Rufus Wainwright @Monk, Roma – Il Quorum
Musica

Rufus Wainwright @Monk, Roma

Do I disappoint you in just being human?

Do I disappoint you in just being human?

                                                                                                                 R.W.

– Come stai?

– Come Across the universe versione di Rufus Wainwright.

– Ah, allora stai una favola. Vieni ché stasera suona al Monk.

Il Monk. Ampio cortile. Altro ampio cortile. Mensole con piante. Sedie sdraio. Panchine. Quell’atmosfera di casa tipo quella di tua zia in campagna, solo un po’ più rock. C’è il banchetto della Minimum Fax, ci sono i panicopaninibuoni e poi c’è la pagina Facebook per eventuali informazioni ma – soprattutto – c’è il colpaccio messo a segno da Ausgang: Rufus Wainwright.

A presentarsi ci pensa da solo quando dice che qualcuno lo ha chiamato LO SCANDALOSO. E che cosa avrà mai fatto questo volto d’angelo? Bruciato testi sacri sul palco? Ha detto che i gatti non fanno oggettivamente commuovere il web? Pagato per fare sesso con minorenni quando era a capo di un paese?

– No, si è sposato nel 2012 con Jörn Weisbrodt.

– Tutto qua?

– Te giuro.

Munito di ciavatta tattica, forse per esorcizzare il pericolo pioggia, Rufus appare sul palco destando lo stupore del pubblico: non si era mai visto un artista iniziare all’ora effettiva riportata sulla locandina. Alle 21:10 è già bello bellissimo e pronto ad incantare. I presenti non sono moltissimi ma è comprensibile tra il meteo ballerino, il lutto per la chiusura di cineblog e i parcheggi a 1.50 non è che a Roma ci sia tutta ‘sta vida loca. Male. Molto male. Il concerto è pazzesco e la dimensione intima restituisce un audio che grazie fonici grazie e sembra di essere a una festa privata, tronfi di aver ricevuto l’invito per quella che a tutti gli effetti è proprio un’occasione speciale. Non a caso, Rufus sfoggia una delle sue giacche migliori (Rufus, che ne so, su ndr) e per non farci/si mancare niente, ha una linea vocale impeccabile e riempie i cuori: quanta bellezza.

Voce e piano o voce e chitarra, Wainwright intrattiene raccontando di aver visto Amarcord e fa sorridere citando le espressioni italiane che conosce, naturalmente non mancano neologismi come “La malapasta!” (Ehhh?!).

Intenso e unico al piano, è perfetto anche quando non lo è perché si perdona qualunque cosa quando si ha davanti un musicista in grado di tenere da solo su un palco per quasi due ore. Esegue la scala ideale di grandi successi come Cigarettes and Chocolate Milk e proprio come una tasca fa con l’iPhone 6 piega gli animi con Going to a town e raggiunge l’apoteosi del mo’ me metto a piagne con la cover di Hallelujah. Solo un raffinato talento può avvicinarsi così tanto a Jeff Buckley e Leonard Cohen senza scomodare paragoni di sorta.

Da Roma è tutto.

La prossima volta venite ché fuori il Monk non ci sono le strisce blu.

Alessandra Cristofari | Foto: Giusy Chiumenti