenza che ne deriva: è il primo scià ad ammirare e sperimentare tanto dell’Occidente e sarà ricordato grazie alle memorie che sta scrivendo.

D’altro canto, il contrasto tra modernità e tradizione può degenerare fino a causare gravi tensioni. In Uno scià alla corte d’Europa le ritroviamo nelle divergenze tra l’imam, con i suoi rigidi precetti, e il desiderio dei protagonisti di godere delle stesse libertà degli occidentali. Anche Il mio nome è rosso di Ohran Pamuk è dominato da questo dissidio. Qui la cultura europea s’infiltra presso la corte ottomana grazie al fascino dell’arte veneziana: quando il sovrano incarica un miniaturista di realizzare un volume nello stile realistico occidentale, una setta di tradizionalisti perseguita gli artisti coinvolti in questo progetto blasfemo. La stessa dinamica pervade anche La casa della moschea, capolavoro di Abdolah, che ritrae il declino di una famiglia e di un mondo dai valori secolari, vittime della violenza sprigionata da due tensioni opposte, l’occidentalizzazione voluta dallo scià e l’estremismo politico e religioso del regime di Khomeini.

Caratteristica di tutti questi romanzi, oltre al profondo significato storico e culturale, è la commistione tra uno sfondo realistico ed elementi fantastici perfettamente integrati nella narrazione. Pamuk dà anima e voce ad alberi e monete e finanche al colore rosso utilizzato nelle miniature; Rushdie e Abdolah presentano personaggi in tutto e per tutto radicati nel mondo della narrazione, per poi metterne in dubbio l’esistenza. Non sappiamo se siano frutto dell’immaginazione del narratore o un riflesso dell’anima dei protagonisti; forse sono solo i secolari spiriti degli antenati, eppure ne osserviamo gli effetti concreti sulla realtà. Ed è proprio questo il nocciolo della questione: se l’Occidente ha un fascino più concreto, legato al progresso, al benessere e alle libertà, l’attrattiva dell’Oriente per gli europei è invece la spiritualità, la magia, le millenarie tradizioni. Per quanto duro si riveli il conflitto, per quanto aspro sia il nostro giudizio e assillante il nostro timore davanti alla diversità dell’Oriente, continueremo sempre a cedere davanti al richiamo fiabesco delle Mille e una Notte.

Diana Burgio