Marco Sanchioni, cantautore originario di Fano – con all’attivo sei album in studio – ci parla del suo ultimo progetto: “Canzoni per Anime Consapevoli e Umane Genti”, tra musica e filosofia, in una costante ricerca spirituale interiore.
– Buongiorno Marco, parliamo del tuo ultimo album “Canzoni per Anime Consapevoli e Umane Genti”. È il tuo sesto lavoro in studio e affronta tematiche importanti: la ricerca interiore, la consapevolezza, l’umanità. Vuoi parlarcene?
“Canzoni per Anime Consapevoli e Umane Genti” è un disco nato dall’incontro tra brani scritti in periodi diversi: alcuni erano rimasti nel cassetto per anni, altri sono nati di recente. Pur non essendo stati pensati come parte di un unico progetto, si sono naturalmente ritrovati a dialogare tra loro, trovando un equilibrio e una coerenza inattesa.
Il filo conduttore non è tanto un tema unico, quanto uno sguardo comune sull’esperienza umana: ogni canzone affronta un aspetto diverso del vivere – la ricerca interiore, le fragilità quotidiane, il bisogno di lasciar andare il passato per aprirsi al futuro. In fondo, tutte raccontano la stessa tensione verso la consapevolezza e la rinascita.
Direi che, al centro di tutto, c’è proprio il ciclo della morte e rinascita, inteso non solo in senso fisico, ma come processo simbolico e spirituale che attraversa le nostre vite. Per questo, all’interno del CD ho voluto inserire un pensiero di padre Guidalberto Bormolini, frate che vive sull’Appennino toscano e promotore di un bellissimo progetto comunitario, in cui parla della morte come parte integrante della vita. Trovo che sia un’immagine di profonda verità e grande bellezza.
Personalmente considero vita e morte come cicli che si susseguono non solo nella dimensione fisica, ma anche nel breve arco di una giornata: piccole morti e rinascite quotidiane.
– Parliamo di un tema di urgente attualità: “l’umanità”. Cosa pensi di ciò che sta accadendo nel mondo?
Umanamente faccio fatica a prendere posizione basandomi solo sull’informazione che ci arriva da web e TV, perché credo che la realtà dei fatti venga spesso manipolata e distorta.
Ho la netta sensazione che tanto il mainstream quanto la cosiddetta controinformazione spingano su certe notizie per orientare le masse, puntando i riflettori solo su alcuni conflitti, pur sapendo che nel mondo ce ne sono molti altri.
– E qual è la tua sensibilità in tal senso?
Le mie letture riguardo vari maestri spirituali quali Osho, Paramhansa Yogananda, ma anche AÏvanhov o Sai Baba, mi hanno portato ad andare in India per tre volte in vari templi ed ashram, luoghi in cui il silenzio e la meditazione sono l’aspetto prioritario. Col tempo ho appreso che la pace interiore, o la luce interiore (The inner light) come la intendeva George Harrison in una sua canzone con i Beatles, sono stati dell’essere che possono salvare davvero il mondo perché consentono ad ognuno di noi di percepirlo in maniera diversa e dunque nuova portando rinnovata energia al pianeta. Sono tutte cose che oggi mi vivo dentro a prescindere da ogni culto o religione che professa tale filosofia.
– Secondo te l’arte può contribuire a una nuova umanizzazione?
Non so quanto oggi l’arte possa realmente contribuire a una nuova umanizzazione. Parlando di musica, non mi sembra ci sia una sensibilità diffusa in questo senso. Gli artisti che si muovono in tale direzione, purtroppo, spesso non hanno voce o visibilità.
Ritengo, comunque, che l’unica umanizzazione possibile parta da se stessi. Carl Gustav Jung definiva “la notte buia dell’anima” quel momento di profondo vuoto che ognuno di noi può vivere e che può portare a una rinascita e a una nuova coscienza.
Sono convinto che solo una rinnovata consapevolezza interiore individuale potrà generare una vera trasformazione collettiva.
Tante persone risvegliate a sé stesse possono creare una nuova umanità. È un processo lento, ma possibile – e probabilmente, in parte, è già in atto.
– E secondo te c’è speranza? O siamo ormai perduti come genere umano? Come artista ti senti fiducioso o pessimista?
