Le Utopie – Il Quorum
CULTURA Psicologia e Sociologia

Le Utopie

Dinanzi al nihil, al nulla, molti giovani occidentali abbracciano la causa del fondamentalismo islamico, proprio perché l’Occidente non offre più loro uno scopo per cui vivere, un progetto a cui votare la propria esistenza. Se manca la finalità l’uomo se ne procura una, non importa se diretta al male

“Io sono, Noi siamo. E’ abbastanza. Ora dobbiamo cominciare. La vita è nelle nostre mani. Barcolla insensatamente, ma noi stiamo fermi e vogliamo diventare il suo pugno e le sua mete”.

Ernst Bloch (Spirito dell’utopia)

Chiedersi che cosa sono le utopie può apparire una domanda oziosa, roba da intellettuali, professori, uomini di cultura rinchiusi in una bolla di sapone o, se volete, in una torre d’avorio. Invece è molto legata all’attualità, nella fattispecie alla politica internazionale, alle prese con i fondamentalismi di matrice islamica. Comunque il tentativo di definizione univoca è complicato dalla molteplicità di approcci possibili. Quello politico, per paradossale che possa apparire, è di gran lunga meno sentito del letterario e del sociologico.

Cominciamo dalla parola: in origine era Utòpia, poi l’accento venne spostato sulla ì, significa non luogo – luogo che non c’è – nessun luogo.

Un luogo inesistente perché ideale, desiderabile ma irraggiungibile, una chimera il cui pensiero allevia le sofferenze e illumina il nostro cammino. In ambito politico c’è un’opera eponima di Thomas More, una sorta di romanzo filosofico che reca come titolo proprio Utopìa (1516). La descrizione/evocazione di una città ideale dove si immagina lo scenario politico che dovrebbe aver luogo. Dove si dipinge l’affresco della società ideale che si dovrebbe perseguire.

Thomas More nel cinquecento sognò una Repubblica di giusti, governata da una classe politica saggia, una sofocrazia platonica efficiente dove lo Stato è al centro di ogni questione, ma dove l’individuo ha il suo spazio di libertà ed è rispettato nella sua dignità.

Ebbene, questa visione che discende da La Repubblica di Platone e continua con le repubbliche ideali del Rinascimento – Utopìa di Thomas More e La Città del Sole di Tommaso Campanella – è ancora un approdo chimerico.

Ma torniamo all’attualità. Perché tutto questo si lega ai fondamentalismi, all’ISIS, al terrorismo e agli estremismi?

Perché quando manca un’utopia, un ideale, quando manca lo scopo, si è inclini a seguire il fantasma di un fine qualunque. L’anelito di conferire un qualsiasi senso all’esistenza, quando manca lo scopo, spinge l’uomo a farsi seguace delle ideologie più becere e sanguinarie.

L’uomo non può vivere senza uno scopo da perseguire. Già Nietzsche – quando annunciò la morte di Dio e preconizzò il Nichilismo – affermò un futuro senza valori, privo di quei punti di approdo tanto agognati dall’uomo (rimando alla lettura del mio saggio su Nietzsche). L’ISIS, come tutte le derive fondamentaliste, è nato dall’assenza nichilistica di cardini valoriali.

Il deserto morale nel quale l’uomo del XXI secolo è stato spinto e l’assenza di orizzonti verso i quali dirigersi, ha prodotto gemmazioni nefaste.

Dinanzi al nihil, al nulla, molti giovani occidentali abbracciano la causa del fondamentalismo islamico, proprio perché l’Occidente non offre più loro uno scopo per cui vivere, un progetto a cui votare la propria esistenza. Se manca la finalità l’uomo se ne procura una, non importa se diretta al male.

In ambito filosofico una rivalutazione della Utopia ebbe luogo con il filosofo tedesco Ernst Bloch, assieme agli studiosi della Scuola di Francoforte. Nell’opera Spirito dell’utopia e gli rimarca l’importanza della presenza degli orizzonti, intesi anche come ideali da raggiungere: “L’uomo non può vivere senza utopie, senza approdi ideali, senza sogni. Magari le utopie resteranno irrealizzate per sempre, ma avranno agito come faro nella nostra vita”. Per Bloch le utopie ci aiutano a non smarrire la strada, ad avere sempre un orientamento sicuro nel mondo, una stella polare che indica il cammino.

Le utopie nascono dal desiderio di cambiare, ad esempio mutare l’assetto generale di uno Stato, o la propria condizione personale.

La misura della loro irrealizzabilità e il loro difficile raggiungimento crescono all’aumentare della cronicizzazione di uno stato di cose. L’ordine delle cose che ciascuno trova già precostituito, coniugato con bisogni di sicurezza, tendenze spontanee alla sottomissione e tanti altri fattori, induce a ritenere “giusta” l’esistenza di un fenomeno. Si tratta di un atteggiamento culturale, come quello che faceva apparire “giusta” la tortura prima che Cesare Beccaria nel ‘700 pubblicasse Dei delitti e delle pene, o prima che Pietro Verri pubblicasse le Osservazioni sulla tortura.

Questo atteggiamento culturale è ancora in essere e, ad esempio, ha fatto sì che le mafie venissero percepite dai cittadini come lecite presenze sul territorio. L’omertà, il ripiegamento e la sostanziale chiusura delle società nascono dalla cronicizzazione di un atteggiamento, che diventa un abito mentale, una mentalità inestirpabile.

L’odierna temperie internazionale vede, come ho poc’anzi asserito, la presenza inquietante dell’ISIS e il dispiegarsi delle sue atrocità. La quale, adiuvante l’odierna sterilità del terreno morale, ha trovato il modo di svilupparsi dando uno scopo alle giovani generazioni, schiacciate in un eterno presente. Affette come sono dalle passioni tristi: malinconia, rassegnazione, cinismo, disincanto, e soprattutto, abbandono di ogni progetto prospettico.

Dobbiamo all’Etica del filosofo Baruch Spinoza la definizione delle passioni tristi, una voce che ci parla dal XVII secolo. Occidente significa tramonto, le sue utopie sono tramontate, compresa quella realizzata che si identifica nel Capitalismo. Sono caduti i valori che la Chiesa rappresentava da secoli, Dio è morto e non fa più mondo. Il cielo è vuoto sopra di noi, o, al massimo c’è soltanto quello stellato di Kant.

Giuseppe Cetorelli