Damnatio Memoriae – Il Quorum
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Damnatio Memoriae

Il mistero della terribile epidemia di tifo che nel 1935 infestò Roma, provocando migliaia di morti innocenti

Nell’antica Roma, quando un’imperatore faceva più danni che altro, alla sua morte il suo nome veniva cancellato da tutte le iscrizioni e le sue statue venivano abbattute, così che di lui si perdesse anche la memoria. In tempi più recenti la “damnatio memoriae” ha assunto connotati più “democratici” occupandosi dei poveri cristi ben più che delle teste coronate. Esistono numerosi esempi: i “marranos” sotto l’inquisizione spagnola, i poveri contadini trucidati dai bersaglieri a Pontelandolfo e Casalduini nell’Agosto del 1861, gli Armeni massacrati dai Turchi Ottomani nel 1915-16 fino ad esempi anche recentissimi, i Curdi sopra tutti. La damnatio memoriae di cui voglio parlare io però, riguarda 20.000 cittadini romani in attesa da quasi ottant’anni che qualcuno renda giustizia alla loro memoria.

Mio zio Enzo, aveva 10 anni quando, nell’estate del 1935, una terribile epidemia di Tifo se lo portò via insieme a sua madre, la mia nonna paterna, che aspettava un’altro figlio. Non si trattava di un caso isolato: in quasi ogni casa di Roma si contavano i caduti, una stima molto prudenziale parla di 20.000 morti, ma mio padre sostiene che furono molti ma molti di più.

Eppure nessuno ne sa nulla, trovare informazioni su quell’epidemia è un’impresa quasi impossibile, come mai? La gente moriva al ritmo di centinaia e poi migliaia al giorno, i più colpiti erano i bambini, tanto che praticamente un’intera generazione di romani andò perduta, eppure i giornali non ne parlavano, perchè?

Sono riuscito a dare una risposta a questa domanda grazie a un libro edito nel 1973 da Mursia e mai più ristampato, si tratta di “l’orecchio del regime” di Ugo Guspini.

Il lavoro del sig. Guspini era quello di ascoltare e annotare le conversazioni telefoniche tra i cittadini più in vista, era quello che oggi chiameremmo un addetto alle intercettazioni. Solo che allora si intercettava chiunque avesse anche solo un briciolo di influenza e non c’era alcun bisogno di chiedere autorizzazioni. Secondo Guspini, il Ministero della Cultura Popolare, il celeberrimo MinCulPop, inviò una delle sue consuete veline ai quotidiani, nella quale si specificava che per nessuna ragione si doveva far parola dell’epidemia romana, in modo da, testualmente, “non far diminuire il flusso estivo dei turisti”. Brancolavano nel buio, non riuscivano a capire quale fosse l’origine dell’epidemia più grave del secolo a Roma, eppure misero tutto a tacere per un gretto calcolo economico e di immagine, esponendo tra l’altro i turisti al contagio. Si spostò l’attenzione mediatica sull’impresa Abissina e si gettò nell’oblio un’intera generazione.

L’epidemia venne debellata in maniera del tutto casuale, grazie a questa intercettazione (le note sull’identità dei due interlocutori sono mie):

Roma 30 Luglio 1935, ore 19

(Trattenuta dal Duce)
Parla il prof. C. (potrebbe trattarsi di Giuseppe Caronia o di Sante Ciancarelli)
Parla il comm. P.P. (con ogni probabilità Pio Perrone, proprietario de “Il Messaggero”)
(Stralcio)

Prof.– …si vede che l’infezione trae le sue origini da qualche cosa che viene consumata da tutti…

P.P.– L’acqua?

Prof.– Ma tutte le analisi sono negative.

P.P.– Come si spiega, allora, che ad essere colpiti, nella maggioranza, sono bimbi e giovani?

Prof.– Perchè i bambini e i giovani sono ghiotti di certi intrugli…

P.P.– I gelati?

Prof.– Esatto!

P.P.– Ma non sono stati proibiti?

Prof.– Però ne sono stati venduti tanti… Piuttosto, per eliminazione, si potrebbe anche giungere alla materia prima, essenziale per la confezione dei gelati, particolarmente adatta per l’alimentazione dell’infanzia.

P.P.– Il Latte?!

Prof.– Precisamente!

P.P.– Ma se tutto il latte passa per la “Centrale”!

Prof.– Proprio per questo!

In qualche modo il latte veniva infettato nel suo passaggio alla centrale e la morte veniva servita al mattino, nelle case di tutti i romani, in graziose bottiglie di vetro.

Pierluigi Bigotti