Sono moderatamente fiducioso. È innegabile che le difficoltà globali e quelle del vivere quotidiano siano ancora molte, e che il costante stato di tensione finisca per gravare sullo spirito di tanti di noi.
Eppure, percepisco un cambiamento: una nuova consapevolezza si sta diffondendo, una visione più profonda di sé e del rapporto con il pianeta. È un processo lento, quasi invisibile, che però cresce lontano dai riflettori – e certamente non sarà l’informazione di massa a raccontarlo.
Mi torna spesso alla mente Tiziano Terzani, uno dei miei saggisti preferiti. Nei suoi incontri pubblici sapeva riconoscere, tra le persone comuni e soprattutto tra i giovani, un’umanità viva, riflessiva, desiderosa di capire e di cambiare. E quella stessa coscienza esiste ancora oggi: magari più silenziosa, ma presente.
Il suo ottimismo mi ha sempre ispirato.
Ritengo che mantenere uno sguardo positivo sia l’unico modo per superare l’aria pesante che si respira in questo momento storico, e continuare a credere nella possibilità di un’evoluzione collettiva.
– Parlando di “Canzoni per Anime Consapevoli e Umane Genti”: musicalmente, si può definire un album strettamente rock o c’è dell’altro?
No, non lo definirei strettamente rock, perché dal punto di vista sonoro c’è molto di più. Per certi versi richiama un certo cantautorato classico, alla Guccini o De André, come nel brano “Brividi”, sostenuto dai violini e melodicamente lontano dai canoni tipici del rock.
“Guarigione”, a cui sono particolarmente legato, ha un tappeto sonoro impreziosito da mandolino, mellotron e viola. “Buon risveglio”, invece, propone un tema principale al flauto traverso, con sfumature folk che ricordano i Fairport Convention.
Non mancano, comunque, brani più energici come “Cristallo di rabbia”, “La strega e l’imbecille” e “Rinascere”, in cui riaffiora la mia anima punk. Ma in generale questo sesto album ha tonalità più acustiche.
A chiudere il disco c’è “La Gare de la Nuit”, impreziosita da sonorità rinascimentali e dal liuto del maestro Simone Sorini.
Nel complesso, è un album ricco di suoni diversi e alternati – ora elettrici, ora acustici – ma mai semplicemente folk.
– Di quali musicisti ti sei avvalso? Chi ha collaborato e con quali sfumature?
Basso, chitarra e batteria sono stati suonati dai musicisti che mi accompagnano da anni: Alessio Vincenzetti, Simone Cardinetti e Diego Romagnoli.
Gli archi, con violino e viola, portano la firma del maestro Luca Nicolini, mentre al violoncello c’è il maestro Luca Bacelli. Il maestro Simone Sorini ha suonato il liuto e curato i cori.
Un altro importante contributo è quello della flautista Elena Giri, presente in “Buon risveglio”.
Direi che questo è il mio disco con il maggior numero di collaborazioni.
– L’album è stato anticipato anche da un videoclip realizzato da Danilo D’Auria. Vuoi dirci qualcosa su questo…?
È stato un video davvero piacevole da realizzare, divertente sia nel risultato finale che durante le riprese. Danilo è riuscito a dare al brano una nuova chiave di lettura, inventando il personaggio dello scout, perfettamente in sintonia con il senso profondo della canzone.
Essendo stati entrambi scout da ragazzi, abbiamo ritrovato in quell’esperienza un legame autentico, che ha reso tutto ancora più naturale e coinvolgente. Lo staff che ci ha accompagnato nei due giorni di riprese ha lavorato con grande passione e professionalità, contribuendo in modo decisivo all’ottima riuscita del progetto.
Credo che lo scautismo per me abbia rappresentato il primo passo verso la ricerca spirituale. I campi estivi ad esempio potevano regalare momenti d’intensità davvero notevoli; un momento bellissimo era la “veglia alle stelle”, dove ognuno in solitudine alla luce del fuoco si trovava a scrivere le proprie riflessioni sul campo estivo e la sua esperienza in merito, risultando per me un momento di riflessione profonda per stare con se stessi; tutti momenti intensi vissuti in tenera età che non dimenticherò.
