Cinema ENTERTAINMENT

Solo gli amanti sopravvivono

Un meraviglioso affresco dalla cadenza lenta, in concorso al Festival di Cannes

I vampiri di Jarmusch sono l’amareggiato, puro contraltare di un’umanità allo sbando. E insieme sono il simbolo di una bellezza e cultura in pericolo d’estinzione.

Ecco Jarmusch, con la sua ironia, il minimalismo vintage, l’eleganza, i dettagli, la citazione. Ed ecco i movimenti a spirale della cinepresa come della puntina sui vinili di Solo gli amanti sopravvivono. Quella puntina (o la cinepresa) mi ha ipnotizzato. Ho cercato di non farmi distrarre dal ricordo di cose varie ma in più di due ore di proiezione non sempre ci sono riuscito.

Quindi ho pensato di trascriverle a parte*.

Cominciamo dalla trama (spoilers): Adam,ex ghost writer, tra punk metal rock alloggia a Detroit e periodicamente si reca in ospedale da un medico corrotto per avere le sue sacche di 0 negativo, facendosi chiamare “Doctor Faust” ma apostrofato anche – a caso? – come Dottor Caligari e Dottor Stranamore.

A Tangeri vive Eve, che si procaccia sangue pregiato grazie al venerando Christopher Marlowe nel caffè “Le mille e una notte”. Gli esseri umani sono zombie “che capiscono sempre troppo tardi”. Nel mondo troppe cose sono contaminate (“han terminato di far guerre per il petrolio per cominciare quelle per l’acqua”).

Jarmusch ci ha regalato un meraviglioso affresco dalla cadenza lenta, (ennesimo elemento controcorrente), permeato di una critica sociale dissacrante, intimista, assolutamente originale. Non c’è più un equilibro da salvaguardare, non c’è la meta del viaggio, non c’è battaglia, non c’è la svolta inaspettata, l’impresa da compiere. Non più. Al limite la sfida è ritagliarsi una nicchia di sopravvivenza, accettazione e contemplazione all’interno di un contesto decaduto. Tra l’essere ombroso e glaciale di Adam e il controllato romanticismo di Eve si situa la musica, l’ingrediente eterno (meraviglioso il pezzo di Denis LaSalle ballato dai due in una calda atmosfera anni ’70, come tutto il complesso remix di generi ed epoche musicali, ad esempio: “Funnel of Love” di Wanda Jackson e “The taste of blood” di Jozef Van Wissem & SQÜRL, vera band di Jarmush). E una meravigliosa fotografia tetra, avvolgente, sontuosa (anche grazie alle scelte della costumista Bina Daigeler).

Merito infine anche al mysterium coniunctionis creatosi tra Tilda Swinton e Tom Hiddleston: una coppia senza precedenti, lei androgina e sempre più brava, lui misterioso e alchemicamente efebico. Un’occasione per cui Jarmush ha lavorato sette anni e in cui riversa tutte le figure che lo hanno appassionato nella cultura a 360 gradi, giocando con grande eleganza anche la carta dell’umorismo letterario (Shakespeare, Byron, Faust, Shelley, Mary Woolstonecraft) e scientifico (Fibonacci, Tesla, Einstein).

Un film in cui ci si ciba d’amore, che trabocca sapere e sensualità, in cui i vampiri prendono l’aereo indossando dei Ray Ban e si cercano tramite Skype, ascoltano musica su YouTube e succhiando sangue su uno stecco come fosse un ghiacciolo.

Imperdibile.

*Pensieri sparsi registrati durante la visione

Sovviene Burnt Norton di Eliot, una profonda meditazione sul significato del tempo e sulla sua relazione con gli esseri umani. I versi d’inizio introducono il concetto che riassume tutta l’opera: “Il tempo presente e il tempo passato / sono forse entrambi presenti nel tempo futuro, / e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato. / Se tutto il tempo è eternamente presente / tutto il tempo è irredimibile”.

Sì, questa è anche una trasposizione filmica del “Diario di Adamo ed Eva” di Mark Twain.

Nel suo trattato del 1931 On the Nightmare, lo psicoanalista gallese Ernest Jones scrisse che i vampiri sono il simbolo di numerosi meccanismi di difesa inconsci. Jones suppose che l’originale desiderio di un (ri)avvicinamento si fosse tramutato drasticamente in paura; l’amore è sostituito dal sadismo. L’amore dei protagonisti e il sadismo degli esseri umani, riflesso del loro timore di essere veramente vicini, di amare, penso. La reinvenzione del mito del vampiro nell’era moderna non esclude anche sfumature politiche.

L’aristocratico Conte Dracula, solo nel suo castello fatta eccezione di alcuni servitori bizzarri, apparendo solo di notte per nutrirsi dei suoi compaesani, simboleggia il parassitico ancien régime. Nel film Nosferatu, il principe della notte di Werner Herzog, il giovane agente immobiliare protagonista del film diventa vampiro lui stesso, portando il capitalismo borghese a essere la nuova classe parassita (la sorella di Eve).

Già Voltaire d’altronde aveva notato, riportandolo nella voce “Vampiri” all’interno del suo “Dizionario filosofico” (1764), come la fine del diciottesimo secolo avesse coinciso con l’indebolimento della credenza folclorica nel vampiro come creatura magica ma non con la fine dello sfruttamento e del parassitismo sociale che erano da considerare alla base di quella credenza. Ora “ci sono finanzieri, faccendieri e uomini d’affari che succhiano il sangue del popolo in pieno giorno; ma non sono morti, anche se corrotti. Questi parassiti non vivono in cimiteri, ma in confortevoli palazzi”.

Marx più volte fa riferimento al vampiro come metafora del capitale, sottolineando come entrambi siano accomunati da un metabolismo mostruoso e innaturale. Tramite i riferimenti al vampiro, Marx mostra come il capitale non solo si nutra del lavoro vivo estratto dalla classe lavoratrice, ma in questo modo cresca e si moltiplichi, tendendo a ridurre la classe operaia a una parte integrale del proprio processo riproduttivo.

Lo diceva già Sting (in Englishman in New York, famoso singolo tratto dal suo album del 1987 Nothing Like the Sun): “at night a candle is brighter than the sun”. Gli sprazzi di bellezza brillano proprio perché si distinguono da un contesto abbruttito. La luce, il sole, il buio. E secondo James Hillman le nostre nevrosi e la nostra cultura sono inseparabili. Dopo le fumisterie verbali della politica, i gergalismi e il pentagonese, dopo lo scientismo sociologico ed economico, l’abuso mediatico della parola e tutte le alter violenze inflitte al linguaggio si son prosciugate le parole del loro sangue (sic!) e chi lavora nel campo della psicologia ha smarrito la fede nella potenza della parola.

Massimo Lanzaro